E GREENSPAN
USCI’ DI SCENA
(PER IL MOMENTO)

18 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Come nelle migliori telenovelas, vista anche la notevole confusione
operativa e di scenari, vale forse la pena riassumere quanto accaduto sui
mercati nelle puntate precedenti. L’ingrato Greenspan, che
dimenticando il debito di riconoscenza verso l’Amministrazione Bush si era
permesso di lanciare un serio allarme sullo stato dei conti pubblici, come
previsto è uscito presto di scena: i problemi strutturali da lui toccati
interessano forse politici ed economisti, ma molto meno gli operatori di
mercato, abituati a confrontarsi con scenari a brevissimo respiro.

Nell’immediato ci sono questioni molto più urgenti di cui occuparsi. Il
greggio, per esempio, in mano ad una famigerata banda di speculatori
attivi sui futures, che ieri, sfidando la legge di gravità della domanda e
dell’offerta, ha voluto addirittura forzare le quotazioni al rialzo,
nonostante l’aumento delle quote OPEC annunciate in mattinata. E’ vero, la
mossa del cartello nel breve legittimava solo lo sforamento già in atto
nelle quote, ma per il futuro segnalava anche la volontà del cartello di
tenere sotto controllo i prezzi, garantendo un crescita costante
dell’offerta.

Ma facendo leva sul forte aumento della domanda globale,
anche a fini precauzionali (le scorte stanno salendo su livelli record, e
non solo in Paesi come la Cina), i biechi “speculatori” hanno coinvolto
nel loro gioco anche gli investitori istituzionali, sempre più convinti di
dover allocare una porzione del portafoglio a lungo termine anche su
commodity ed energia (non a caso i futures a dieci anni sul greggio ora
segnalano quotazioni superiori ai 40 dollari il barile, in forte e
continua crescita rispetto ai livelli dei mesi scorsi).

La psicosi è tale
che i pretesti per il rialzo sfiorano il ridicolo: come ieri, quando si
attribuiva il movimento alla forte diminuzione delle scorte di benzina
USA, a fronte del netto aumento di quelle di greggio. I problemi legati
all’industria della raffinazione, soprattutto in Nordamerica, poco o nulla
hanno a che vedere con l’offerta e le quotazioni della loro materia prima,
la cui larga disponibilità sui mercati è un fatto indubbio. Ma come
temevamo già ieri, un altro segnale tecnico di allarme sui grafici del
greggio avrebbe potuto forzare l’accesso all’area inesplorata dei 60
dollari il barile, con tutti gli effetti del caso su Borse e reddito fisso
(minore crescita e qualche concomitante pressione al rialzo sui prezzi, lo
scenario più ostico per gli addetti ai lavori).

A peggiorare l’umore sull’azionario, e a vantaggio del reddito fisso, in
discreto anche se precario recupero, hanno contribuito anche il dato sulla
produzione industriale USA di febbraio e l’allarme utili lanciato da
General Motors. Due elementi che hanno agito in maniera combinata:
l’attività di febbraio (+0,3% a livello complessivo) ha infatti avuto il
sostegno cruciale del comparto auto, rimbalzato del 5,1% dopo il -1,5% di
gennaio. Ex auto l’attività complessiva sarebbe invece rimasta al palo,
dopo il +0,2% del mese precedente. Ma proprio in quel momento da General
Motors è giunto un serio allarme sull’andamento del 2005: per gli utili,
ora visti in calo di oltre l’80% sulle precedenti stime aziendali (da 4-5
dollari per azione a 1-2 soltanto), con un primo trimestre in rosso (-1,5
dollari per azione, 850 milioni di dollari di perdita in valore assoluto),
anzichè in pareggio o lieve utile come previsto, e per la produzione,
tagliata del 10% nel trimestre in corso e del 12% nel prossimo, a causa di
minori vendite in Nordamerica e di una maggiore competizione sui prezzi.

Il titolo ha così perso il 14%, mettendo sotto pressione l’intero comparto
(con effetti anche in Europa, dove in mattinata era già stato annunciato
un calo del 4% delle immatricolazioni di febbraio) e i suoi bond sono
stati bersagliati dalle vendite, a causa dell’ulteriore revisione al
ribasso dell’outlook di S&P, che è ora ad un solo passo dal dichiararli
junk. Con l’effetto ulteriore di creare un po’ di ansia sul comparto dei
titoli obbligazionari ad elevato rendimento e spostare liquidità su quelli
governativi, caratterizzati da minor rischio emittente.

In ogni caso, se
l’auto frenerà l’attività industriale dei prossimi mesi, lo scenario per
l’economia rischia di scivolare sempre più verso il temuto rallentamento.
Una prospettiva che dovrebbe agevolare la ripresa dei bistrattati
Treasuries, e di riflesso anche del Bund, che ha recuperato lo scivolone
legato alle solite psicosi di aumento dei tassi da parte della BCE. Per le
Borse, invece, di nuovo dubbi sulla questione chiave della crescita.

Ultimi punti, il dollaro e i tassi USA, gli altri due tormentoni di questa
fase: alla buona nuova dei rinati afflussi di capitale di gennaio,
comunicata martedì, ieri si è subito sovrapposta la cattiva notizia che il
saldo delle partite correnti 2004 era sprofondato a quota 666 mld di
dollari, il 6,3% del PIL USA, un +25% sul disavanzo 2003, che allora aveva
un’incidenza del 4,8% sul PIL. Non si tratta certo di una novità, ma la
rinnovata consapevolezza che il dollaro debole (ha perso quasi il 50% dal
maggio 2002 contro l’euro e il 22% contro lo yen) non abbia giovato
affatto ai conti ha rimesso in moto i venditori di valuta USA, annullando
buona parte del precedente recupero.

Quanto ai tassi, oggi John Berry, il
noto esperto del FED-pensiero (esistono anche queste figure…) ha scritto
che a suo autorevole avviso la Banca Centrale continuerà a giudicare
“misurato” anche a margine dell’incontro del prossimo 22 marzo
l’aggiustamento di politica monetaria necessario per riportare i tassi ad
un livello di neutralità. Una questione per voi magari bizantina, ma che
in realtà significherebbe proseguire sulla strada attuale, senza
accelerazioni o cambiamenti di rotta dettati da scenari più allarmanti del
previsto. Secondo Berry, molti membri del Comitato della Fed vorrebbero
alzare i tassi ancora nei due successivi incontri, quelli di inizio maggio
e fine giugno, raggiungendo così quota 3,25%, a loro avviso ormai prossima
a quel livello neutro visto come obiettivo dell’istituto; e che quindi in
seguito la FED potrebbe seguire gli sviluppi sul fronte macro
eventualmente astenendosi da altri costanti rialzi.

Un altro messaggio
rassicurante che dovrebbe aiutare i Treasuries a trovare un nuovo
equilibrio nell’area 4,30-4,60% di rendimento sulla scadenza decennale
(ora siamo scesi al 4,48%) e quelli sul Bund nell’area 3,60-3,80% (qui
siamo tornati al 3,67%, sempre sulla stessa scadenza).