E se Mnuchin avesse ragione sul dollaro?

26 Gennaio 2018, di Livia Liberatore

Secondo un’analisi di Matthew C Klein sul Financial Times, il segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin potrebbe avere ragione sugli effetti positivi del dollaro debole per l’economia americana e soprattutto per il commercio. Klein comincia il suo commento sottolineando che dall’inizio del 2017 il dollaro si è svalutato di circa il 9% rispetto a un ampio paniere di valute e che l’entità di questo movimento non è così sorprendente, considerato che dagli anni Settanta si sono verificati spesso grandi cambiamenti di prezzo in entrambe le direzioni.

La dichiarazione di Mnuchin al World Economic Forum di Davos, in Ssvizzera, ha ricevuto molte critiche, per esempio quelle del comitato editoriale del Wall Street Journal. Ma secondo Klein, le previsioni finanziarie sulle valute sono particolarmente imprevedibili. Un metodo suggerito è guardare come le aspettative sulla crescita cambiano nel tempo:

“L’idea di base è che i Paesi con migliori prospettive di crescita a lungo termine dovrebbero attirare capitali da quelli con prospettive peggiori. I cambiamenti in queste prospettive relative dovrebbero apparire come variazioni del tasso di cambio”.

Questo metodo spiega più o meno, secondo Klein, il recente declino del dollaro, soprattutto nei confronti dell’euro. Alla fine del 2015 , la Federal Reserve credeva che l’economia dell’America sarebbe cresciuta di circa il 2% nel lungo periodo e che il tasso ufficiale appropriato sarebbe stato del 3,5%. Nel 2016 le aspettative sono state ridimensionate, la crescita di lungo periodo è stata rivista all’1,8% e la previsione del tasso ufficiale è stata ridotta al 3%. Dal dicembre 2017, la Fed ha ridotto le previsioni sul tasso di interesse al 2,75% pur mantenendo invariate le previsioni di crescita.

In pratica, spiega Mnuchin, le persone pensano che le prospettive di crescita a lungo termine per l’America siano peggiorate rispetto all’Europa. Questo:

“potrebbe quindi influenzare le decisioni di investimento degli americani e degli europei, che a loro volta si rifletterebbero attorno al tasso di cambio”.