E’ ANCORA
IL PETROLIO

30 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

La legge sul petrolio adottata questo mese dal traballante governo iracheno è praticamente una fotocopia del piano delle “Opzioni” inizialmente concepito in Texas molto prima che l’Iraq venisse “liberato”. La guerra in Iraq è andata esattamente secondo il piano di Houston. Quindi dimenticate l’ingenuo stracciarsi le vesti su un conflitto andato fuori controllo.

Quattro anni fa, i carri armati cominciavano a muoversi per quella che il Presidente Bush originariamente aveva battezzato “Operation Iraqi Liberation” – O.I.L.

Non vi sto prendendo in giro.

E fu quattro anni fa che, dalla Casa Bianca, George Bush, dichiarando la guerra, disse: “Voglio parlare agli iracheni”. Che Dick Cheney non avesse detto a Bush che gli iracheni parlano arabo… beh, non importa. Mi aspettavo che il Presidente dicesse qualcosa tipo: “Le nostre truppe stanno venendo a liberarvi, quindi non sparategli addosso”. Invece, Bush disse agli iracheni: “Non distruggete i pozzi di petrolio”.

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Tuttavia, l’amministrazione Bush disse che la guerra non aveva niente a che fare con il petrolio dell’Iraq. In effetti, nel 2002, il Dipartimento di Stato aveva affermato – e la sua newsletter ufficiale, il Washington Post, aveva ripetuto – che l’Iraq Study Group, organizzato dal Dipartimento stesso, “nella sua lista di questioni non ha il petrolio”.

Ma adesso, siamo venuti a sapere che, malgrado si proclami solennemente il contrario, Condoleezza Rice ebbe un incontro segreto con l’ex Segretario Generale dell’OPEC, Fadhil Chalabi, un iracheno, e gli offrì l’incarico di ministro del Petrolio in Iraq. (È prassi consolidata che il Presidente degli Stati Uniti possa nominare i ministri del governo di un altro Paese se questa nomina viene confermata dal 101° Aviotrasportato).

In tutto questo battersi il petto su quanto è andata male la guerra, nessuno sembra ricordare come essa sia andata molto, molto bene – per Big Oil [espressione che indica le major petrolifere NdT].

La guerra ha mantenuto la produzione di petrolio iracheno a 2,1 milioni di barili al giorno a fronte di una produzione di oltre 4 milioni di barili prima della guerra e dell’embargo. Nel gioco del petrolio, questa è una grossa perdita. In effetti, la perdita dei 2 milioni di barili al giorno dell’Iraq equivale alla capacità di produzione delle riserve dell’intero pianeta.

In altre parole, la guerra ha provocato un’enorme contrazione dell’offerta – e a Big Oil questo piace proprio. Oggi il petrolio è a 57 dollari al barile, a fronte dei 18 dollari sotto Bill “Fate l’amore non la guerra” Clinton.

Da quando è stata lanciata l’Operazione Iraqi Liberation, il titolo della Halliburton è triplicato a 64 dollari ad azione — non, come alcuni ritengono, a causa di quei contratti per la ricostruzione dell’Iraq — briciole per la Halliburton. L’attività principale dell’ex società di Cheney sono i “servizi petroliferi”. E, come si è lamentato con me una persona che lavora nel settore del petrolio, l’ex società di Cheney è riuscita ad aggiudicarsi una grossa fetta dell’aumento dei prezzi petroliferi facendo salire rapidamente i costi delle attrezzature della Halliburton per le trivellazioni e gli oleodotti.

Ma prima di versare lacrime per Big Oil che ha dovuto dare alla Halliburton la sua fetta, lasciatemi citare il fatto che il valore delle riserve delle cinque maggiori compagnie petrolifere durante la guerra è più che raddoppiato, a 2,36 trilioni di dollari.

E il piano era questo: mettere un nuovo livello minimo sotto il prezzo del petrolio. Io ce l’ho per iscritto. Nel 2005, dopo una battaglia durata due anni con i Dipartimenti di Stato e Difesa, essi hanno dato alla mia squadra di Newsnight della BBC le “Options for a Sustainable Iraqi Oil Industry” [Opzioni per una industria petrolifera sostenibile NdT]. Ora, potreste pensare che il nostro governo non dovrebbe scrivere un piano per il petrolio di un altro Paese. Beh, il nostro governo non l’ha scritto, nonostante il marchio del Dipartimento di Stato sulla copertina. In effetti, abbiamo scoperto che il piano, di 323 pagine, era stato elaborato a Houston da dirigenti e consulenti dell’industria petrolifera.

Il sospetto è che Bush abbia fatto la guerra per prendersi il petrolio iracheno. Non è vero. Il documento, e registrazioni segrete di coloro che erano a conoscenza del piano, hanno reso chiaro che l’Amministrazione voleva assicurarsi che l’America non prendesse il petrolio. In altre parole, mantenere sotto controllo la produzione di greggio dell’Iraq – e in questo modo mantenere alto il prezzo del petrolio.

Naturalmente, il linguaggio era molto più sottile di “Tagliamo la produzione di petrolio irachena e facciamo salire i prezzi”. Invece, il rapporto utilizza il linguaggio tecnico dell’industria ed eufemismi che esigono che l’Iraq rimanga un membro ubbidiente del cartello OPEC e si attenga ai limiti di produzione – le “quote” – che tengono su i prezzi petroliferi.

Il piano di Houston, la cui attuazione sarebbe stata imposta da un esercito di occupazione, avrebbe “migliorato il rapporto [dell’Iraq] con l’OPEC”, il cartello petrolifero.

E questo è indubbiamente il motivo per cui Condoleezza Rice aveva chiesto a Fadhil Chalabi di farsi carico del Ministero iracheno del petrolio. Come ex capo dell’OPEC, il cartello petrolifero, Fadhil era un beniamino di Big Oil, certo di garantire che l’Iraq non avrebbe mai permesso che il mondo scivolasse di nuovo nell’epoca Clinton di prezzi bassi e bassi profitti. (Mentre stavo facendo le ricerche per la BBC, l’ex capo dell’unità della CIA che si occupa di petrolio mi disse di essersi incontrato con Fadhil riguardo al petrolio su richiesta di Bush. Fadhil di recente ha protestato con la BBC. Ha negato l’incontro con l’emissario di Bush a Londra, perché, ha fatto osservare, quella settimana si stava incontrando in segreto a Washington con Condi!)

Fadhil, per inciso, rifiutò l’offerta di Condi di dirigere il ministero iracheno del Petrolio. Alla fine, il ministero venne dato ad Ahmad Chalabi (che appartiene alla stessa tribù di Fadhil): uno che era stato condannato per bancarotta fraudolenta e idolo dei neo-con. Ma qualunque Chalabi sia nominalmente a capo dell’industria petrolifera irachena a Baghdad, gli ordini vengono da Houston. Infatti, la legge sul petrolio adottata questo mese dal traballante governo iracheno è praticamente una fotocopia del piano delle “Opzioni” inizialmente concepito in Texas molto prima che l’Iraq venisse “liberato”.

In altre parole, la guerra è andata esattamente secondo il piano – il piano di Houston. Quindi dimenticate l’ingenuo stracciarsi le vesti su un conflitto andato fuori controllo. La Exxon-Mobil ha registrato un profitto record di 10 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre, il maggiore di qualsiasi corporation nella storia. Missione compiuta.

Greg Palast, giornalista d’inchiesta di prestigio internazionale, ha denunciato scandali, frodi, corruzione e bugie nei più alti centri di potere, dalla Casa Bianca alle multinazionali americane. Conosciuto in Gran Bretagna come il più grande giornalista investigativo del nostro tempo, le inchieste di Greg Palast hanno vinto premi BBC e ‘Guardian papers of Britain’. In Italia ha pubblicato “Democrazia in vendita” (Marco Tropea Editore, 2003). Il suo ultimo libro, best seller del ‘New York Times’, è Manicomi armati – Chi ha paura del lupo Osama Edizioni Nuovi Mondi Media.

Fonte: Osservatorio Iraq
Fonte originaria: GregPalast.com
Traduzione a cura di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq.
Pubblicato da: NuoviMondiMedia.