E’ INIZIATA LA CRISI. NO, L’ ECONOMIA USA TIENE BENE

13 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – L’ unica certezza è il nervosismo dei mercati. Per il resto non c’è accordo fra gli esperti su come leggere le statistiche che dovrebbero far capire lo stato di salute dell’economia e della finanza americane e mondiali. Secondo i pessimisti, è appena iniziato lo scoppio della bolla immobiliare negli Usa (e anche in altri Paesi), che provocherà l’atterraggio brusco degli States e del resto del mondo, dando il «la» a una nuova fase di ribasso per Wall Street e per le altre Borse. Gli ottimisti ribattono che invece l’attuale crisi è simile a quella della primavera dell’anno scorso, quando i mercati crollarono a maggio per poi risalire robustamente dall’estate in poi.

«Questo non è un eccesso temporaneo di volatilità e turbolenza come è stato nelle primavere 2005 e 2006, ma è frutto di un vero e serio rischio di hard landing degli Usa – ribatte Nouriel Roubini , economista capofila del fronte di chi vede nero e animatore del sito www.rgemonitor.com -. I mercati finanziari stanno reagendo ai dati fondamentali che mostrano un’economia Usa seriamente indebolita e alla dipendenza dell’economia globale dal ciclo americano. Quindi questo è l’inizio di una massiccia caduta dei listini dopo un periodo di eccessiva liquidità, bolle in diversi settori e sottovalutazione dei rischi». Secondo Roubini tutto parte dal mercato immobiliare americano, dove i prezzi hanno smesso di salire e in diverse aree sono già in discesa: la costruzione di nuove case e le vendite sono «in caduta libera» e i prezzi crolleranno per altri tre anni.

La «recessione della casa» ha già iniziato a contagiare altri settori, dall’auto a tutta l’industria manifatturiera. Le difficoltà delle finanziarie che fino a ieri hanno erogato mutui, e prestato soldi anche a clienti a rischio, sono comuni a molte altre banche e scateneranno una stretta creditizia generale. Le famiglie, che non possono più usare la casa per estrarne soldi (con i finanziamenti garantiti dalle ipoteche), taglieranno i consumi. Il petrolio a 60 dollari, pur inferiore ai massimi dell’anno scorso, è caro in questo clima di debolezza economica e produrrà ulteriori effetti negativi. La Federal Reserve (Banca centrale Usa) abbasserà il costo del denaro, ma questo non garantirà di evitare la recessione: il taglio dei tassi dal 6,5 all’1% non ci riuscì nel 2001.

«Le aspettative degli investitori per il taglio dei tassi della Fed potranno alimentare un temporaneo rally delle Borse, ma alla fine le azioni crolleranno – continua Roubini -. Tipicamente l’indice S&P500 scende del 28% durante una recessione Usa. Ma tutti i tipi di investimenti rischiosi saranno sotto pressione, dai mercati emergenti alle obbligazioni ad alto rendimento, comprese le materie prime. L’unico impiego sicuro saranno i titoli di Stato, meglio se non americani, perché anche il dollaro crollerà». Infine Roubini invita a prepararsi a una crisi finanziaria globale, simile a quella scatenata nel 1998 dal fallimento dell’hedge fund Ltcm. Spaventati? Per consolarvi si può ricordare che Roubini prevede gli stessi disastri già da qualche anno. E che altri la pensano molto diversamente.

«Il rallentamento dell’economia è in corso, ma una recessione appare ancora improbabile», sostiene per esempio Jason Trennert , analista di Strategas research , citando come prova l’ultimo Libro Beige pubblicato dalla Fed. Il rapporto, che disegna un quadro geograficamente variegato della situazione economia degli States, mostra che in parecchi distretti i prezzi immobiliari sono calati e continuano a scendere, ma in altri si sono invece stabilizzati e il fenomeno riguarda il mercato residenziale, mentre quello commerciale continua a crescere.

Sempre secondo il Libro Beige , il mercato del lavoro è piuttosto tirato: in diversi distretti c’è carenza di lavoratori qualificati e si registra un modesto aumento dei compensi, non tale però da causare pressioni inflazionistiche. Le ultime statistiche governative sull’aumento mensile dei posti di lavoro – più 97.000 in febbraio – sono tutt’altro che un segnale di recessione, ribadisce Trennert.

«Per capire dove andrà la Borsa, bisogna ricordare i dati fondamentali, che sono i tassi d’interesse e i profitti aziendali – spiega l’analista -. I rendimenti dei Treasury bond sono sempre molto bassi, attorno al 4,5% sia per i titoli decennali sia per i biennali. E i profitti continuano a crescere, 5,4% quest’anno, anche se non al ritmo elevatissimo (10% e oltre) degli anni scorsi. A questi livelli il prezzo delle azioni dell’indice S&P500 è solo 14,9 volte gli utili del 2007. Valutando che un rapporto equo sarebbe di 17 volte, c’è spazio per un aumento dei prezzi del 15%».

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