DI LEGALE NON CI E’ RIMASTA CHE L’ ORA

28 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

E’ giusto fare di tutto per salvare un sistema in grave crisi,
ma nessun piano Marshall può prescindere da contrappesi
di natura sportiva: si penalizzerebbe chi le tasse le ha pagate

Per una di quelle maliziose coincidenze che legano, talvolta, gli snodi salienti del calendario alla storia del Paese, la scorsa notte è scattata l’ora legale. Nulla di clamoroso, se agganciato all’esercizio manuale di regolare gli orologi. Un evento straordinario, se colleghiamo il termine, «legale», al periodo che attraversa il calcio, le ore del quale si misurano, da anni, con le inchieste della magistratura e gli slogan dei protagonisti: tagli ai salari e alle rose, lo Stato non può abbandonarci, piena fiducia nella giustizia.

Non è stata una settimana allegra. Prima l’allucinante crasi del derby romano, poi il dietro-front di Berlusconi in materia di spalma-Irpef, quindi la notizia di Petrucci, Carraro e Matarrese indagati e, fresca fresca, la prospettiva che lo spalma-Irpef torni sul tavolo, riveduto e corretto. Lunedi’, a Milano, si radunano gli stati generali. Mercoledì è l’ultimo giorno utile per presentare le credenziali economiche all’Uefa: o almeno così dovrebbe essere. Carraro è convinto che, in un modo o nell’altro, ce la faranno anche Lazio, Parma e Roma. Già, in un modo o nell’altro: ecco qua l’unica terapia che sappiamo proporre. Il nostro matrimonio con le regole continua a basarsi su un numero boccaccesco di scappatelle, di corna. Bene ha fatto il presidente Ciampi a ricordare, da Budapest, che non si tratta di «un’emergenza straordinaria»: lasciamoli all’ultrà Veltroni, questi toni, queste sparate.

È il rispetto della legge che deve fungere da bussola, non il bacino d’utenza e neppure la tiratura. Dal doping farmacologico (c’è di mezzo la Juventus, non una squadretta) al doping amministrativo: chi sbaglia, paga. All’estero non ne possono più dei nostri trucchi. Dal momento che la crisi è estesa e riguarda il 60 per cento delle società di serie A e B, si faccia pure di tutto per salvare il salvabile, senza, però, perdere di vista i diritti di quei club che hanno pagato le tasse e anteposto il bilancio alla ragion di piazza.

Nessun piano governativo o federale può, dunque, prescindere da un contrappeso di carattere squisitamente agonistico: dalla bocciatura europea alla retrocessione di almeno una categoria in caso di fallimento, alla penalizzazione in classifica. Guai se il lodo Petrucci si limitasse a traghettare il titolo sportivo al netto di sanzioni specifiche. Lungi dall’agevolare il risanamento, moltiplicherebbe le tentazioni dei dirigenti dissipatori.

Non c’entra l’istinto forcaiolo. C’entra, se mai, il dovere di essere giusti. La paura dell’ordine pubblico costituisce un alibi da repubblica delle banane. A proposito. Sono stati scarcerati i tre tifosi che, domenica scorsa, avevano contribuito a far sospendere Lazio-Roma. Il giudice ha così motivato la decisione: non minacciarono i giocatori e non furono loro a creare la tensione, diffondendo la notizia falsa del bambino ucciso da un’auto della polizia. Agli inglesi, per ribadire il fermo, sarebbe bastata l’invasione di campo. Da noi, viceversa, siamo già alle scuse. Di legale, non ci resta che l’ora. Sino a quando non ci tarrocheranno anche questa come una fidejussione qualsiasi o una passeggiatina qualunque.

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