Economia globale: promossi Cina Russia e UK. Bocciati Usa e Giappone

24 Ottobre 2010, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Un ateniese dei secoli d’oro troverebbe più oligarchiche che democratiche le nostre società occidentali. Per Aristotele l’elezione di rappresentanti del popolo favorisce in realtà i ricchi, i nobili, i famosi e quelli bravi a parlare. Il numero più alto possibile di cariche pubbliche va a suo dire coperto, in democrazia, sorteggiando fra tutti i cittadini. Va poi aggiunto che ad Atene, storicamente, i sorteggiati erano passibili di impeachment da parte dell’assemblea popolare nove volte all’anno e che a fine mandato veniva emesso nei loro confronti un giudizio. Se questo era negativo, si dovevano pagare multe anche pesanti.

Aristotele, in ogni caso, valutava i tipi di governo più sui risultati che sulle procedure di selezione della classe politica. Quello che contava, per lui, era l’attenzione al bene comune. Se questa attenzione veniva a mancare, la monarchia si trasformava in tirannide, l’aristocrazia (il governo dei competenti, diremmo oggi) in oligarchia, e la democrazia costituzionale in primato della moltitudine sulla legge.

La Cina di oggi, in particolare dopo quanto deciso nei giorni scorsi dal comitato centrale del partito comunista, apparirebbe ad Aristotele come un’aristocrazia. Il primato schiacciante del partito gli sembrerebbe oligarchico, ma complessivamente questo tratto negativo verrebbe riscattato ai suoi occhi dall’attenzione al bene comune.

Mettendo insieme il dodicesimo piano quinquennale e la scelta di Xi Jinping come leader del paese per i prossimi anni Dieci emerge una scelta di grande equilibrio e saggezza. In sintesi la crescita cinese passa dal primato della quantità a quello della qualità, come si conviene a un’economia matura e sofisticata.

L’otto per cento di crescita annuale cui ci ha abituato la Cina denghista resta come riferimento, ma si sa in partenza che difficilmente verrà mantenuto. Studi dell’Asian Development Bank indicano nel sei per cento un livello sostenibile per il prossimo decennio.

I punti salienti del piano saranno lo spostamento di interi comparti manifatturieri verso l’interno del paese, l’edilizia popolare, la crescita delle retribuzioni e dei consumi come quota del Pil e l’aumento dell’efficienza (in particolare energetica) dell’apparato industriale. La Cina si scopre verde, ma non nell’accezione ideologica occidentale, bensì per un calcolo di razionalità economica.

Il capolavoro (frutto forse di un compromesso politico) è stato quello di mettere alla guida di un piano qualitativo e meno sviluppista dei precedenti un ultrasviluppista come Xi Jinping (sia pure bilanciato dal suo futuro primo ministro Li Keqiang, espressione dell’apparato di Pechino).

Oltre a essere un acceso fautore della crescita, Xi è una personalità straordinariamente ricca e complessa, quanto di più lontano dal burocrate allevato in batteria. Figlio di uno dei fondatori del partito più volte epurato (l’ultima per avere criticato la repressione di Tienanmen), ha passato adolescenza e gioventù in fabbrica, in carcere e a lavorare nei campi non, si noti, per fare esperienza, ma perché questo era il destino, spesso definitivo, di chi cadeva in disgrazia e della sua famiglia. Nonostante queste dure prove Xi non ha mai manifestato rancore verso gli avversari e ha scalato tutti i livelli della società civile e politica come costruttore di consenso. Per queste sue doti umane e per la sua eccezionale forza e stabilità emotiva Lee Kwan Yew, il padre fondatore di Singapore, lo ha definito simile a Mandela.

Nel momento in cui l’America sprofonda nella crisi esistenziale è da considerare una fortuna che il paese che fra 15 anni la sostituirà come prima potenza economica abbia un programma equilibrato e una guida sicura. Due punti di Pil in meno (se davvero sarà così) saranno più che compensati da una maggiore stabilità dell’economia cinese.

Non è solo la Cina a prepararsi alle sfide degli anni Dieci con un disegno ampio e ambizioso. Cameron e Osborne annunciano al Regno Unito il taglio di mezzo milione di posti pubblici in quattro anni. Questa pillola amarissima viene servita con un bicchierone d’acqua (le tasse per le banche, che offrono un minimo di copertura a sinistra) e con l’enorme dose di zucchero del quantitative easing permanente concordato con la Bank of England. Lo zucchero, nelle intenzioni, allevierà i dolori e impedirà alla sterlina di levarsi in volo. Alla fine della cura, sicuramente sfiancante, l’economia britannica sarà tornata giovane, scattante e pronta a crescere aggressivamente. Occorrerà a Cameron tutta la grazia e lo charme di cui era sprovvista la signora Thatcher per riuscire a vendere il suo piano agli inglesi.

Pronti per gli anni Dieci sono anche i paesi dell’Europa centrale e balcanica, nonché i baltici. Molti di loro non hanno bisogno di ingerire pillole amare perché l’hanno fatto negli anni passati. Nonostante la pressione fiscale più bassa di quella di noi europei occidentali, i loro conti pubblici sono in ordine o si avviano a grandi passi a esserlo. Anche la Russia ha conti impeccabili (il debito è l’8 per cento del Pil), ha ricostituito ingenti riserve e si appresta ora a diversificare dal petrolio e dal gas.

Secondo East Capital la borsa di Mosca quota oggi 6 volte gli utili 2011 e ha ottime prospettive nei settori non legati alle materie prime. Piuttosto che rincorrere il real e la borsa di San Paolo, ormai cari, o l’azionario indiano forse è opportuno guardare a Russia, Ucraina, Turchia e Asia Centrale.

A modo suo perfino la vecchia Europa occidentale sembra avere qualche possibilità di galleggiare. Goldman Sachs ipotizza per il 2011 una crescita di Eurolandia dell’1.8 per cento, pari a quella degli Stati Uniti. L’1.8 europeo vale però molto di più, dal momento che l’America ha una crescita demografica dell’uno per cento mentre noi non ne abbiamo. Le pillole amare per l’Europa sono più piccole (con l’eccezione greca) rispetto a quelle che si sono prese o si prenderanno baltici, romeni, ungheresi o inglesi. In compenso le opinioni pubbliche sono molto meno docili. In più l’Europa soffre di una scarsità di dolcificanti, visto che l’euro rimarrà forte contro dollaro e considerati i propositi della Bce di non seguire la strada del quantitative easing.

Chi non vuole sentire parlare di pillole amare sono il Giappone e, ancora di più, gli Stati Uniti. Il Giappone, che si avvia verso il terzo decennio di stagnazione, continua ad accumulare debito e a rinviare una sistemazione dei suoi problemi che si fa sempre più problematica.

L’America, dal canto suo, vive come Seth Brundle nell’horror La Mosca. Si vede ogni giorno trasformata in peggio e si nutre sempre più di dolci, gelati e zuccheri. Della classica formula pillola-amara-fiscale e zucchero-monetario-valutario (adottata anche da Clinton e Greenspan negli anni Novanta) vuole solo la parte dolce e indolore.

E’ indicativo del preoccupante stato della psiche americana che tra gestori e imprenditori ci sia in questo momento quasi euforia per il fatto che il prossimo Congresso, con la crescita repubblicana, sarà paralizzato e non farà nulla fino alle presidenziali del 2012. Non fare nulla in tempi normali può effettivamente essere un buon modo di governare. Questi sono però tempi in cui il debito pubblico, lungi dall’essere paralizzato, cresce di un trilione all’anno.

Dopo le elezioni i politici troveranno facilmente un accordo per prolungare gli sgravi fiscali dell’era di Bush di un paio d’anni ma è molto, molto difficile che si avvii un dibattito serio su pensioni, sanità, difesa e tasse. I sondaggi dicono che gli americani sono sempre più preoccupati per i conti pubblici, ma non vogliono sentire parlare di tagli o di tasse. Forse occorrerà un credibile candidato indipendente alle presidenziali per indurre Obama e i repubblicani a trovare un accordo bipartisan.

Nel frattempo la Fed si trova nella posizione del medico del pronto soccorso che si vede tornare tutti i giorni un tossico in condizioni sempre più critiche. Intendiamoci, il tossico vive una vita abbastanza normale e riesce perfino a crescere leggermente, ma a prezzo di dosi crescenti di stimolanti.
Dal dibattito interno alla Fed, che avviene in larga misura in forma pubblica, si nota una disponibilità sempre più condivisa verso misure sempre più radicali. Nel Fomc sono rimasti in tre a opporsi al quantitative easing, mentre le colombe continuano ad alzare il tiro.

Il vero dibattito, in questo momento, non è quello tra i fautori del tutto subito (mezzo trilione) o delle tranche mensili da 100 miliardi (molto perfidi, Malpass e Calomiris suggeriscono le tranche, perché così ci si accorgerà della loro inefficacia qualche mese più tardi).

Il dibattito vero è sulla cornice teorica da dare all’operazione, ovvero al tipo di inflation targeting. Intanto, nota Calomiris, siamo passati dall’obiettivo implicito dell’uno per cento indicato da Greenspan nel 2006 al due di oggi, senza che siano state prese decisioni formali da nessuno.

La vera bomba, tuttavia, è quella che va proponendo da giorni Evans, probabilmente per sondare il terreno. L’idea è quella di recuperare l’inflazione e il Pil nominale perduti negli anni di crisi. In pratica, se quest’anno l’obiettivo è il 2 d’inflazione e il 5 di Pil nominale e però alla fine l’inflazione è all’1 e il Pil nominale è al 3, vuol dire che l’anno prossimo si cercherà di portare l’inflazione al 3 (o addirittura al 4 se la crescita reale dovesse risultare dell’1, o al 5 in caso di crescita zero).

Per molti, ha detto Evans alla fine del suo ultimo discorso, la mia proposta sarà una pillola difficile da mandare giù. Effettivamente è probabile che il Fomc raggiunga un compromesso sul QE a patto di non includere il targeting del livello del Pil nominale. Sarà per un’altra volta.

Il Fomc è composto da persone responsabili e nessuno pensa all’iperinflazione. D’altra parte è probabile che l’uscita dalla trappola della liquidità comporti effettivamente la necessità di misure sempre meno ortodosse. Quello che preoccupa non è il 2011 o il 2012, che vedranno una modesta ulteriore svalutazione del dollaro (secondo gli oppositori il vero obiettivo del QE) e un’inflazione ancora bassa.

Preoccupa semmai l’exit strategy nel momento in cui sarà necessaria. Non perché la Fed non sia capace di organizzarla, ma perché il Congresso potrebbe a qul punto commissariarla di fatto. E’ un rischio remoto, ma esiste.

La vita dei detentori di Treasuries prima, poi di governativi di tutto il mondo e poi di bondholder in generale si farà sempre meno facile con il passare dei mesi. Nel breve non succederà niente di grave (i trentennali americani riprenderanno anzi a salire di prezzo nelle prossime settimane e i crediti di bassa qualità li seguiranno al rialzo) ma c’è da chiedersi se valga davvero la pena rosicchiare una manciata di punti base quando l’azionario, nonostante i rialzi recenti, è ancora palesemente sottovalutato.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.