E ORA SI LITIGA SUL «DOGMA» DI MAASTRICHT

14 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Dimenticare «il dogma di Maastricht». Tra le tante riflessioni
dell’intervista-fiume di Corrado
Passera rilasciata al direttore
del Sole-24 Ore Ferruccio De
Bortoli, questa ha avuto l’effetto
di un sasso lanciato nello stagno.
L’ad di Intesa suggerisce al
governo una terapia d’urto: 50
miliardi all’anno di spesa pubblica
per alcuni anni. «Non si può
non tener conto del debito pubblico
– ammette – ma 50 miliardi all’anno,
se investiti bene, possono
evitarci prolemi dieci volte
più grandi».

I consensi non sono mancati. A
partire da Vittorio Terzi di
McKinsey (la «casa» d’origine di
Passera), per arrivare al banchiere
Ettore Gotti Tedeschi e al presidente
di Federchimica Giorgio
Squinzi («la produzione e la finanza
– dice – vivranno il momento
peggiore tra febbaio e marzo»)
che suggerisce una moratoria di
2-3 anni. Pure Gian Marco Moratti,
presidente di Saras, fa notare
che «le regole non valgono per
tutta la vita».

«Sono molto preoccupato dalle
crescenti richieste di liberarci dai
criteri fissati- replica a distanza il
professor Marco Vitale -. Quando
partì Maastricht fui tra i critici
dei parametri finanziari che giudicavo
rozzi e rigidi. Ma ora giudico
queste richieste una terribile minaccia
per noi e i nostri figli». Sulla
stessa lunghezza d’onda è Guido
Rossi. «Per quanto mi riguarda
– dice – l’invito, che è anche
una calda raccomandazione, è di
stare molto attenti. Dichiarazioni
del genere finiscono per alimentare
un clima di contrapposizione
tra l’Europa politica e quella monetaria.
E non è un bel risultato».

Pure Giancarlo Abete e Fabrizio
Palenzona, per tornare ai banchieri,
non nascondono le loro riseve.
Resta il fatto che la crisi ha
investito «il dogma» su cui si è basata
la politica italiana degli ultimi
vent’anni.

Intanto Tremonti, in partenza
per il G20 di Washington, cerca
di sdrammatizzare. In Italia, ha
detto a Londra in una sosta del
viaggio per il G20 di Washington,
«la crisi c’è, più un unico vero
punto di debolezza: il debito pubblico.
Ma ci sono vari fattori di forza:
quattro milioni di imprenditori;
il risparmio elevato delle famiglie,
un sistema sociale che tiene,
margini di manovra che possano
essere utilizzati da un governo
che non vuole distruggeremareagire
alla crisi». Senza toccare
Maastricht. Almeno per ora.

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