ECCO LE COSE DA FARE SUBITO PER SALVARE L’ ITALIA

28 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Il centrosinistra per vincere ha bisogno di tre cose: una coalizione che sia la più ampia e coesa possibile, un leader che assicuri questa coesione e che sia in grado di apportare un suo proprio valore aggiunto, un programma che risponda alle esigenze e alle aspettative dei cittadini e che sia condiviso dalla coalizione stessa. Come dimostrano le vicende della passata legislatura, e mi riferisco alla frattura fra le componenti di sinistra che avevano messo in crisi il governo Prodi, la difficoltà maggiore sta proprio nell’aggregare tutte le possibili componenti della coalizione attorno a un programma condiviso.

Parlando di programma bisogna necessariamente cominciare da un’analisi del contesto economico mondiale, e questo non per un angusto economicismo, bensì nella consapevolezza che l’insufficiente crescita economica dell’Italia sta mettendo oggi a rischio il nostro sistema di welfare: salute, pensioni, protezione sociale.

Un programma del centrosinistra che voglia dunque risolvere i problemi del paese facendo leva sui punti di forza della nostra economia, deve partire dall’affermazione di principio che sviluppo e welfare non soltanto non sono fra loro in contrapposizione ma, se correttamente gestiti, sono in grado di rafforzarsi a vicenda. Un buon tasso di crescita economica genera le risorse necessarie per organizzare una buona struttura di welfare la quale, a sua volta, garantisce quella coesione sociale che è una precondizione decisiva per un ulteriore sviluppo economico.

Il contesto economico mondiale è oggi caratterizzato da due cambiamenti di portata epocale, che si stanno in parte sovrapponendo: da un lato si va ormai verso il completamento di un sistema economico globale (e gli ultimi passi compiuti dalla World Trade Organization vanno chiaramente in questa direzione); dall’altro si assiste al passaggio dall’era dell’industria all’era della conoscenza, il che comporta che la parte più consistente del valore aggiunto si realizza laddove si crea conoscenza piuttosto che dove si producono beni materiali.

In questo scenario di profondi mutamenti strutturali, si registra nella fase attuale uno sviluppo economico significativo in diverse aree del mondo: il Nord America, il Sud America, il Sud Est Asiatico stanno crescendo a ritmi che vanno dal 3-4 per cento degli Usa fino al 9 per cento della Cina. Unica eccezione è purtroppo l’Europa, che mostra chiari segni di scarsa dinamicità, con al suo interno un’Italia in ulteriore affanno per ulteriori problemi interni.

Le struttura produttiva del nostro paese è caratterizzata da una prevalenza di pmi (ma la “m” della sigla dovrebbe intendersi non tanto come “medie” imprese, assai poche in Italia, bensì come “microscopiche”). Le nostre pmi sono riuscite a competere negli ultimi decenni grazie a tre fattori: la svalutazione della lira; l’ingegno italico (definito come la capacità di coniugare in modo originale tecnologie disponibili e mature); infine l’alto contenuto estetico dei prodotti: il design, la moda, l’agroalimentare, per fare qualche esempio tra i più noti.

Ma la lira non c’è più, e l’euro tende semmai a rivalutarsi. Alla svalutazione dobbiamo dunque sostituire l’aumento della produttività, un indice che in Italia è fermo in modo preoccupante da almeno 15 anni. Per realizzare questo obiettivo l’unica formula che si può immaginare è un grande patto fra imprese e sindacati che sia in grado di ridare competitività alla nostra produzione.

Anche l’ingegno italico ha un grave handicap: è facilmente copiabile. Oggi arrivano dalla Cina macchine utensili a controllo numerico paragonabili a quelle fino a poco tempo fa prodotte con successo da noi, a un prezzo che è un terzo di quello italiano e che ci ha messo definitivamente fuori mercato. All’ingegno italico va quindi sostituita la vera innovazione tecnologica, la quale non può che essere il frutto di attività di ricerca e sviluppo che richiedono forti investimenti pubblici, ma anche e soprattutto privati.

Il contenuto estetico rimane oggi il principale fattore competitivo delle imprese italiane, anche perché il mercato potenziale dei nostri prodotti si va allargando ormai anche ai paesi del Sud America, alla Cina o all’India, dove cresce il numero dei consumatori affluenti che prestano grande attenzione al contenuto estetico. Ma anche questo rischia di non bastare più: occorre passare al concetto di qualità totale dei prodotti e dei servizi.

In un programma per aiutare le nostre imprese ad affrontare il cambiamento è quindi opportuno prevedere cospicue risorse per l’istruzione, soprattutto quella superiore e universitaria. In Italia i giovani che arrivano alla laurea sono ancora, in rapporto alla popolazione complessiva, la metà di quelli degli altri paesi economicamente sviluppati. Qui non bisogna tagliare ma investire di più.

Altrettanto importante è la formazione professionale poiché molte imprese dovranno necessariamente riconvertirsi e quindi i loro addetti – siano essi operai o impiegati – avranno bisogno di acquisire nuove professionalità.

Ho accennato alla necessità di puntare sulla ricerca. È noto che in Italia spendiamo in questo campo la metà della media degli altri paesi dell’Unione europea, solo l’1 per cento del prodotto interno lordo al posto del 2 per cento. Sono necessarie dunque maggiori risorse pubbliche da destinare alla ricerca e sviluppo, ma occorre anche stimolare i privati a investire con sgravi fiscali, più significativi di quelli attualmente previsti, aiutando nello stesso tempo le imprese microscopiche ad aggregarsi.

In tema di economia, vorrei aggiungere che l’Italia dovrebbe considerare il turismo come uno dei suoi più importanti fattori di sviluppo. Abbiamo un ambiente particolarmente bello e suggestivo, abbiamo un patrimonio archeologico, architettonico e culturale che è senza confronti il più vasto al mondo. Dovremmo perciò essere il primo paese per numero di turisti, e invece siamo largamente superati da altri, anche dalla Spagna. Dobbiamo dunque valorizzare il nostro ambiente e i nostri beni culturali, certamente per accrescere la qualità della vita dei nostri cittadini, ma anche come potente fattore di attrazione turistica.

Se le azioni di cui abbiamo sopra parlato ci aiuteranno a migliorare la nostra competitività, e quindi la capacità di recuperare quote di mercato all’esportazione, l’Italia ha anche il problema dei consumi interni, stagnanti o addirittura in fase di contrazione. Le cause sono un potere di acquisto che si è progressivamente ridotto negli ultimi anni, a cui si sono aggiunte rilevanti spese delle famiglie per beni del tutto nuovi (si pensi ad esempio ai cellulari e all’enorme accrescimento del traffico telefonico). Poiché non è pensabile aumentare ulteriormente il costo del lavoro se non in rapporto all’aumento di produttività, che andrebbe a colpire la competitività internazionale delle nostre imprese, bisogna agire sull’aumento del reddito netto dei lavoratori.

Qual è dunque la voce che possiamo e che anzi dobbiamo comprimere in Italia? È quella degli oneri previdenziali, la più alta al mondo, tanto che questi pesano per il 42 per cento sul costo del lavoro. In uno studio sulla riforma del sistema pensionistico italiano, il compianto premio Nobel per l’economia Franco Modigliani aveva concluso che è possibile ridurre gradualmente questa incidenza arrivando al di sotto del 20 per cento, introducendo gestioni di tipo privato ma ovviamente nel quadro di garanzie pubbliche.

Quindi una riforma delle pensioni è indispensabile non solo per eliminare i disavanzi degli enti previdenziali, che pesano sul bilancio dello Stato, ma anche per aumentare il reddito disponibile dei lavoratori, stimolando così i consumi interni. Un incremento della competitività sui mercati internazionali e un aumento dei consumi interni dovrebbero dunque garantire quella crescita economica capace di generare le risorse per il welfare.

Ma questo non significa che il nostro Stato sociale non abbia bisogno di profonde riforme. Le cifre che sono state spesso divulgate sulla nostra spesa per la protezione sociale in rapporto a quella pensionistica, a confronto con gli altri paesi europei, non sono corrette poiché non tengono conto delle spese sociali delle amministrazioni comunali. Resta il fatto che il nostro sistema crea notevoli disuguaglianze.

Abbiamo, per esempio, un sistema che eroga pensioni eccessivamente generose mentre non sono adeguatamente protetti i disoccupati, soprattutto quelli adulti, quelli di lungo periodo o addirittura i disoccupati a vita, vera classe sociale emergente (perché, se uno non ha mai lavorato a 35 anni, è probabile che un lavoro non lo trovi più).

Pensiamo a un aspetto quasi paradossale. L’istituto della liquidazione, o Trattamento di fine rapporto (Tfr), era stato storicamente concepito proprio per dare la possibilità ai lavoratori di affrontare temporanei periodi di disoccupazione. Ma oggi a disporre del Tfr sono i lavoratori occupati stabilmente, che perciò non lo usano mai per lo scopo per il quale era stato istituito, mentre i disoccupati veri, che sono sempre più disoccupati di lungo periodo, non hanno adeguata protezione. È solo uno fra i tanti esempi che mostrano la necessità di riformare in profondità il nostro sistema di welfare basandoci sulle migliori esperienze europee.

Vorrei concludere con un’altra priorità che dovrebbe essere posta al centro del programma: la semplificazione dell’ordinamento giuridico italiano, per rendere meno difficile di quanto occorra la vita non solo alle imprese ma anche ai cittadini e alla stessa pubblica amministrazione. Siamo di fronte a un lavoro enorme, di eccezionale complessità. In molti ci hanno provato, non senza ottenere qualche risultato, ma occorre uno sforzo continuo, di lunga lena, poiché non ci sono ricette miracolose.

In questa logica può essere visto anche il federalismo. Qualunque organizzazione, quando cresce e diventa quindi più complessa, trasferisce competenze alla periferia. Così deve fare il sistema-paese a mano a mano che, sotto la spinta dello stesso sviluppo, cresce la complessità dei problemi da affrontare. Per evitare che il centro si ingolfi non riuscendo più a gestire il processo decisionale, lo Stato deve perciò limitarsi a fare l’indispensabile trasferendo alle Regioni e agli enti locali, secondo i principi della sussidiarietà e dell’autonomia, quante più possibili competenze legislative e amministrative.

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