DOLLARO:
RIPRESA
O FUOCO DI PAGLIA?

10 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Queste prime settimane dell’anno sono state caratterizzate dal rialzo del dollaro rispetto all’euro e al franco svizzero. La convinzione degli operatori è che siamo all’inizio di una vera e propria inversione di tendenza del biglietto verde. Questa tesi viene sostenuta con alcuni dati di fatto e con alcune ipotesi. Il dato di fatto è che la differenza tra i tassi di interesse tra le due sponde dell’Atlantico giocano a favore del dollaro. Infatti i tassi a breve americani sono ora al 2,5% mentre quelli di Eurolandia sono fermi al 2%.

Questo differenziale è inoltre destinato a crescere poiché la Federal Reserve ha più volte comunicato di voler continuare ad aumentare il costo del denaro, mentre le precarie condizioni economiche di Eurolandia fanno prevedere che la Banca centrale europea dovrà attendere ancora parecchio tempo prima di toccare il livello dei tassi. Il differenziale dei tassi non è comunque l’unico fattore che spinge molti a sostenere che la ripresa del dollaro sarà duratura.

Secondo loro vi sarebbero almeno altri due motivi: una svolta politica dell’amministrazione americana e le buone prospettive di crescita dell’economia statunitense. Indubbiamente, sembra profilarsi un significativo riorientamento della politica economica dell’amministrazione Bush, che può essere sinteticamente descritto in questo modo: a Washington non si trascura più il problema dei deficit gemelli (deficit federale e deficit commerciale). La proposta di bilancio presentata dal presidente, anche se deve passare il vaglio del Congresso, si propone di ridurre il disavanzo statale. D’altro canto, sembra essere stata anche abbandonata la scelta di far scivolare il valore del dollaro, di fronte all’evidenza che la sua svalutazione non ha prodotto alcun miglioramento del disavanzo commerciale statunitense e che di fronte al pericolo che un ulteriore indebolimento del dollaro avrebbe intaccato ulteriormente le già deboli condizioni di salute delle economie europea e giapponese.

Quindi, si sostiene, il secondo quadriennio di Bush alla Casa Bianca sarà dedicato a risanare gli squilibri economici americani che pesano sul tasso di cambio del dollaro e, si aggiunge, ciò avverrà in un contesto di crescita sostenuta dell’economia statunitense. Quindi, differenziale dei tassi, cambiamento della politica americana e prospettive di crescita degli Stati Uniti migliori di quelle di Giappone ed Europa spingono alcuni a ritenere che il rialzo del dollaro non sia un fuoco di paglia. Tutto appare logico e chiaro, ma in realtà non lo è affatto.

L’indebolimento del dollaro è il riflesso di un disavanzo commerciale che continua a lievitare e che si traduce in un debito estero destinato a diventare insostenibile sia economicamente sia politicamente per gli Stati Uniti. D’altro canto, la tendenza all’aumento di questo disavanzo non verrà intaccata dalle misure di risparmio prospettate da Bush. Quindi, le prospettive sono essenzialmente due. La prima è che continui a reggere il tacito accordo tra Asia e Stati Uniti, in base al quale gli americano mantengono aperto il loro mercato all’export asiatico, mentre le banche centrali asiatiche continuano a finanziare il disavanzo estero americano.

In questo caso la ripresa del dollaro è in realtà solo un rimbalzo destinato a precedere una nuova caduta. La seconda alternativa è che invece gli americani siano disposti a frenare la loro crescita economica per ridurre la loro fame di importazioni. A quest’ultima eventualità ha fatto cenno a Londra anche il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che di sfuggita ha detto che vi è una stretta correlazione tra l’andamento del disavanzo commerciale e quello del mercato immobiliare americano.

In altre parole, Greenspan ha detto che raffreddare il mercato immobiliare, che oggi è il principale motore della continua crescita dei consumi delle famiglie statunitensi e quindi della crescita dell’intera americana, porterebbe ad una riduzione del deficit commerciale. Questa ipotesi, ventilata da Greenspan, sembra avallata dalla previsione generalizzata che la Federal Reserve porterà entro la fine dell’anno i tassi di interesse al 3,5% e dalla reazione dei mercati dei capitali dove la discesa dei tassi a lungo termine sta a testimoniare non solo che non si teme l’inflazione, ma che si prevede un forte rallentamento dell’economia statunitense.

Le dimensioni del disavanzo commerciale americano e le difficoltà di un suo risanamento inducono a ritenere che sia ancora presto per scartare l’ipotesi che l’attuale ripresa del dollaro non sia in realtà altro che un significativo rimbalzo.

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