DEFICIT USA E IPOCRISIE DELL’EUROPA

1 Agosto 2003, di Redazione Wall Street Italia

La popolarità di George W. Bush sta calando velocemente sulla scia di
un’economia che cresce poco. Bush padre vinse una guerra contro l’Iraq e
perse le elezioni del ‘92 perché la ripresa arrivò sei mesi troppo tardi,
suo figlio rischia di imitarlo.

Gli americani sono esigenti: dopo la crescita
spettacolare degli Anni Novanta non si accontentano più di tassi di crescita
che sarebbero benvenuti in Europa. Sarà in grado George W. di far riprendere
l’economia prima delle elezioni del novembre 2004? Difficile da prevedere,
perché facili ricette per far crescer di più un’economia non esistono.

La politica macroeconomica di Bush si basa principalmente su sgravi fiscali
che sono stati criticati dai «liberal» americani e dalla stampa di
centrosinistra europea per due ragioni. Una è che i tagli di Bush sono troppo
a favore dei ricchi; la seconda che creeranno più deficit per il governo
federale. Il primo è un punto importante di natura redistributiva (cioè chi
«vince» e chi «perde») ma vorrei soffermarmi sul secondo, cioè se i tagli
fiscali facciano crescere l’economia e sul problema deficit.

E’ curioso che in Europa molti dei critici più severi di Bush e dei suoi
tagli fiscali provengano dalla stessa parte del dibattito di politica
economica che critica il patto di stabilità europeo come troppo rigido e
causa della non crescita europea. In Europa (e in Italia) si parla spesso di
far ripartire i lavori pubblici (deus ex machina che risolve tutti i problemi)
e, più in generale, di far spendere di più lo Stato anche in violazione del
Patto di stabilità. Così l’economia ripartirebbe. Problemi di deficit (a
torto o a ragione) passano in secondo piano.

Quando l’amministrazione Bush
riduce le imposte, ecco invece che il «problema deficit» diventa critico.
Tra l’altro Bush, e di questo si parla molto meno perché non coincide con la
sua immagine di «falco», ha da poco approvato un provvedimento per il
supporto pubblico alla sanità degli anziani che creerà problemi fiscali
notevoli. Ma si sa: il voto degli anziani conta anche in America, soprattutto
in Florida, Stato dei pensionati!

Dal punto di vista della teoria economica, i tagli fiscali hanno più
probabilità di far crescere l’economia, con deficit minori rispetto agli
aumenti di spesa. Questi ultimi infatti non solo aumentano il deficit, ma
fanno prevedere al consumatore tasse future più alte per compensare le spese
stesse. Come dimostra l’esperienza del Giappone, questa aspettativa frena i
consumi. Tagli di aliquote fiscali invece non hanno questo effetto e, inoltre,
riducendo i disincentivi agli investimenti e al lavoro stimolano la crescita
in modo strutturale e permanente.

La differenza tra l’approccio «Lo Stato spenda di più» e quello «Tassiamo
di meno» ha poco a che fare con sottili distinzioni sugli effetti
macroeconomici della politica fiscale, ma è in gran parte politica, se non
filosofica. In Europa la tendenza allo «spendere di più» fa parte di quel
modo di pensare per cui se c’è un problema lo Stato deve risolverlo. Negli
Usa regna la tendenza opposta: se c’è un problema economico probabilmente è
lo Stato che lo genera, così riducendone il peso si lascia spazio ai privati
per risolvere i problemi da sé.

Criticare i tagli fiscali di Bush perché aumentano il deficit (e magari nella
frase dopo lamentarsi del Patto di stabilità) non coglie il senso più
profondo della questione. Kennedy tagliò le tasse nel ‘61-62, aumentò il
deficit e creò una crescita quasi ininterrotta fino alla crisi petrolifera
del ‘74. Reagan creò deficit enormi nei primi Anni 80 con sgravi fiscali,
ma pose le basi per la crescita spettacolare dell’economia dall’84 a oggi.
Se vogliamo criticare Bush, e motivi ce ne sono, per favore non parliamo di
deficit.

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