ECCO QUANTO CI VORRA’ PER USCIRE DALLA CRISI

23 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – «Mi aspetto anni di Quaresima, anche se non mancheranno le possibilità per investire». Alessandro Valeri, alla guida di Intermonte sim, ha appena vinto con la sua squadra di analisti il premio Institutional Investor per l’Italia, assegnato dalla pubblicazione inglese che compila una classifica dei migliori uffici studi d’Europa sulla base di oltre 1.300 interviste. Intermonte è controllata per l’80% da manager e dipendenti e per il 20% dal gruppo Montepaschi: lavora per gli investitori istituzionali, ma è anche sul fronte retail con Websim.it, il sito di consulenza online per privati.

A che punto è la crisi dei mercati?
«Al momento non abbiamo nessun segnale che l’implosione della bolla creditizia sia a un punto di svolta. E finché le banche non ricominceranno a prestare denaro la crisi peggiorerà, anziché migliorare».

Ha senso preoccuparsi già oggi per un possibile ritorno dell’inflazione? I piani di stimolo hanno avuto pochissimi effetti positivi finora. O no?
«Non vedo una possibilità di ripresa dell’inflazione a breve, non prima del 2011 o anche 2012. La crisi giapponese ha insegnato che quando si sgonfia una bolla creditizia di dimensioni colossali si sgonfia anche il valore di tutti gli asset, dagli immobili alle materie prime, alle Borse».

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Quindi ci sono più rischi deflazionistici per ora?
«La tendenza è nettamente deflazionistica: in questa situazione stampare moneta non serve a convincere le banche a prestare soldi e questo vale finché si continua a vedere un rischio molto alto che il denaro prestato non venga restituito. Prima di vedere ripartire i prezzi ci avvicineremo a un’inflazione pari a zero».

Le valutazioni dei titoli di Piazza Affari sono a sconto o a premio rispetto a quelle dei listini europei e americani?
«I paragoni sono difficili. In linea di principio Milano è un po’ a sconto, ma lo è sempre stato, riflettendo il “rischio Italia”. Non vedo nessun indicatore che faccia ritenere che l’Italia possa fare meglio del resto del mondo, anzi…».

Da dove partirà la ripresa? Da Wall Street?
«Gli Stati Uniti sono entrati per primi in recessione e saranno i primi a uscirne. Prima risalirà la Borsa americana e prima potremo risalire anche noi, probabilmente con sei mesi di ritardo».

Ci sono delle ragioni per cui Piazza Affari continuerà a fare peggio delle altre Piazze europee?
«Faccio alcune semplici considerazioni purtroppo negative: l’Italia ha un debito pubblico molto più elevato e soffre di una posizione peggiore sul costo del debito che si riflette anche sulle aziende.
L’alto debito pubblico rende molto difficile utilizzare la leva fiscale, come stanno facendo altri Paesi. A questo si aggiunge che il costo del lavoro per unità di prodotto è peggiorato di oltre 30 punti percentuali rispetto alla Germania dall’introduzione dell’euro e la minore flessibilità del sistema non aiuta la posizione competitiva del Paese».

Quali sono le storie da seguire in questo momento? E quelle da vendere?
«Rimango ancora cauto sui finanziari. Sono positivo su pochi titoli, soprattutto utilities come Terna, Acea, A2A e qualche caso speciale. Come Parmalat che ha in bilancio liquidità per un valore pari a metà della capitalizzazione».

Si sono sprecate molte parole apocalittiche su questa crisi, che cosa servirebbe veramente per una svolta?
«Non lo so. Una crisi cosi non si è mai vista e direi una bugia se dicessi di sapere qual è la soluzione. Purtroppo il mondo occidentale ha vissuto per 20-30 anni al di sopra dei suoi mezzi: temo che la vera soluzione sia il ritorno a standard meno opulenti, ovvero che sia necessaria una riduzione del benessere creato artificialmente a debito. Insomma mi aspetto anni di Quaresima».

Finanziaria ed economica?
«Non mancheranno occasioni di investimento interessanti sui mercati che sono scesi del 60-70%. La Borsa magari recupera nel 2010, ma l’economia prima del 2011 non esce dalle secche. Non mi fa piacere pensarla così, ma è quello che vedo nel nostro futuro. Anche se la presenza di un leader credibile come Barack Obama alla guida degli Stati Uniti mitiga un po’ le ragioni dei pessimisti». (G. MAR.)

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