Crisi sistemica: Stati Uniti ed Europa sempre piu’ divisi

18 Settembre 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Oswald Spengler scrisse il best seller «Il tramonto dell’Occidente» nel 1917, ma l’Occidente che il filosofo tedesco dava per spacciato avrebbe vinto le guerre mondiali del Novecento, trionfato contro l’Urss, imposto il modello economico alla Cina e diffuso nel pianeta rock, jeans, computer, web, stili di vita.

Chi, nella stagione dei 14 milioni di disoccupati americani e dell’euro indebitato, volesse vendicare il pessimismo di Spengler potrebbe partire dallo sconcertante spettacolo di Wroclaw, in Polonia, con il segretario delle Finanze americano Tim Geithner a spiegare ai ministri delle finanze dei Paesi euro come risolvere la crisi, per sentirsi dire a muso duro dalla collega austriaca Maria Fekter «quanto a fondamentali economici voi americani state messi peggio di noi, non capisco perché veniate a farci lezione…».

Geithner ama dire di sé: «Sono un vecchio con la faccia, ahimè, da ragazzo» e davvero faceva tenerezza, piegato, rosso in volto, a illustrare l’equazione logica, agli europei, scolari ribelli davanti al supplente preparato ma imberbe. Non litigate con la Bce davanti al debito euro, ha implorato Geithner, i governi tutti devono collaborare. Dovete bloccare subito una «crisi catastrofica» dando più forza, più euro cioè, ai fondi per i Paesi in crisi.

Il timido Geithner non era neppure uscito dalla sua lezione andata male e la macchina della propaganda s’era già messa in moto. In Europa per prendersela con gli americani, indebitati, impoveriti e illusi di avere ancora un impero e invece ormai aristocratici decaduti, come gli inglesi nel 1956 costretti a rinunciare al canale di Suez dal presidente Eisenhower. Londra aveva bisogno di 1800 milioni di dollari per sostenere la sterlina e Eisenhower disse al cancelliere dello Scacchiere MacMillan: «Ok, ma lasciate perdere Suez e l’Egitto». Due anni prima, Washington aveva negato a Parigi l’uso dei cento aeroplani che avrebbero salvato Dien Bien Phu, fortezza francese assediata in Vietnam dal generale Giap condannando l’impero francese in Indocina. MacMillan osservò allora: «Fra due secoli gli americani proveranno l’umiliazione che proviamo noi oggi».

In America la macchina della propaganda sottolinea da destra lo smacco di Geithner, da sinistra invita il presidente Obama a non concedere neppure un dollaro a sostegno degli ingrati europei (la Casa Bianca lascerà il compito alla Federal Reserve). Insomma, chi sottovalutava la divisione Stati Uniti-Europa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, prende atto adesso che l’Atlantico s’è allargato per sempre e le risposte che americani ed europei daranno a crisi economica, emergenza nel Mediterraneo e in Medio Oriente, futuro della Nato, ascesa cinese, saranno opposte. Il populismo rampante in Europa, dalla Scandinavia al Nord d’Italia, ha sempre toni antiamericani e detesta l’idea del mercato aperto degli Usa. Il populismo dei Tea Party in America odia l’Europa e ogni idea di Stato sociale in stile «Ue».
Il danno è fatto, anche grazie a leader provinciali. Non aspettatevi polemiche aperte o rotture improvvise. È un matrimonio finito per mancanza di amore e divergenza di interessi.

Dopo la vittoria in Libia il segretario generale Nato Anders Fogh Rasmussen si sgola sulla rivista Foreign Affairs, ultimo bastione atlantico, a spiegare che gli europei devono aumentare il budget per la difesa, tagliato dopo la caduta del Muro di Berlino del 20%. Allora l’Europa copriva un terzo delle spese Nato, oggi solo un quinto. Intanto la Cina ha triplicato la spesa militare e l’India, erede del pacifista Gandhi, rilancia del 59%. Anche Washington, indebitata, taglia il budget ingordo del Pentagono, e quello che una volta amici e nemici chiamavano «Occidente» perde forza di intervento, nelle emergenze economiche e nelle guerre.

America ed Europa continueranno a negoziare e litigare davanti alla richiesta di Stato dei palestinesi all’Onu, a Israele, ai trattati sui commerci e il clima bloccati, e il «multilateralismo» si fermerà senza spinta comune. Cina, India, Russia, Brasile e Turchia saranno leste ad ottenere vantaggi di parte.

L’identità occidentale è orgogliosa del proprio midollo di dissenso e critica, e negli atenei, fra gli intellettuali, nei siti web che hanno preso il posto dei caffè al Quartiere Latino di Parigi o al Greenwich Village di Manhattan, tra pamphlet del linguista Chomsky, documentari del regista Michael Moore e invettive del filosofo Slavoj Zizek, il divorzio Usa-Europa susciterà entusiasmi e fremiti di rivolta. Per i dissidenti ovunque nel mondo, a partire dalla Cina, per i conflitti che hanno bisogno di una mediazione franca, per i trattati internazionali in panne, sarà invece un’irrimediabile sconfitta. Presto Washington e Bruxelles dovranno fare i conti, in difesa di dollaro e euro, con Cina e India. E impareranno, non nei due secoli previsti da MacMillan ma in due lustri, quanto pesa la divisione occidentale.

Spengler aveva torto, «occidente» non è solo un sistema di potere imperiale ed economico ma anche, soprattutto, valori, libertà, democrazia, benessere, giustizia, tolleranza. L’ultima volta che ho parlato con Gianni Agnelli, poco prima che morisse, nei giorni foschi della rottura Bush-Europa, l’Avvocato insistette: «Scrivete sull’unità Europa-Usa, se l’Atlantico si divide è un disastro economico, politico, diplomatico. Non vi stancate, battetevi». Se l’Avvocato fosse vivo oggi dovremmo, con malinconia, riconoscere di non avercela fatta nella battaglia che ci indicava.

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