E’ TORNATO IL SOCIALISMO REALE ALL’ ITALIANA

20 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Antonio Polito e’ Senatore della Margherita. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Dice Tony Giddens che il socialismo è morto.
Non aveva ancora letto il progettino
che Rovati ha spedito a Tronchetti Provera.
Né l’intervista di Bersani, che si propone di
“riformare il capitalismo italiano”. Le parole
contano. E’ tornata la “politica industriale”, e
rispunta pure la “nuova programmazione
economica”. La chiameranno Nep? Gli anni
ruggenti delle privatizzazioni sono finiti, i capitalisti
senza capitali arrancano. E allora vai
con il revival del socialismo reale all’italiana,
che dal Duce a Beneduce non è mai morto.

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La rivoluzione liberale sta finendo in soffitta,
e un riformista non sarà mai abbastanza i*******o
con Berlusconi per averla screditata,
predicandola senza farla. Le delusioni generano
illusioni: il paese ha ripreso a credere
alla favola che più stato e meno mercato possano
darci l’Eldorado. Che alibi, per chi a sinistra
non ha mai smesso di pensarlo. La gloriosa
battaglia dei taxi rischia di restare nei
libri di storia come un atto di eroismo isolato
e sfortunato, cui fece seguito la controrivoluzione.

Il socialismo, almeno nell’accezione
occidentale, è alta spesa pubblica più elevata
redistribuzione. Come lo chiama Salvati,
“keynesismo-welfarismo”. Ha funzionato, eccome
se ha funzionato, fino alla metà degli
anni Settanta, garantendo all’Europa una
lunga stagione di prosperità e di coesione sociale.

Solo che è finito da un quarto di secolo.
Per una ragione molto semplice: i paesi europei
non riescono più a produrre la ricchezza
necessaria a finanziare il miracolo. Perché
l’energia non è più a buon mercato, perché
gli ex poveri del mondo si sono messi a farci
la concorrenza, e perché la tassazione ha raggiunto
livelli non sopportabili dalle classi
medie. Infatti, da un quarto di secolo, nessun
paese riesce più ad avere insieme forte crescita,
grande welfare e basso deficit. Bisogna
scegliere. E bisogna scegliere la crescita.

Politicamente parlando, bisogna scegliere
tra libertà, uguaglianza e solidarietà. I liberali
sono per la libertà, i socialisti per l’uguaglianza
e i cristiani per la solidarietà. L’Ulivo,
via Partito democratico, dice di voler fondere
alla pari le tre tradizioni politiche con i relativi
valori. Invece è impossibile, senza stabilire
una gerarchia adatta ai tempi: prima la
libertà. Dalla Finanziaria alla Telecom, la
scelta è sempre obbligata. Ed è la scelta tra
“pubblico” e “statale”. L’interesse pubblico
non è la proprietà privata di Telecom, ma l’efficienza
del servizio telefonico e il suo basso
costo. La moderna giustizia sociale è il low
cost. Far rispettare le regole: di altro lo stato
non deve occuparsi, meno che mai su carta
intestata della presidenza del Consiglio. Il
“pubblico” non è la Cassa depositi e prestiti,
ed è davvero un paradosso che a riconsegnarcela
sotto forma di stato-imprenditore
siano stato Tremonti (keynesiano di complemento).

L’azienda “pubblica” per eccellenza
in Italia c’è già: l’Alitalia. Lì è tutto pubblico:
debiti, disservizi e sfascio. Grazie, abbiamo
già dato. Pubblico è la “public company”, non
una nuova Iri delle reti. Di interesse pubblico
non è come ripianare i debiti di Tronchetti,
che di Telecom possiede il 18 per cento, ma
come non farli pagare a chi possiede il restante
80 per cento del capitale. Il “pubblico”
è là fuori, nel famigerato mercato; e speriamo
che Guido Rossi si rilegga i suoi libri, prima
di decidere quali interessi tutelare nella società
che ora presiede.

Il fatto è che la sinistra non può cavarsela
aggiungendo semplicemente un po’ di libertà
al suo cavallo di battaglia dell’uguaglianza.
Perché senza la libertà oggi ti scordi pure l’uguaglianza.
Lo stato non è più la soluzione dei
problemi, è sempre più spesso il problema.
Ho seguito le vicende Telecom nel chiuso della
certosa toscana di Pontignano, in mezzo a
una piccola folla di inglesi riuniti in seminario.

Non riferisco i giudizi sullo spettacolo,
per carità di patria. Cito solo qualche dato
per il confronto con un paese che ha scelto il
mercato. Ognuno di loro produce 36.590 dollari
di ricchezza all’anno contro i nostri
31.400: siamo ormai sotto la media degli europei
occidentali e prossimi al sorpasso spagnolo.

Se faccio la somma per 4 persone, una
famiglia italiana perde ogni anno 20 mila dollari
rispetto a una inglese. Vuoi vedere che il
mercato è di sinistra? Rispettandone le regole,
la Gran Bretagna l’anno scorso ha attratto
165 miliardi di dollari di investimenti stranieri
contro i 16 dell’Italia: dieci volte tanto.
Non stupisce, in un paese in cui le trattative
private con potenziali investitori stranieri finiscono
in un comunicato del pres-del-cons.

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