Dialogo sulla riduzione della sovranità

1 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Wall Street Italia ha cominciato a pubblicare una serie di dialoghi, dove traspare un elemento nuovo: per sopravvivere a questa drammatica crisi che ci attanaglia, conteranno sempre piu’ ironia, cultura, buon senso.

I dialoganti, Mauro Scarfone e Filippo La Porta hanno percorso strade assai diverse, che si sono incrociate perché entrambi sono appassionati di musica, vicini di casa con figli nella stessa scuola, e accomunati dalla stessa passione civile, da cui il libro “Sono io a non capire l’economia, o è l’economia a non capire me?”, da poco in libreria per l’editore Portaparole.

Mauro e Filippo sono “convinti che in una democrazia normale i cittadini, per prendere consapevolmente le loro decisioni, devono essere informati sulle questioni economiche”. Da qui nasce l’idea di collaborare a WSI. I due si cimentano nella ‘mission impossible’ di far diventare comprensibile una disciplina per i più “esoterica”, commentando la situazione economica italiana in forma di dialogo, prolungamento delle loro “conversazioni del cappuccino”. Ecco il secondo. Il primo si intitolava Dialogo tra due persone normali su come sopravvivere alla crisi economica

Sovranità in conflitto?

Mauro Scarfone: Filippo, voglio sfidarti sul tuo terreno, le parole, il discorso. Domenico Parisi* è molto critico sull’uso del linguaggio ordinario nella scienza, e in particolare nelle scienze umane e sociali,

Filippo Da Porta: per converso, Giorgio Lunghini** invita a diffidare dell’uso della matematica nelle stesse scienze sociali….

M: è vero, ma il discorso economico è veramente pieno di ambiguità; si è appena concluso il Festival dell’Economia, dedicato a “Sovranità in conflitto”. Sovranità, forse la parola più ambigua di tutte. Dà l’idea di qualcosa che sta sopra, ma, come ognuno è “terrone” rispetto a qualcun altro, ogni sovranità è relativa, e mi sembra che troppa relatività non faccia bene al concetto di sovranità, tanto da renderlo insignificante e inutile.

L’ambiguità raggiunge il suo acme quando si parla di sovranità in economia (lo spiega bene ai giovani F. Galimberti sul Sole24ore del 16 giugno). Al proposito, ti racconto una piccola storia. Nella seconda metà degli anni ’70, l’Italia attraversò una crisi finanziaria gravissima, dovette ricorrere a un prestito del Fondo Monetario e quindi obbedire a strette regole di politica economica e finanziaria, inclusa una manovra restrittiva pari al 2 per cento del Pil, quindi del tutto comparabile con l’uno-due che ci hanno appioppato Tremonti e Monti. Dovette inoltre subire, sottostare alle ispezioni periodiche dei “men in black” del Fondo.

Eppure, allora l’euro non esisteva, l’Italia aveva la “sovranità monetaria”, poteva stampare lire, proprio quello che molti invocano come una cura per i nostri mali. Ma era veramente “sovrana”? Non secondo la Treccani, in quanto “per economie piccole e aperte, in presenza di cambi flessibili e di libertà dei movimenti dei capitali, la sovranità monetaria è severamente limitata”. E, fuori dall’euro, l’Italia rimarrebbe comunque un’economia piccola e aperta, in presenza di cambi flessibili e di libertà dei movimenti dei capitali. E poi, entro uno stato ‘soit disant’ sovrano, chi è sovrano? Il popolo è sovrano?

F: già, il popolo è davvero sovrano, almeno in democrazia? Me lo chiedo spesso. Da un certo punto di vista non esiste una sovranità assoluta. Prendi la sfera individuale. Neanche io sono sovrano di me stesso. Ricordi Freud: l’io non è padrone neanche a casa propria. Però il riconoscimento dei molti condizionamenti cui sempre si è sottoposti dato che ci troviamo in relazione con gli altri, non può impedirci di definire uno spazio, limitato ma inalienabile, di libertà. Torniamo alla polis.

Credo che il popolo preso com’è, diciamo allo stato grezzo, è bue (pensa a sondaggi e adunate), e cioè totalmente succube di manipolazioni, riflessi di emotività, infatuazioni, persuasioni occulte, mentre se questo stesso popolo si raccoglie in associazioni, circoli, organismi di base, e riesce a discutere e a informarsi, non è più bue, ma anzi composto da cittadini (una cosa che aveva capito bene Tocqueville ragionando sulla democrazia americana). Pensa che un articolo del famigerato Patriot Act di Bush, che consentiva alla Cia di controllare i libri presi in prestito, fu impugnato dall’associazione bibliotecari in quanto violava la privacy e poi abrogato.

M: Verissimo, il popolo (altra parola da usare con le molle) se vuole esercitare la sua sovranità non può limitarsi a votare ogni 5 anni. Nel 1950 il giovane Kenneth Arrow dimostrò un teorema di impossibilità: non può esistere un sistema di votazione che rispetti semplici requisiti di equità e di rappresentatività delle preferenze degli elettori (Arrow nel ’72 vinse il premio Nobel, ma non per questo risultato sconcertante). Quindi una vera scelta consapevole non può prescindere da una continua discussione in cui i cittadini possano convincersi l’uno con l’altro ed arrivare ad una concezione condivisa di quale sia il bene comune, perché la battaglia degli interessi contrapposti non ha un vincitore.

Continuando con l’ambiguità della parola sovranità, parliamo della Sovranità del consumatore: la definizione della Treccani é “Situazione di mercato in cui il complesso dei beni prodotti da un sistema economico è determinato dalle preferenze dei consumatori”
e pur nella sua brevità contiene ben due entità indefinibili, “preferenze” e “consumatori”; a me sembra che, ben prima che possiamo fare la spesa, molte decisioni siano state già prese .

F: e poi la Treccani, che citi, si riferisce alle “preferenze dei consumatori”. Ma, caro Mauro, noi non siamo soltanto consumatori. Il punto è che attraverso le associazioni, così care a Tocqueville, i consumatori diventano cittadini, persone attive, critiche, responsabili. Le loro “preferenze” cambiano, sono più mature. Ti lancio ora un tema per un’altra puntata: e se attraverso la discussione non si arrivasse alla concezione condivisa di un bene comune? E se si manifestasse comunque una pluralità di opinioni e punti di vista, e dunque il prevalere di un’opinione sarebbe comunque percepito dagli altri come coercitivo? Habermas ritiene che la comunicazione tra gli esseri umani “libera dal dominio” (come precisa) non può portare che ad una, e una sola, verità condivisa. Ma c’è qui forse un peccato di razionalismo.
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M: a me sembra che le decisioni saranno comunque opera di una minoranza, nel caso migliore di una minoranza di cittadini attivi. Si tratta di ampliare il più possibile questa minoranza, una minoranza che non può attivarsi solo quando vengono toccati i suoi interessi più immediati.

F: se gli elettori fossero consapevoli di quali e quante, soprattutto quante, sono le ipotesi su cui si fondano gli slogan programmatici dei partiti che votano, e dell’incertezza sui loro effetti a medio lungo termine, sarebbero molto più prudenti nel dar loro fiducia. Ha ragione Domenico Parisi a non fidarsi delle parole, che in economia (ma anche in moltissimi altri campi) si trasformano facilmente in slogan, in scorciatoie del pensiero, in ideologia. E anche se, occorre ripetere, noi esseri umani non abbiamo a disposizione molto altro…

* Le sette nane Liguori Napoli 2008

** “Forma matematica e contenuto economico” in Bellanca, Dardi, Raffaelli Economia senza gabbie. Studi in onore di G. Becattini Il Mulino, Bologna 2004

Mauro Scarfone e Filippo La Porta hanno scritto “Sono io a non capire l’economia, o è l’economia a non capire me?”, da poco in libreria per l’editore Portaparole, “convinti che in una democrazia normale i cittadini, per prendere consapevolmente le loro decisioni, devono essere informati sulle questioni economiche”. I due si cimentano nella mission impossibile di far diventare comprensibile una disciplina per i più “esoterica” commentando la situazione economica italiana in un breve volume in forma di dialogo, prolungamento delle loro “conversazioni del cappuccino”.

Mauro Scarfone, economista aziendale, è nato al Cairo e vive a Roma. Ha studiato economia a Roma, al Centro di Specializzazione di Portici ed alla Rutgers University nel NJ grazie a un Fulbright Grant. E’ stato assistente del Presidente dell’Istat, nello staff del Ministro del Tesoro Andreatta e del Ministro del Commercio con l’Estero Ruggiero, economista petrolifero all’Eni poi, fino alla fine della sua carriera nel 2009, nel Financial Risk Management dell’Eni. Ha scritto sul commercio estero dell’Italia, sulle professioni emergenti, sui prezzi del petrolio, sui rischi finanziari. E’ stato docente in vari corsi di Master sui temi del rischio finanziario e dei sistemi di controllo.

Filippo La Porta, critico e saggista, è nato a Roma, dove vive. Collabora a quotidiani e riviste, tra cui il “Domenicale” del “Sole24ore”, “Il Messaggero”, l”Espresso”. Nel 2007 ha vinto una Fulbright per la ricerca con soggiorno di 6 mesi a New York. Collabora regolarmente a RadioTre. Tiene corsi di scrittura presso università (Luiss, Cagliari, etc.), Istituto Europeo del Design, Società Dante Alighieri. Ha scritto, tra l’altro, La nuova narrativa italiana, Bollati Boringhieri 1995, Maestri irregolari, Bollati Boringhieri 2007, Dizionario della critica militante (con Giuseppe Leonelli), Bompiani 2007, Meno letteratura, per favore, Bollati Boringhieri, 2010, Un’idea dell’Italia. La cronaca nazionale nei libri, Aragno, 2012, Pasolini, Il Mulino, 2012