E se si togliesse il diritto di voto agli evasori?

23 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo articolo, pubblicato da L’Avvenire – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma – «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge». È la Costituzione, all’articolo 48, che prevede limitazioni ai “diritti politici”. Perciò l’inversione del «vecchio e solido principio liberale» del “no taxation without representation”, per cui «non si pagano le tasse se non si possono eleggere propri rappresentanti, può funzionare anche capovolto», aveva dichiarato ieri ad “Avvenire” il giurista ed ex garante della privacy Francesco Pizzetti: «Se non si pagano le tasse, non si avrà diritto ad eleggere o ad essere eletti».

Il reato di evasione fiscale, al momento, non figura tra quei casi di «indegnità morale» che la carta fondamentale indica quale requisito per la sospensione dei diritti politici. Per arrivare a revocare tali diritti occorre infatti che l’evasione sia un reato connesso ad altri e non l’unico contestato all’indagato. Ad oggi le limitazioni riguardano, per esempio, le condanne all’ergastolo e quelle con reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni, che comportano l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici. Una pena di durata inferiore ai tre anni provoca, quando previsto dalla sentenza, l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni.

Inoltre la dichiarazione di abitualità o di professionalità nel delitto, la cosiddetta “tendenza a delinquere”, porta all’interdizione perpetua dai pubblici uffici anche se la condanna in carcere fosse di breve durata. Fra i casi che in passato colpivano la totalità dei “diritti politici” della persona, vi era quello dei fallimenti (senza distinzioni tra fraudolenti o sopravvenuti). La riforma del 2006 ha abolito l’incapacità del fallito di esercitare il diritto di voto, pur impedendone l’esercizio di cariche pubbliche.

LA RABBIA DEL WEB CONTRO CHI NON PAGA LE TASSE

Le reazioni sono le più disparate, a volte colorite, ma sempre originali. Il popolo del web si mobilita dopo la proposta lanciata dall’ex garante per la Privacy, Francesco Pizzetti, sulle pagine di Avvenire: togliere il diritto al voto ai grandi evasori. C’è chi propone anche la galera a vita oppure la fine per i truffatori conclamati nei confronti dello Stato di tutti i servizi pubblici che, evadendo le tasse, non hanno contribuito a costruire. Gli evasori sono «farabutti» scrive Antonio Scarciglia sul forum di Libero.it perché «l’Italia è in queste condizioni anche per colpa loro»; addebitiamogli tutte queste responsabilità, aggiunge, «e facciamoli vivere per cinque anni senza soldi né lavoro e diritto di voto».

Allontanarli dalla urne è un primo passo, «ma non abbastanza penalizzante», anche per Enrica Barbacane che su Repubblica.it ipotizza di eliminarli «dall’assistenza sanitaria e dall’accesso a tutti i servizi pubblici in quanto pagati con i soldi dei cittadini onesti». Quella di Pizzetti è una proposta «idealista, ma tutt’altro che da ridicolizzare» per Sharlee che dallo spazio web di Affari Italiani spiega come «togliere voti significherebbe togliere potere. E togliere potere significherebbe far sparire» questa gente. Oltre al diritto di voto, leverebbe anche «la cittadinanza e la nazionalità» agli evasori Pietro Battaglia; mentre sempre su Repubblica.it, Loris arriva persino a dire che l’idea del giurista «ha un forte valore simbolico, visto che non poter votare è umiliante». Il sito del quotidiano diretto da Ezio Mauro, inoltre, ha lanciato un sondaggio tra i suoi internauti e il risultato è che l’83 per cento dei lettori è favorevole alla misura dell’ex Garante.

Non votare, ma «neanche esser votato» è poi il suggerimento che Simona B. dà al governo dal forum di Finanza on line, invece su Facebook nel gruppo creato a sostegno di Pizzetti, Diego Pinto consiglia di aggiungere al no voto non solo gli evasori, ma anche «tutti i politici indagati a cui va tolta pure la poltrona». Dalla rete alla politica il passo è breve, anche se a qualche parlamentare la soluzione Pizzetti non va proprio giù. «È una proposta abnorme e inutile, colpisce i diritti costituzionali e non funziona» tuona il senatore Pdl Raffaele Lauro, che vede come unica misura efficace «la confisca dei beni ai grandi evasori».

di Alessia Guerrieri

Il manager tv

CONTRI: VORREI FICTION CON L’EVASORE CATTIVO

Togliere il diritto di voto agli evasori? «È un’idea, senz’altro. Ma, a mio parere, bisognerebbe anche lavorare sulla rappresentazione che si dà di queste persone nei mezzi di comunicazione. Ci vorrebbero delle fiction o dei programmi televisivi in cui si spiega chiaramente che non si tratta di persone da imitare, ma di ladri che, non versando la propria quota di tributi, innalzano quella di tutti noi e impediscono allo Stato di erogare servizi decenti. Sarebbe bello che la Rai e il servizio pubblico ci facessero un pensierino…». Manager della comunicazione e presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri ribadisce che «i messaggi lanciati all’opinione pubblica, positivi o negativi, possono orientare scelte decisive, a volte per intere generazioni. E anche la scuola può fare molto».

Allora, per ribaltare il luogo comune sugli evasori-furbi bisognerebbe iniziare dall’asilo?

Forse dall’asilo no, ma dalle elementari sì. Il modo di rappresentare la realtà è importante. E bene ha fatto il premier Monti a sottolineare che chi evade non è un furbo, è un ladro, perché sottrae risorse al benessere di tutti.
E la tv? In molte famiglie, è lei la vera “scuola” dei ragazzi.
La tv dovrebbe farsene carico. E non solo con qualche spot pubblicitario che dipinge l’evasore come un losco parassita dalla barba incolta. Magari ci vorrebbe qualche testimonial famoso…

Chi ha in mente?

Imprenditori che pagano un mucchio di imposte, come Diego Della Valle o Luca Cordero di Montezemolo. Sarebbe bello uno spot con loro che garantiscono, con un sorriso sincero, che pagare le tasse è utile e necessario.

di V.R.S.

Il filosofo

ANTISERI: TROPPO POCO, CI VORREBBE LA GALERA

«Niente diritto di voto per un periodo di tempo limitato? Come proposta è interessante ed avrebbe, e lo dico davvero, anche un valore morale. Ma ho un timore…». Quale? «Che a certi grandi evasori quella sanzione non faccia né caldo né freddo: loro già se ne fregano dello Stato e del bene comune, cosa vuole che gliene importi di non andare a votare… Io sarei anche più drastico: tu sei un ladro, come ben sostiene il presidente Monti, ergo restituisci il maltolto e, se hai evaso davvero tanto, ti fai anche un po’ di galera». Docente universitario e autore di manuali, saggi e articoli, Dario Antiseri è un raffinato studioso della filosofia del linguaggio. Ma sulla vexata quaestio dell’evasione, non va per il sottile: «Non è uno sfizio o un gesto volontario pagare le tasse. Fa parte del patto di cittadinanza: la sanità costa, la sicurezza pure, l’istruzione e la giustizia anche…».

Beni di tutti…

Già. E perciò tutti debbono contribuire, non solo gli onesti, ai quali tocca perfino l’onta di essere presi in giro dagli evasori».

L’alibi di molti è: «Non pago le tasse perché sono troppe».

È un leit motiv che sale d’intensità quando sprechi o ruberie da parte delle amministrazioni pubbliche suscitano indignazione. Ma non vale da alibi: le tasse debbono essere pagate. E, ad esse, deve corrispondere un oculato impiego delle risorse da parte dei politici.

Spesso non è avvenuto…

Purtroppo. Ma ciò non giustifica gli evasori. E comunque i contribuenti onesti possono non dare la preferenza a governanti scialacquatori.

E così torniamo alla questione del voto.

Già. Avrebbe un valore morale, ripeto, ma a livello pratico meglio recuperare il maltolto e un po’ di galera.

di V.R.S.

Ranucci (Pd)

ORA UNA NORMA SIMBOLO, IL PARLAMENTO SI MUOVA

«Pensi, sono appena uscito da una libreria. E la proprietaria mi ha rincorso per strada per darmi lo scontrino. Monti e Befera hanno fatto un grande lavoro, specie dal punto di vista culturale. Ma sono anch’io convinto che una norma-simbolo aiuterebbe gli italiani a capire che l’evasione è un’aberrazione assoluta. D’altra parte è storia: come popolo, cambiamo abitudini sbagliate quando veniamo toccati nel vivo. La provocazione di Pizzetti perciò va nella direzione giusta…».

Raffaele Ranucci, imprenditore-senatore del Pd, apre alla possibilità di togliere il diritto di voto a chi ruba risorse allo Stato. «A settembre dobbiamo metterci subito intorno a un tavolo con i colleghi degli altri gruppi parlamentari. Quando c’è volontà politica la soluzione tecnica si trova».

Ma lei paga volentieri le tasse?

Quando la tassazione interviene sugli utili delle mie aziende, provo orgoglio perché mi sento realizzato come imprenditore, come datore di lavoro e cittadino. Poi ci sono alcuni aspetti del sistema fiscale che obiettivamente ostacolano lo sviluppo e vanno alleggeriti. Ad esempio, se assumo un cuoco per 2200 euro al mese, il mio costo aziendale è di 64mila. Ecco, un intervento sul cuneo fiscale andrebbe nella direzione dell’equità. E anche uno sull’Irap.

Parte del Paese pensa che non pagare sia da furbi…

Vede, un alibi si è infilato nella mentalità comune: “Non dobbiamo dare soldi ad uno Stato che ruba e spreca”. È vero che ci sono distorsioni, ma per qualcuno è diventata una copertura per nascondere i propri egoismi. Bisogna far capire che quei 230 miliardi che mancano all’appello sono ospedali, scuole, strade. È il futuro dei nostri figli.

Proponga altre misure…

Ristoratori e commercianti siano obbligati ad accettare bancomat e carte di credito, in cambio di un calo delle commissioni. Anche nei locali intorno ai Palazzi della politica tanti si rifiutano per non essere tracciati. E si investa su pagamenti on-line e via telefono.

Quanto dà lei al fisco?

La mia ultima dichiarazione è di 700mila euro. Se consideriamo tutte le mie imprese, verso diverse centinaia di migliaia di euro. E ripeto, ne sono orgoglioso.

di Marco Iasevoli

Jannone (Pdl)

SUBITO PROPOSTE AD HOC, CON UN OCCHIO ALLA CARTA

«Ritengo che sia giusto farlo e che si possa certamente prevedere. Certo, resta da stabilire il quantum, cioè la soglia di evasione al di sopra della quale far scattare la sanzione della privazione dei diritti elettorali. Ma, ripeto, ragionandoci sopra con attenzione, a settembre si potrebbe presentare una proposta di legge ad hoc, magari bipartisan». Deputato del Pdl alla quarta legislatura e presidente della “Cartiere Paolo Pigna SpA”, Giorgio Jannone è favorevole all’idea lanciata ieri su Avvenire dal costituzionalista Francesco Pizzetti: «Ho letto quell’intervista e sono d’accordo…».

Perché?

Intanto, anche storicamente, fin dall’antica Grecia si può rintracciare l’esistenza di una relazione fra il corretto versamento delle tasse, e dunque il contributo alla gestione della collettività, e l’esercizio del diritto di voto. Con forme a volte eccessive, come nelle plutocrazie, dove chi più pagava più contava politicamente.

Forse ciò convincerebbe qualcuno a pagare più tasse, ma certo non sarebbe auspicabile…

Lo credo anch’io. Voglio solo dire che si dava comunque un valore al versamento dei tributi rispetto al voto.

Lei quanto versa?

Dichiaro circa 500mila euro l’anno e, pertanto, verso un importo cospicuo all’erario. Ma non lo rimpiango: è un giusto contributo al mantenimento del welfare e dei servizi essenziali alla collettività.

Chi evade, invece, quei servizi li scrocca…

Già. Perciò forse sarebbe opportuno farglielo capire anche con simili misure. Ovviamente, parliamo di un diritto fondamentale e dunque un disegno di legge dovrebbe essere scritto con attenzione, fissando criteri certi e coerenti con la Costituzione e il resto dell’ordinamento. I presupposti normativi esistono…

Si riferisce alle pene accessorie che già prevedono, per alcuni reati, la privazione dell’elettorato attivo e passivo?

Esattamente. Nel nostro codice penale c’è traccia di norme, da quelle sul fallimento a quelle relative all’interdizione dai pubblici uffici, che ammettono tale possibilità.

Dunque una legge si potrebbe fare?

Sì. E a settembre ne discuteremo in concreto.

di Vincenzo R. Spagnolo

Copyright © L’Avvenire. All rights reserved