CUBA AL COLLASSO, SENZA UN SOLDO IN CASSA

10 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – La speranza di uscire dalle croniche ristrettezze, in questo autunno di crisi che ha affossato ancor più l’economia cubana, sono riposte nel mambì: il mitico appellativo dei patrioti che nell’Ottocento si battevano per l’indipendenza e che sarebbe in un prossimo futuro il nome della nuova moneta nazionale.

Cuba è l’unico paese al mondo che dispone di due valute. Il peso (ce ne vogliono venti per fare un dollaro) con cui vengono pagati gli striminziti stipendi integrati dalla libreta (i sussidi alimentari) per garantire un tenore appena sufficiente di vita. E il Cuc, chiamato in gergo chavito (poco più di un dollaro), l’unità monetaria creata per i turisti e indispensabile anche ai cubani per acquistare i generi non di prima necessità. Da almeno un paio di anni si dibatte sul modo di risolvere questa anomalia. L’idea è di abolire il peso e di trasformare il Cuc in mambì con una leggera svalutazione. Portando successivamente gli stipendi medi al livello dei paesi circostanti (circa 150 dollari) senza più la stampella dell’anacronistica libreta.

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Un progetto di ingegneria finanziaria che spreme le meningi degli economisti. E che è ostacolato dalle casse dello Stato ridotte allo stremo. Il calo del turismo e il crollo dell’agricoltura hanno prosciugato quasi del tutto la liquidità. Gli imprenditori stranieri stentano perfino ad accedere ai loro capitali. In un drammatico piano di contenimento delle spese è stata ridotta al minimo l’aria condizionata negli uffici pubblici e addirittura nell’aeroporto. Nelle mense dei ministeri è stata sospesa l’elargizione dei pasti sostituita da un modesto bonus in danaro. Perfino industrie prospere come quelle dei sigari e del rum risentono della recessione mondiale. E lo stesso Hugo Chavez, grande protettore di Cuba, è stato costretto per le difficoltà interne a limitare gli aiuti.

Più che sulle vaghe promesse di riforma ventilate da Raul Castro le speranze dei cubani rimangono affidate al dialogo con Obama. Il presidente americano ha sì protratto l’embargo che l’assemblea dell’Onu chiede di revocare. Ma ha capovolto la politica di Washington nei confronti dell’Avana. Ha incrementato il numero dei voli per gli esuli da Miami. Ha agevolato con il ripristino del servizio postale l’afflusso di rimesse che rappresentano una delle voci principali del Pil.

Ha alzato il livello delle relazioni diplomatiche inviando nell’isola il sottosegretario per gli affari latino americani. E per la prima volta da molti anni il responsabile dell’ufficio di interessi americano, l‘ambasciata ufficiosa che si affaccia sul Malecon (il lungomare della capitale), ha invitato a un ricevimento i dirigenti cubani escludendo la piccola colonia di dissidenti che in quei locali erano di casa durante l’era Bush. Per tutta risposta Raul ha ordinato che sparissero le scritte e i cartelli contro gli yankee. E, nell’arena antiimperialista che fronteggia l’edificio degli Usa ha ridotto le dimensioni delle bandiere nere che oscuravano le scritte e le notizie anticastriste serpeggianti su un pannello luminoso da qualche mese spento. Se Obama abolisse l’embargo si calcola che affluirebbero all’Avana almeno un paio di milioni di turisti americani l’anno.

Nell’attesa una cappa di apatia è tornata ad avvolgere Cuba nel cinquantesimo anno di una rivoluzione che ha perso ogni spinta propulsiva. Si vive alla giornata affinando contro i morsi della crisi l’antica arte di arrangiarsi. Non appassiona neanche più il mistero sulla salute sempre compromessa, ma in lieve miglioramento, dell’83enne Fidel che interviene con le sue “riflessioni” perlopiù di politica internazionale sulle colonne di Granma (il quotidiano del partito comunista di cui è ancora segretario) e riceve in tuta sportiva ospiti qualificati facendosi riprendere dalle telecamere.

All’Avana c’è un’aria stagnante che ha disperso le speranze di rinnovamento fiorite due anni dopo l’abdicazione del lider maximo dalle massime cariche dello Stato a favore del fratello settantottenne Raul. Con il cambio della guardia, che ha riportato a galla dinosauri della rivoluzione come Ramon Machado Ventura e Ramiro Valdes e messo in luce nelle alte sfere militari un genero e un nipote di Raul, i cittadini furono sollecitati a inviare suggerimenti per migliorare le condizioni economiche e sociali.

Oltre un milione di proposte pervennero nei polverosi uffici del partito, frutto di dibattiti pubblici che restituirono ai cubani il coraggio di mettere in discussione una linea politica chiusa alle aperture e arrugginita nelle scelte economiche. Ma la montagna ha partorito solo un topolino. Le liberalizzazioni di Raul si sono esaurite nel permesso di acquistare cellulari, dvd e pentole a pressione, e nella possibilità (remota per i redditi della stragrande maggioranza dei cubani) di affittare stanze nei costosi alberghi per occidentali. L’epidemia di influenza suina, che ha già causato decine di morti, deprime ancor più le aspettative. Ma il senso dell’umorismo non è mai mancato ai cubani. “Non ci spaventa”, è l’ultima barzelletta, “il virus H1N1. Da 50 anni gira il morbo F(Fidel)1R(Raul)2 e siamo ancora vivi”.

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