Debito pubblico, perchè l’inflazione è la tassa occulta per ripagarlo

25 Aprile 2022, di Leopoldo Gasbarro

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il debito pubblico sta scendendo grazie all’inflazione. Nel 2021 l’Italia ha recuperato 56 miliardi di debito pubblico. Ma visto che i conti pubblici migliorano grazie all’inflazione vuole dire che parte di quei 56 miliardi li abbiamo pagati noi. Ed è appena cominciata, nel DEF previste 39 miliardi di nuove entrate fiscali.

 Inflazione e debito pubblico

Scende il debito, scende il rapporto con il Pil, ora al 150% dopo che nei mesi scorsi aveva anche superato il 160%.  Ma se il pubblico ride, il privato (cittadino) piange. L’inflazione che vola ed i tassi che la BCE tiene ancora a zero, non fanno altro che trasferire ricchezza dal privato al pubblico.

Così mentre le nostre casse si svuotano il Debito Pubblico scende e rende più solido il bilancio statale, ma al tempo stesso rende più labili i bilanci delle famiglie. Qualche altro mese d’inflazione e di tassi a zero e il Debito Pubblico Italiano sarebbe o rientrerebbe in range decisamente più tranquilli degli attutali.

In settimana uscirà il nuovo dato dell’inflazione che nessuno prevede più bassa. Qualunque sarà il dato con cui ci dovremo confrontare ormai è chiaro di come le banche centrali stiano allungando i tempi per i rialzi dei tassi per fare in modo che il debito di tutti i paesi in difficoltà possa ritornare entro valori accettabili.

Del resto la distanza tra tassi ufficiali ed inflazione non è mai stata così grande. Ma è proprio questa distanza a fare in modo che i cittadini che sono remunerati a tassi zero sia con i salari sia con le rendite sui risparmi, ma spendono al valore dell’inflazione corrente, si ritrovino a pagare tutta la differenza.

Intanto è la CGIA di Mestre con il suo ufficio studi ad evidenziare le sempre maggiori difficoltà dei cittadini italiani. Nel loro documento si legge testualmente:

“Secondo il DEF1 , lo Stato italiano nel 2022 incasserà 39,7 miliardi di imposte e contributi in più rispetto l’anno scorso. Questa previsione, segnala l’Ufficio studi della CGIA, ovviamente non può tener conto delle conseguenze che il Covid e la guerra russo-ucraina potrebbero provocare nei prossimi mesi. Tuttavia, se la stima fosse confermata, segnaliamo che una parte di questo incremento di gettito sarebbe riconducibile anche al forte aumento dell’inflazione… Insomma, è in arrivo la tassa occulta dell’inflazione.

Il rialzo dell’inflazione al 6,7% a marzo rappresenta per il Codacons una “tragedia” e rischia di avere effetti pesanti sui consumi degli italiani. Lo afferma l’associazione dei consumatori commentando i dati Istat sull’inflazione, e stimando una maggiore spesa fino a +2.674 euro annui a famiglia a causa della fiammata dei prezzi.

Insomma, tasse patrimoniali occulte e prezzi alle stelle. Se non si interviene sul serio andremo incontro a situazioni molto complicate anche dal punto di vista sociale.

La mancanza di materie prime sta mettendo a soqquadro le filiere produttive che proprio per questo stanno riducendo ritmi di lavoro e volumi di scorte. Sono a rischio 180mila aziende con almeno tre addetti e la bellezza o la bruttezza di 1,4 milioni di posti di lavoro.

E i numeri appena citati fanno già parte del passato perchè quelli veri devono ancora venire e dipenderanno dalla durata della guerra. Intanto la vita va avanti ma costerà sempre di più.

L’Ansa fa sapere che a risentire delle preoccupazioni del mercato sono in particolare i tassi fissi, l’Eurirs, detto anche Irs, indice di riferimento dei mutui a tasso fisso, ha subito una vera e propria impennata passando ad esempio per i mutui a 20 anni dallo 0,60% di inizio gennaio agli attuali 1,69%.

Chi accende oggi un mutuo a tasso fisso per l’acquisto della prima casa si ritrova così tassi finali più elevati in media dello +0,50% rispetto a chi ha avviato un finanziamento a gennaio: una differenza che, tradotta in soldoni, sfiora i +9.000 euro complessivi di spesa finale sul mutuo.