DOSI PROGRESSIVE DI PESSIMISMO (ANTI-SILVIO?)

24 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Ecco, qui di seguito, una fotografia, in bianco e nero, dell´Italia imprenditoriale di fine 2008. Il racconto è quello di un consulente aziendale che, per professione, gira nel mondo delle piccole e medie imprese: «Fino a poco tempo fa quando parlavi con un imprenditore sentivi sempre qualche lamentela (fisco, operai, dollaro eccetera). Però la cosa che ti colpiva di più era l´orgoglio di conquistare mercati, la voglia di investire, la grinta nell´insistere nel lavoro più difficile del mondo».

«Oggi è tutto diverso. Da dopo l´estate, se incontri un capo azienda, lo vedi frustrato, confuso, dispiaciuto, amareggiato. Giorni fa uno di loro mi diceva che la mattina, quando si sveglia, ha un costante buco nello stomaco, una sensazione di vuoto attorno a se, un senso di smarrimento totale. Gli chiedi il perché e ti risponde che gli ordini – anche dei clienti più fedeli da anni – sono improvvisamente crollati, che i clienti non pagano, che i fornitori sono «alla canna del gas», che i dipendenti si lamentano di non arrivare alla fine del mese».

«In effetti la crisi finanziaria ha messo in moto un meccanismo infernale per cui non girano più i soldi. Gli operai nei cantieri edili sentono che il ritmo del lavoro è molto rallentato perché di case non se ne vendono più. I mobilieri della Brianza hanno in molti casi interrotto la produzione perché nei negozi di arredamento non entra più nessuno (ma la stessa cosa accade in quelli di abbigliamento). Anche i produttori di scarpe di Parabiago, che negli ultimi due o tre anni avevano aumentato produzione e collezioni, trainati da un mercato russo che sembrava non avere limiti, oggi hanno le macchine ferme e gli operai in cassa integrazione, perché quel mercato è crollato ancor più velocemente rispetto a quando era decollato. Non parliamo poi di tutto l´indotto dell´automobile, visto quello che si legge, da General Motors a Toyota, dalla Fiat alla Bmw. Ecco perché il nostro imprenditore ha il buco allo stomaco e non sa che pesci prendere».

«L´unica cosa che sa di dover prendere sarebbero dei soldi. Ma è proprio qui che comincia il difficile. I soldi dei clienti, ormai, ormai ritardano settimane. E così pagare stipendi e fornitori sta diventando un esercizio acrobatico. Esercizio che non sempre riesce. I clienti a loro volta soffrono: i negozi sempre più vuoti, le esportazioni che non tirano. E le banche ritirano le linee di credito. E questo è in effetti il primo motore della crisi.

Le banche, non avendo più soldi loro stesse per le enormi stupidità che hanno fatto negli anni scorsi, finanziando magari con miliardi di euro gente che non ha creato nemmeno un posto di lavoro, stanno togliendo linfa al sistema produttivo ed ormai revocano fidi, limitano lo sconto delle fatture e, soprattutto, cercano ogni strada per non prestare più soldi alle imprese. Quello che fino a ieri era il loro mestiere, il mestiere delle banche (prestare soldi), oggi è la loro angoscia. La priorità è tappare i buchi che si sono create nei bilanci. Di dare soldi in giro non se ne parla proprio».

«Cosi l´impresa soffre come forse mai aveva sofferto nel dopoguerra, il circuito delle merci è molto più lento e qualcuno teme che, per molte imprese, se continua cosi per qualche altro mese la crisi sarà irrimediabile, i fallimenti esploderanno e centinaia di migliaia di persone finiranno per strada. O in cassa integrazione. Tra l´altro gli aiuti statali in Europa per ora sono nelle chiacchiere dei politici più che nel sistema delle imprese e la sensazione di molti è che, se non si torna in fretta ad oliare i meccanismi, serviranno a poco.

Quello che tuttora sfugge a molti è che l´unico sistema che negli anni ha prodotto valore aggiunto è il sistema delle imprese che, con la loro opera di trasformazione, generano ricchezza vera. Non quella delle banche o dei servizi, che in fondo sono solo sistemi collaterali. Ed hanno già sottratto troppo».

«Se si interrompe la catena del valore aggiunto nessuna economia è in grado di reggere, il sistema implode. Per cui le banche devono assolutamente sbrigarsi a ridare fiducia e soldi alle imprese, lo stato deve immediatamente pagare quei miliardi di debiti fiscali che ha con le imprese – il solo credito Iva ha ormai assunto dimensioni abnormi – e gli imprenditori si devono convincere che il loro mestiere non è finito. Anzi che come in molti altri momenti di recessione ci possono essere tante opportunità».

Questo racconto non ha bisogno di commenti. Voglio sotto sottolineare due aspetti. Il primo consiste nel fatto che la crisi, per ora in gran parte sotterranea, perché la gente cerca di arrangiarsi, è vicina a esplodere e potrebbe essere gravissima. La seconda è che il cuore di questa crisi sta nelle banche, nel loro essere quasi scomparse come finanziatrici del sistema imprenditoriale, insomma del mondo delle aziende.

Se fino a ieri eravamo alle perse con il fenomeno delle famiglie che non arrivano alla quarta settimana del mese, adesso abbiamo anche le imprese che non arrivano alla quarta settimana del mese. In qualche caso nemmeno alla terza: e questo perché nessuno fa più loro credito.

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