E’ ACCORDO TRA BANCHE E FIAT

28 Maggio 2002, di Redazione Wall Street Italia

Il presidente di Ifi-Ifil, Umberto Agnelli, ieri mattina a Torino ha sbrigato le formalità dell’assemblea Ifil con assicurazioni su Fiat e parole ferme contro “gli sciacalli” che lanciano rumors sulla salute di Giovanni Agnelli.

Ma il loro pensiero era alla trattativa in corso con i rappresentanti di tre delle quattro maggiori banche italiane più esposte verso Torino, Intesa Bci, Sanpaolo e Banca di Roma, più Bnl e un paio di grandi banche internazionali.

La notizia, nel pomeriggio, è che le banche avrebbero raggiunto un’intesa di massima, mostrando di credere nella capacità di Fiat di uscire dalla crisi senza ricorrere a misure straordinarie sul capitale della società.

In altre parole, impegno più stringente sulle dismissioni, operazioni su una parte molto ingente del debito costituito dagli incentivi finanziari all’acquisto di veicoli, affiancamento costante al Lingotto da parte del “comitato di crisi” bancario, ma, per il momento almeno, nessun colpo di scena con trasformazione secca di debito bancario in azioni Fiat, e conseguente discesa della famiglia Agnelli sotto il 30 per cento del capitale della holding.

Il mercato ha reagito male, Fiat ha perso il 6 per cento, poco meno le banche. I grandi fondi, e la speculazione che da settimane hanno “puntato” il titolo, credono poco all’accordo.

Sono dell’idea che quando Fiat Auto da sola ha bruciato quasi un miliardo di euro tra 2000 e 2001, fronteggiato dalla ricostituzione del capitale pochi mesi fa, e altri 500 milioni di euro in tre mesi del 2002, i casi sono due: o gli azionisti Fiat (Agnelli oltre il 30 per cento, Generali il 3,3, Mediobanca il 3, Sanpaolo il 2,8, Fondiaria il 2,5, i libici poco oltre il 2) prendono una decisione sul comparto che brucia liquidità, oppure sono i soci stessi che devono cambiare, con il corposo ingresso di qualcuno che in Fiat porti mezzi freschi e strategia nuova.

A giudizio di molti analisti le misure sin qui annunciate per “far cassa” non bastano e dunque verrà quell’abbassamento del rating del debito Fiat, 20 miliardi di euro con le banche e 14 di obbligazioni, che per Fiat sarebbe un’ulteriore mazzata.

La Borsa teme il ripetersi di operazioni come quella Italenergia-Edison annunciata la scorsa settimana, in cui per abbattere 4 dei 7 miliardi di euro del polo energetico si ricorre ai soci di minoranza, alle banche e al mercato, e Fiat tira fuori solo 39 milioni di euro in liquido.

Se in teoria il mercato vuole questo, a non volerlo però sono gli attuali azionisti Fiat, il sistema politico nazionale che ha lanciato molteplici segnali della disponibilità a sostenere l’attuale assetto, le banche creditrici che non desiderano vedere i propri crediti trasformarsi in quote di salvataggio, la Banca d’Italia dietro la cui sorveglianza l’intera operazione sta avvenendo, e che intende evitare sia esposizioni improprie, sia altrettanto impropri intrecci banco-industriali.

Da questo schema, fino a ieri almeno, restavano fuori Unicredit e Mediobanca. Quest’ultima, forte del recente riavvicinamento con Giovanni Agnelli prima che si recasse per le sue cure a New York, ha idee più “radicali” su come intervenire finanziariamente e su quale nuovo equilibrio realizzare in Fiat Spa.

La memoria va al maxi aumento di capitale del 1993, che salvò Torino ma allontanò – prima temporaneamente, poi per sempre – Umberto dalla successione a Giovanni Agnelli ai vertici del Lingotto.

Per Umberto Agnelli, che da vent’anni guida con buoni risultati la diversificazione finanziaria della famiglia, la contingenza è amara. Persa la sfida nel ’76 quando chiamò Carlo De Benedetti, nell’80 quando divenne senatore Dc, nell’88 quando Cesare Romiti ebbe ragione dell’“umbertiano” Vittorio Ghidella, poi nel ’93 quando il nuovo patto di sindacato made in Mediobanca lo escluse dalla successione, orbato dalla tragedia di Giovanni Alberto anche della possibilità che fosse suo figlio a reggere il timone industriale, due anni fa, ai tempi dell’accordo con General Motors, egli fu il portavoce, tra i 128 membri della famiglia, dei più convinti a por termine al falò finanziario per sostenere periodicamente l’auto.

Quando a dicembre saltò la testa di Roberto Testore, disse che in “sei mesi” bisognava tirare le somme. La “sua” Ifi-Ifil, insieme a Gerardo Braggiotti, aveva pensato per Fiat a un polo energetico, del cui indebitamento si è detto, a uno delle tlc che è fallito, unendo Edisontel, Ipse e Atlanet, e a uno assicurativo Toro-Fondiaria, sventato da Mediobanca.

Oggi, è proprio sulle spalle di Umberto, che da anni non nasconde la sua disillusione, che cade il duro compito di difendere ancora le prerogative nell’auto della famiglia.

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