DOPO I CALI, WALL STREET SOGNA IL RALLY D’AUTUNNO

3 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – L’ estate è una stagione insidiosa per Wall Street. Secondo il vecchio adagio «vendi in maggio e vattene via» gli investitori dovrebbero starne alla larga. I tre mesi estivi spesso vedono un volume ridotto di scambi e un calo generale degli indici. I peggiori scivoloni estivi negli ultimi 20 anni sono stati nel 1990 con -13,6% (prima guerra del Golfo; recessione), nel 1998 con -7% (crisi finanziaria della Russia), nel 2001 con -21,9% (post Bolla) e nel 2002 con -14,5% (bancarotta di WorldCom, la maggiore nella storia Usa). Ma nel 2003 e nel 2006 le estati sono state più generose con gli investitori, offrendo loro rialzi rispettivamente del 4,1% e 5,3%. E l’anno scorso, nonostante lo scoppio della crisi dei mutui subprime, da fine giugno (inizio dei problemi di Bear Stearns) a fine settembre Wall Street non è andata in rosso (+0,2%).

Come saranno il prossimi tre mesi e, in generale, la seconda parte del 2008? Il primo semestre è stato negativo con un calo dell’11% dell’indice Dow Jones e del 10% sia per l’S&P500 e il Nasdaq. Ma i risultati sono stati molto diversi settore per settore: dal crollo del 50,8% per le aziende dell’elettronica di consumo al +65,8% dei produttori di carbone. Un segno che proprio in un mercato difficile si possono trovare buone occasioni.

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I risparmiatori più avventurosi possono guardare ai settori dei consumi non di base e ai titoli finanziari, dove le scommesse al ribasso sono molto pesanti per la paura della recessione e dei buchi nei bilanci delle banche.

«Il livello delle posizioni negative su questi due settori è tale da suggerire che forse è eccessivo — fa notare Jason Trennert di Strategas research partners —. Un po’ di rafforzamento nei dati economici, l’umore degli investitori super pessimista e le valutazioni ragionevoli delle azioni possono essere gli ingredienti di un cocktail per un rally estivo di Wall Street».
Il rapporto prezzo/utili delle 500 società dell’indice S&P viaggia oggi attorno a 17,2 e, se si escludono i titoli finanziari, è pari a 16,2, una valutazione appunto ragionevole, ma non sufficiente a giustificare una nuova fase di rialzo di Borsa se non si raffredda l’inflazione, avverte Trennert.

Anche Tobias Levkovich , responsabile delle strategie azionarie Usa di Citi , crede che i prezzi delle azioni americane oggi siano piuttosto attraenti: il 17% inferiori al valore equo calcolato in rapporto ai rendimenti dei bond a rischio zero e al premio storico per il rischio di Borsa. Ma secondo Levkovich un rally sostenibile non può avvenire quest’estate ed è invece probabile che inizi più tardi verso fine anno, dopo una nuova fase di ribassi.


«Quest’anno l’andamento della Borsa è fatto a W — aggiunge Levkovich —. Forse abbiamo cominciato a scendere nella seconda V. Le stime della media degli analisti per gli utili dei prossimi trimestri sono troppo alte, in particolare per i settori industriali e delle materie prime; e quando saranno riviste al ribasso Wall Street toccherà nuovi minimi».

Lo strategist di Citi però non vede tutto nero. Anche se l’America fosse all’inizio di un periodo di stagflazione — stagnazione più inflazione — non è detto che il mercato finanziario debba andar male. Anzi, durante i periodi di stagflazione dagli anni 70 a oggi (1970, ’74-’75, ’80, ’82 e ’91), l’indice S&P500 in media è cresciuto del 6% (con un massimo del 18,8% nell’80 e un calo del 10,7% nel ’74-’75), mentre i prezzi di oro e petrolio sono di solito calati, contrariamente a ciò che si aspettano molti investitori.

«Molti credono che l’attuale scenario sia simile al 1990-1991 per la crisi immobiliare e finanziaria, i rincari petroliferi, le pressioni geopolitiche e il dollaro debole — osserva Levkovich —. Se fosse vero, gli investitori azionari dovrebbero rallegrarsi, perché durante la stagflazione del ’91 l’S&P500 è salito del 12,4%, mentre dovrebbero preoccuparsi quelli che puntano sul petrolio, calato del 26% nello stesso periodo».

A spingere per un rally di fine anno dovrebbero esserci proprio le quotazioni petrolifere in calo per il rallentamento dell’economia globale e un nuovo impegno della Cina a combattere la propria inflazione. I settori preferiti dagli analisti di Citi sono banche-assicurazioni-servizi finanziari diversificati, i semiconduttori, la distribuzione commerciale, la farmaceutica e biotecnologia, i trasporti.

I comparti sottopesati sono l’energia, i beni capitali, le utilities, i materiali, l’auto, l’immobiliare, l’hardware tecnologico e la distribuzione alimentare.

Raccomandazioni molto diverse vengono da Standard & Poor’s , che prevede difficoltà per tutto il mercato e in particolare per le azioni a larga capitalizzazione, a causa dello svanire degli effetti dello stimolo economico, oltre alle pressioni inflazionistiche e l’atteso rialzo dei tassi da parte della banca centrale Usa.


«Consigliamo di sovrappesare i titoli tecnologici, le cui valutazioni scontano già la recessione, e il comparto dei materiali, che di solito fa bene quando prevalgono i timori di inflazione — dice Sam Stovall , capo strategist di S&P —. Siamo neutrali sul settore dell’energia, perché crediamo che il prezzo del petrolio calerà. E sottopesiamo i titoli della salute e le utilities, le cui prospettive di profitti non sembrano all’altezza delle aspettative di mercato».

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