Dalla Germania alla Padania: lo spettro del referendum anti-euro

13 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Uno spettro s’aggira per l’Europa, lo spettro del referendum sul futuro dell’euro e dell’Unione. Conservatori bavaresi e liberali di Stoccarda e di Berlino hanno lanciato l’idea, in Italia l’hanno raccolta ed elogiata il leader leghista Roberto Maroni e Beppe Grillo, e anche nel Pdl (alla Santanché ad esempio) piace. Come in un passaparola online, la richiesta di referendum passavelo ce le frontiere.

Da Stoccolma a Bratislava, dalla Prussia alla Padania, innesca un dibattito sullapolitica europea di domani, sugli strumenti per dare a un’ Europa unita più legittimità popolare ma anche più limiti al centralismo europeo. E la sensazione che ovunque o quasi nell’Unione europea gli elettori percepiscano la Ue e le decisioni dei suoi leader europei come troppo lontane da loro, spinge molti politici d’ogni colore ad associarsi alla proposta. Il referendum sull’Europa può quindi diventare un’idea bipartisan, anche se in non pochi Paesi (come in Germania) occorrerebbero modifiche costituzionali per indirlo.

I precedenti non mancano, ricordano fonti della Commissione europea a Berlino. Referendum in cui è stato chiesto agli elettori se volevano entrare o no nell’ eurozona, o se accettavano o meno tagli e sacrificip erun risanamento dei conti sovrani indispensabile a salvare l’ euro, se ne sono già tenuti. Con esiti diversi.

In Danimarca, spinti dal forte senso di certezza dell’ efficiente welfare locale e dalla voglia di non perdere a propria identità di Paese modernissimo, i cittadini votarono il no all’euro. Preferirono tenersi la corona. In Irlanda, quando il premier Enda Kenny ha sottoposto gli accordi per i tagli al responso d’un plebiscito, si è invece affermato il sì.

Nel Regno Unito, con Blair premier si pensò a un referendum su una partecipazione all’unione monetaria, poi non se ne fece nulla. «L’idea del referendum in sé non è sbagliata, ma a medio-lungo termine e per votare su passi avanti decisivi dell’integrazione o su una Costituzione europea.

Ma attenti alla formulazione delle domande», sottolinea Karl Lamers, veterano europeista della Cdu, ex consigliere di Kohl. E spiega: «Temi e domande formulati come li suggerisce il governatore bavarese, Horst Seeho fer, possono favorire i populisti», cioè un no all’Europa. Seehofer parla chiaro: il suo disegno è «un’Europa delle regioni, decentralizzata. Con noi – aggiunge – non ci saranno Stati Uniti d’Europa». La sua propo sta sembra piacere, alla Lega come a partiti euro critici dalla Svezia all’Austria.

La gente non vuole un super-Stato europeo, dice ancora Seehofer, e suggerisce i temi per le domande: la cessione di competenze e sovranità essenziali a Bruxelles; l’ammissione o no di altri Stati nella Ue; i finanziamenti tedeschi per gli altri Stati; il varo degli eurobond.

A favore di consultazioni popolari, ma più avanti, è il ministro delle Finanze federale, Wolfgang Schaeuble, forse il più europeista a Berlino.

Su una linea analoga è Sigmar Gabriel, numero uno della Socialdemocrazia (Spd), il più antico e forte partito di sinistra del continente.

In Italia, le idee tedesche hanno trovato le prime voci favorevoli. In senso anticentralista e regionalista.

«Buona l’ idea diun referendum sull’Europa e sull’ euro, ma solo se serve ad aprire le porte alla nuova Europa delle regioni », ha scritto il leaderleghista Roberto Maroni sul suo profilo Faceb o ok. Piùvo ce ai cittadini, ai Paesi reali, e meno poteri agli euro crati, sono le richieste che arrivano da forze politiche eurominimaliste.

Dai conservatori britannici al presidente cèco Vaclav Klaus, fino ai nuovi partiti populisti in Austria, Svezia e Finlandia.

Proprio per la convergenza sull’Europa delle regioni il leader della Fpo e (la forte destra radicale) austriaca, Heinz-Christian Strache definisce la Lega come il partito europeo a lui più vicino. E’ necessario dare più legittimazione democratica all’Europa: lo pensano anche voci autorevoli e moderne, come quella di Giovanni di Lorenzo, direttore di Die Zeit.

Secondo Thomas Schmid, direttore di Die Welt, la gente ha un’idea di patria, lo Stato nazionale attuale, ma «sarebbe folle voler quasi imporre agli europei una Patria europea, proposta da scrivania, autoritaria e astratta». Non meno duro Rainer Hank, sulla Frankfurter Allgemeine: «Le élites propongono un’unione politica, ma è una fantasia da poeti, è tempo di salvare l’Europa dai suoi salvatori».

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