DEL DOPPIO SACRIFICIO DELL’AMERICA

15 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato sia le spese per la guerra sia gli aiuti da destinare ai paesi più direttamente coinvolti, come la Turchia e il Kuwait. Il piano era stato proposto da Bush, ma i senatori lo hanno ampliato di 4 miliardi di dollari, cosicché esso è ora di circa 80 miliardi.

Nello stesso tempo, con il voto non solo di democratici ma anche di una parte non trascurabile dei repubblicani, è stato ridimensionato, eccome, il programma decennale di tagli fiscali, proposto dalla Casa Bianca, che passa da 726 miliardi di dollari a 350. Era stato abbassato a circa 500 dalla Camera, ma il Senato non ha ritenuto che questa riduzione bastasse, dati i costi immediati della guerra e della sicurezza interna.

Il ridimensionamento dei benefici fiscali è stato, così, superiore ai nuovi stanziamenti imposti dalla guerra. Anche perché, già prima del conflitto iracheno, il Senato riteneva eccessivo il deficit pubblico – valutato in un 4-5 per cento del prodotto lordo – che il piano fiscale di Bush avrebbe provocato. Ma un così massiccio intervento sui conti pubblici si spiega solo con i costi del conflitto. Il quale, va ricordato, potrebbe comportare oneri non solo per il bilancio 2003-2004, ma anche per il successivo, perché le truppe americane non potranno lasciare l’Iraq prematuramente.

La connessione fra la riduzione degli sgravi fiscali promessi da Bush e questi impegni è chiara a tutti. E nell’ultimo sondaggio del Wall Street Journal il 49 per cento degli intervistati approva il sacrificio imposto dalla Casa Bianca. Due americani su tre, poi, approvano pienamente la guerra preventiva contro Saddam Hussein (non però altre guerre), mentre sette americani su dieci ritengono indispensabile la spesa di 60 miliardi di dollari in tre anni per la rinascita dell’Iraq, rinascita che appare oggi la sfida maggiore.

I contribuenti americani non appaiono turbati dal sacrificio che sono chiamati a fare. Lo dimostra il fatto che la popolarità del presidente Bush non è mai stata così alta: il 71 per cento approva la sua condotta, solo il 23 per cento è contrario. Il consolidamento della sicurezza interna e l’ampliamento delle aree di democrazia hanno un costo. E la gente negli Usa lo sa.

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