ECCO UN ALTRO COLOSSO CHE TRUCCA I BILANCI

27 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

La raffica di scandali che ha investito le aziende sembra non avere confini in ordine di tempo e luogo. L’ultimo eclatante episodio riguarda la societa’ olandese Royal Ahold e la sua consociata statunitense. Il nome in Italia non e’ molto noto ai non addetti ai lavori, ma si tratta del quinto retailer mondiale.

Ahold, specializzata nei prodotti alimentari, e’ quinta al mondo in termini di vendite, dietro a giganti del calibro di Wal-Mart e Carrefour, ma prima per quanto riguarda il numero di Paesi nei quali e’ presente (ben 19 nel 2001).

Secondo quanto annunciato dalla societa’ il 24 febbraio, gli utili operativi degli anni fiscali 2001 e 2002 (per quest’ultimo sono disponibili al momento solo le stime) sarebbero stati “truccati” per una cifra che potrebbe superare i $500 milioni. Le irregolarita’ sarebbero legate ad un errato riconoscimento delle vendite e degli sconti legati alle campagne promozionali della consociata americana.

Immediate le dimissioni dell’amministratore delegato, Cees van der Hoeven, e del direttore finanziario, Michael Meurs.

Nelle prossime settimane si procedera’ a una revisione dell’intero anno fiscale 2001 e dei primi tre trimestri del 2002. Purtroppo, pero’, come spesso accade in questi casi, le misure prese non possono fare altro che “chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi”.

L’ADR (American Depositary Receipt) di Ahold ha perso il 65% del suo valore, passando dai $10,69 di venerdi’ 21 febbraio ai $3,60 di lunedi’ 24.

Il danno ormai e’ fatto, e adesso la parola passa agli studi legali americani. Immediato e’ stato l’invio di una serie di e-mail nelle quali avvocati del calibro di Wechsler-Harwood, Shiffrin & Barroway e Wolf Popper avvertono gli azionisti della possibilita’ di consorciarsi per far causa ad Ahold.

Negli Stati Uniti e’ molto diffusa tra gli studi legali la pratica di intentare causa gratuitamente alle societa’ che finiscono nell’occhio del ciclone, per poi chiedere ai propri clienti una quota di quanto recuperato. Secondo i “puristi” del diritto italiani, si tratta di una pratica poco ortodossa, che rimane vietata in Italia (divieto di patto leonino). Fatto sta che in questo modo i piccoli azionisti, che da soli non potrebbero mai fare causa a questi giganti a causa dei costi elevati, possono far valere i propri diritti e magari provare a recuperare qualcosa del “mal tolto”.