Dall’euro segnali di fiducia su soluzione Grecia. I supporti reggono

7 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

Legnano – Default o non default? Questo è il problema. Ci stiamo riferendo chiaramente alla situazione greca, che ha visto saltare i possibili accordi sulle nuove misure di austerity durante questo week end, eppure gli effetti sui mercati sono stati quantomeno limitati.

Riassumiamo brevemente la situazione in quanto siamo sicuri che tutti voi abbiate già un’idea di come stanno andando le cose.

Sostanzialmente, la Grecia avrà in scadenza più di 14 miliardi il prossimo 20 marzo e considerando il fatto che ultimamente, dopo essere stata esclusa di fatto dal mercato del credito, il Paese riesce a reperire qualcosa soltanto sulle scadenze mensili, il significato della data appena citata appare chiaro e si capisce come mai viene associata al fallimento definitivo della Grecia.

Il termine del 6 febbraio è saltato, ma ora si ha la possibilità di trovare un accordo entro il 13 Febbraio, una deadline decisa internamente, in quanto, è vero che si ha tempo fino al 20 marzo prima di dover procedere al rimborso di quella copiosa tranche, ma questo non implica la possibilità di slittare fino a quella data con il raggiungimento di eventuali accordi. Se essi non dovessero essere trovati, la Troika non concederebbe i 130 miliardi di euro, vitali per la vita del Paese.

Papademos ha dichiarato di aver raggiunto un accordo di massa con gli altri partiti per implementare nuove misure di austerity ed il fatto che questo accordo di massima si trasformi in definitivo è quello che potrebbe mantenere la spada di Damocle appesa ancora sulla testa del Paese.

Dall’altra parte, è stato commissionato proprio dal capo del governo al ministro delle finanze il compito di redigere un report sui possibili effetti dell’uscita dall’euro da parte della Grecia.

Avremo modo nel corso di questa settimana di affrontare nuovamente il problema e di approfondire le discussioni su di esso, per ora limitiamoci ad osservare la reazione dei mercati, che come accennato in apertura, non hanno reagito in maniera pesante di fronte a questo slittamento, anzi.

Se consideriamo il fatto che venerdì, sulla pubblicazione dei NFP, la reazione è stata di forte rialzi, soprattutto sulle borse, non dobbiamo stupirci di come siano avvenute delle piccole prese di profitto sotto i livelli di resistenza.

Considerando anche l’effetto sulla moneta unica europea, soprattutto nei confronti del dollaro americano e del franco svizzero (di cui tra poco andremo ad analizzare i livelli più interessanti), ci rendiamo conto di come i supporti principali abbiano tenuto ed interpretiamo tutti questi movimenti come una sorta di fiducia da parte degli investitori che qualcosa sul fronte greco si farà, in quanto è convinzione diffusa che non sia interesse di nessuno creare questo precedente che potrebbe portare effettivamente ad un effetto domino, a partire dal Portogallo. I prezzi, stanno scontando la possibilità di raggiungere un accordo in extremis.

La scusa di continuare a fornire scadenze decisionali vicine l’una con l’altra, in modo tale da tenere i mercati “tranquilli” nel momento in cui non si raggiungono degli accordi ai primi meeting, sembra funzionare ancora. Vedremo per quanto. Un’ultima nota dobbiamo riservarla al dollaro australiano, che questa notte ha vissuto un bel balzo in avanti a causa del fatto che la RBA non ha ritoccato a ribasso i tassi di interesse (si stimava una probabilità del 75% di assistere a questo taglio).

Le parole degli statement accompagnatori sono state tutto sommato abbastanza dovish e questo ci fa pensare come non sia assolutamente escluso un taglio in futuro (come ammesso dalla stessa banca), nel momento in cui si dovesse rendere necessario un supporto all’economia e si volesse mantenere l’inflazione su livelli bassi (ora siamo al 2.5% ma nei due prossimi trimestri dovremmo scendere).

La situazione tecnica del cambio eurodollaro, nonostante gli aumenti di volatilità dei giorni passati, non sembra mutare particolarmente rispetto a quanto visto da due settimane a questa parte. Dal 25 di gennaio scorso, infatti, i prezzi sono racchiusi all’interno di 200 punti di range: i due livelli di estremità sono 1.3230 come resistenza, mentre il livello di supporto inferiore si trova a 1.3030, livello che ieri i prezzi hanno toccato, con grande precisione, per la seconda volta nel giro di una settimana esatta. Dalla rottura di questo range ideale potrebbe giungere un segnale di ripresa di trend. Se in extremis dovessero arrivare notizie distensive dalla Grecia la direzione sarebbe in salita.

Il cambio UsdJpy si muove di nuovo all’interno di un preciso range laterale dall’ampiezza davvero scarsa. È da venerdì scorso (successivamente alla salita per i buoni dati americani) che i prezzi non sono riusciti ad oltrepassare 76.85 e non sono scesi nuovamente al di sotto di 76.50. 25 pip che potrebbero indicare l’eventuale obiettivo oltre una rottura del range venutosi a creare.

L’eurojen è risalito ieri sulla scia della salita dell’eurodollaro. L’unico livello piuttosto evidente ora sul cambio è una resistenza statica che si trova poco al di sotto di 101 (100.90 per l’esattezza) e che è suggerita dai recenti massimi raggiunti dai prezzi sino dall’ultimo giorno di gennaio. Un supporto di breve è evidente a 100.40 (su timeframe inferiore all’orario), utile forse per anticipare un movimento di giornata eventualmente ribassista.

La correzione del cable dal top di 1.5880 sta evidenziando una trendline ribassista molto precisa, in grado di arrestare la ripresa per alcune volte sino da settimana scorsa. Questa linea transita a 1.5830 ed è la resistenza dinamica di giornata oltre la quale potremmo rivedere la sterlina spingersi nuovamente ai massimi da metà novembre scorso.

Il cambio EurChf si trova ancora in una situazione tecnica di possibile svolta rialzista dato che da un paio di giorni i prezzi si trovano a ridosso del livello di resistenza dinamica che oggi transita a 1.2070. Tra questo livello e 1.2075 si trova l’area che si pensa possa dare il via ad una risalita della moneta unica, utile per allentare la tensione del livello imposto a 1.20.

Il dollaro australiano mette a segno massimi sempre maggiori, all’interno del trend rialzista in atto da parecchie settimane. Ricordiamo che oltre 1.0750, superato definitivamente venerdì, notiamo un ampio spazio per una salita sino ai massimi visti a luglio scorso.

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