DEFLAZIONE, COLPA DELLE BANCHE CENTRALI?

25 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

In queste settimane, sia in Europa che negli Stati Uniti, si sente parlare
sempre più di rischi di deflazione. Anche la Bce ha riconosciuto formalmente
che questo rischio esiste. Lo ha fatto introducendo una revisione formale
della propria strategia di politica monetaria, in particolare nella
definizione di «stabilità dei prezzi».

Letteralmente si legge che «nel
perseguire la stabilità dei prezzi la Bce si pone l’obiettivo di mantenere
tassi di inflazione vicini al due per cento nel medio-periodo». La sostanza
è nei dettagli. Finora si era sempre parlato di «tassi di inflazione al di
sotto del due per cento». Nelle intenzioni della Bce, la nuova formula
«vicini al due per cento» sarebbe sufficiente a generare un margine di
sicurezza rispetto ai rischi di deflazione che stanno emergendo.

Dopo aver vinto la loro lunga guerra contro l’inflazione degli anni Settanta,
Ottanta e Novanta, è possibile che in realtà siano le stesse autorità
monetarie (e non per esempio gli effetti dell’economia post-bolla finanziaria)
le vere responsabili dei rischi di deflazione odierni? Le crisi petrolifere
degli anni Settanta avevano segnato una svolta. Per la prima volta, la
riduzione dell’inflazione diventava l’obiettivo primario della politica
economica dei paesi industrializzati.

In particolare, indurre i mercati e i
consumatori ad aspettative di bassa inflazione si era rivelato uno strumento
indispensabile per la credibilità dei programmi anti-inflazionistici. In
quest’ottica vanno lette le esperienze degli anni Ottanta e Novanta, con
aperture senza precedenti nella trasparenza e nell’indipendenza delle banche
centrali.

Paradossalmente, il successo e la lezione di quegli anni rischiano di
diventare oggi una difficile eredità per la politica monetaria. L’annuncio e
il tenace perseguimento di politiche anti-inflazionistiche hanno generato nel
lungo periodo aspettative di bassa inflazione che sono andate al di là degli
obiettivi delle banche centrali. Nel breve periodo, questo è stato un bene
perché la politica monetaria non ha dovuto offrire al pubblico una
definizione quantitativa di stabilità dei prezzi, ma ha potuto semplicemente
far leva sull’argomentazione intuitiva che l’alta inflazione fosse un male.

Tuttavia, quando con gli anni Novanta l’aumento dei prezzi è tornato sotto
controllo, le aspettative di politiche anti-inflazionistiche hanno avuto un
effetto boomerang che ha spinto le economie di molti paesi sull’orlo della
deflazione. Capire che l’esperienza anti-inflazionistica degli anni Novanta
nasconde una pericolosa asimmetria nel conseguimento di uno stabile livello di
inflazione è fondamentale per elaborare oggi una politica monetaria che
prevenga nuove spirali dei prezzi, in entrambe le direzioni. Di qui la
lezione.

Mentre in periodi di elevata o media inflazione stabilire obiettivi
simmetrici di inflazione è sostanzialmente irrilevante, tale esigenza si fa
cruciale quando l’inflazione raggiunge valori molto bassi. È questa la nuova
sfida per le autorità monetarie. La Bce è chiamata a dare una risposta
chiara e risolutiva che faccia tesoro delle esperienze del passato.

Con una
crescita rallentata e deboli segnali di ripresa, i mercati europei hanno
bisogno di ancorare le proprie aspettative di stabilità dei prezzi a un
riferimento numerico che assegni la stessa importanza al rischio di inflazione
ed al rischio di deflazione. A questo punto, il fatto che la dirigenza della
Bce abbia mosso un passo solo timido e confuso nel riconoscere l’esistenza di
un rischio di deflazione, potrebbe rivelarsi addirittura controproducente.

Poiché gli operatori e i mercati sanno che le revisioni della strategia di
politica monetaria non accadono di frequente, è molto facile che leggano
l’ultima mossa della Bce unicamente come un’ennesima occasione perduta.

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