DALL’ IMPRESA ALLA BANCA. È LA CRISI DI UN MODELLO

20 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Con qualche anno di ritardo rispetto al resto degli italiani il presidente Berlusconi ha scoperto che non c´è da “stare tranquilli” sull´andamento dell´economia. Lo ha detto, a Bari, a una platea di piccoli industriali alle prese con caduta di produttività, costo del lavoro, crisi dell´export, urgenza di crescita e di innovazione: gente che oscilla tra realismo e fantasie, tra l´accettazione del prezzo di una modernizzazione indispensabile e la nostalgia delle svalutazioni competitive, con qualche tentazione di dazi e una certa propensione a scaricare su un colpevole, sia la Cina o l´Europa, tutti i guai di cui soffre.

A queste persone affezionate al mito del “piccolo è bello”, che stanno apprendendo di dover superare il loro nanismo per non morire e sono in piena crisi d´identità e di prodotto, occorre offrire la prospettiva di un nuovo modello italiano. Il capo del governo – che ancora pochi mesi fa negava la crisi – gli ha proposto il consueto campionario della sua merce elettorale, gli impegni mantenuti, il pericolo comunista, la necessità dell´ottimismo.

Un refrain, suonato con parole ormai logore, che non riesce a scaldare la platea nemmeno con la ripetuta ricerca dell´identificazione tra imprenditori e premier-imprenditore. La fine della sintonia è storia vecchia, con gli applausi di Parma sepolti dalle critiche di Montezemolo fin dal discorso della sua intronizzazione. Ma oggi gli imprenditori confrontano slogan e realizzazioni: l´invito a non prestar fede alle “sirene della sinistra che parlano di declino” e un pacchetto-competitività, varato tra mille polemiche dopo un anno di attesa e con scarsissime risorse.

Logico che gli applausi siano deboli (come deboli, erano stati, per la verità, il giorno prima a Prodi), costellati di fischi che il premier ha voluto considerare “all´americana”.
L´intervento dal complessivo sapore elettorale (tanto da fare passare in secondo piano annunci rilevanti, anche se di complessa attuazione, come l´abolizione dell´Irap), contiene però un elemento preoccupante: la reiterazione dell´attacco all´Europa, ai suoi vincoli e ai suoi burocrati, che si salda a un´altra ossessione antieuropea espressa ieri da vari settori della maggioranza.

La doppia opa di spagnoli e olandesi su due banche italiane, Bnl e Antonveneta, ha riaperto due partite strettamente intrecciate: quella dell´innovazione del sistema bancario italiano e quella del ruolo e dei poteri del governatore Fazio. Proprio perché situata all´incrocio tra finanza e politica, mercato e burocrazia, la vicenda dev´essere esaminata con esattezza per non permettere alla sventolata bandiera dell´italianità di sfrangiarsi in un polverone.

Bnl e Antonveneta sono istituti di media dimensione, che non hanno particolari partecipazioni industriali. Sia in termini dimensionali che storici gridare all´attentato al sistema italiano è un falso.

Sarebbe allarmante invece se l´attacco fosse portato a una grande banca, a Unicredito o Intesa per esempio, con la loro presenza determinante nel capitale della grande industria, a partire da Fiat. Da un punto di vista tecnico gli specialisti ritengono che non esistano strumenti per bloccare l´opa di Bbva e Abn Amro. Invocare la “reciprocità” per arrestarla appare improprio perché non risulta che alcuna banca italiana sia stata fermata in un suo tentativo di scalata fuor dai confini.

Dal punto di vista dei clienti e dei risparmiatori c´è da ben sperare: le tariffe dei servizi bancari sono sempre più insopportabili. Una sferzata d´aria fresca non farebbe male. Nel complesso, l´iniziativa ispano-olandese dev´essere un´occasione per guardare al futuro.

Oggi, tra le prime dieci banche in Europa solo Unicredito è italiana. Un consolidamento tra istituti nazionali può renderli più forti, mettendoli nella condizione di non interpretare la parte di prede. Questa necessità viene sottolineata da chi addebita a Fazio un governo del sistema non solo miope, a partire dal blocco dell´opa del San Paolo e del Credito italiano su Comit e Banca di Roma, ma anche arroccato e autocratico, come prova la lunga querelle sui poteri e la durata del mandato e la reazione al richiamo del commissario europeo McCreevy. Le banche italiane si sono sempre prosternate davanti agli ukase del governatore. Ma con gli stranieri è un´altra storia, che si chiama mercato.

Emergono tentazioni di reazione politica. Mescolando in un unico calderone la bocciatura di Eurostat, che ha fatto imbestialire il premier, e le due opa, in un guazzabuglio populista di conti pubblici e conti bancari. Ma è augurabile che venga superata la voglia di occultare i problemi dietro l´invenzione di un nemico esterno. Berlusconi annuncia “gran battaglia”, ma l´Italia deve recuperare competitività e credibilità internazionale (che sono strettamente legate) e non può certo farlo con altri marchingegni di finanza pubblica o inventando nuovi protezionismi.

Il governo, appesantito dal macigno del debito dal quale dovremo rientrare, non può alzare troppo la voce, cercando a Bruxelles alibi per responsabilità nostrane. Montezemolo, prudente nei toni (ossessionato com´è dalla preoccupazione di essere fatto passare per un capo dell´opposizione in pectore), ha tentato di farlo capire ieri al premier. Quanto a Fazio, dovrà stare attento a non rispondere alla sfida confondendo i ruoli di arbitro e di giocatore. L´Europa ha aperto un riflettore sul caso italiano. E luce, va da sé, porta chiarezza.

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