CRISI: L’UNIONE EUROPEA NON SI SCIOGLIE

12 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori e clientela professionale ai sensi dell’allegato n.3 al reg. n.16190 della Consob. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

(WSI) – (…) L’Europa, quando soffre, soffre al quadrato per via dell’euro. A nessuno viene in mente che Florida, California e Nevada, in pesante recessione da mesi per la crisi immobiliare e (California) altamente indebitati, potrebbero utilmente abbandonare il dollaro e creare una loro valuta statale per svalutare e vivere felici.

In Eurolandia, invece, a ogni crisi si levano voci in tal senso. Il risultato è che una parte del mercato, a ogni crisi, si mette a puntare sullo scioglimento di Eurolandia e fa aumentare gli spread dei paesi deboli rispetto ai titoli tedeschi. Al limite dei limiti, lo scioglimento avrebbe avuto più senso, per l’Italia, nella crisi precedente, quella del 2005, quando la competitività italiana, al contrario di quella tedesca, stava effettivamente attraversando una fase molto difficile. Oggi, per contro, non si può certo dire che le banche tedesche siano messe meglio delle nostre.

In ogni caso, la volontà politica di sciogliersi non esiste al momento né tra i forti né tra i deboli. Per prevenire attacchi, quindi, in tempi di crisi Eurolandia svaluta tutta insieme con grande aggressività. Per questo, nei prossimi mesi, il dollaro si manterrà sostenuto (e indicizzato al livello di crisi globale) e ritraccerà parzialmente solo a ripresa avviata.

I mercati hanno ormai capito che c’è una lunga teoria di bombe da disinnescare una dopo l’altra da qui a fine 2009. Per questo le reazioni alle misure ormai quotidiane dei policy maker sono accolte con freddezza. E’ possibile però, già a partire dai prossimi giorni, che la massa critica delle misure di policy (e l’avvio ultrarapido della loro implementazione) raggiunga un livello tale da provocare un recupero. Si tratterebbe però di un bear market rally senza grandi potenzialità, più che altro un’occasione per realizzare di corsa aumenti di capitale.

La gigantesca operazione di pulizia in corso sta già avendo effetti recessivi e deflazionistici su tutta la linea. Verrà quindi il momento in cui una linea espansiva dovrà essere adottata non solo sul piano monetario, ma anche su quello fiscale.

Il nuovo establishment americano che si insedierà a fine gennaio alla Casa Bianca e in Congresso adotterà subito misure di rifinanziamento volontario dei mutui, secondo le linee dei piani già elaborati da Feldstein, Hubbard e Shiller. Ci sarà un costo per il Tesoro, ma verranno frenati i pignoramenti e la caduta dei prezzi delle case. Il piano Paulson verrà rivisto e potenziato, con altre iniezioni di centinaia di miliardi. Si daranno soldi agli stati e alle municipalità in piena crisi fiscale. Si spenderà in opere pubbliche.

Prima di allora, nel lungo intervallo da qui a febbraio, si prenderanno altre misure per sostenere le banche (e non solo). Come dice l’ex Fomc McTeer, nel paese del Bill of Rights è più facile, in caso di emergenza nazionale, sospendere l’habeas corpus che il mark to market. Alla fine il mark to market salterà a furore di popolo. Chi teme che in questo modo il mercato non avrà più fiducia nelle banche (e le banche non l’avranno più tra di loro) deve essere stato in viaggio su Marte in queste ultime settimane. Chi è rimasto sulla Terra ha avuto modo di notare che questa fiducia è già scomparsa.

Il mark to market, insieme alle ratio di Basilea e al VaR, è incompatibile con la sopravvivenza del sistema nei momenti di stress a meno che non esista e non si usi la facoltà di dichiarare lo stato d’eccezione e di sospenderlo. Questo non significa adagiarsi alla giapponese e nascondere la polvere sotto il tappeto per anni e anni. Significa trovare un compromesso. Si può ad esempio concedere la sospensione a chi si impegna a ricapitalizzare e ridurre la leva in tempi concordati e definiti. Quanto a Basilea e al VaR, la loro natura prociclica (e quindi potenzialmente distruttiva) emerse in tutta evidenza già nell’agosto del 1998. Una loro revisione radicale è già in discussione da tempo e verrà accelerata dalla crisi.

Per chi investe non c’è fretta. Chi torna ora da Marte perfettamente liquido non deve sentire urgenza di aumentare il profilo di rischio. C’è un 80 per cento di probabilità che i policy maker riescano a riprendere il controllo della situazione, ma il 20 rimanente fa molta paura. Ci sono in giro occasioni della vita, ma ce ne saranno altre fra sei mesi.

Gli investitori dedicati, dal canto loro, faranno bene a uniformarsi al nuovo clima culturale da anni Cinquanta che per qualche tempo prenderà il posto del canone degli anni 1983-2007. Le società tranquille, con molta cassa e poca finanza, quelle stesse che erano dai mercati e dagli analisti (più leva, più debito, sfruttate al massimo il capitale che avete o ridatelo indietro, si diceva) saranno un porto sicuro e apprezzato, come in generale i farmaceutici, le utilities e le telecom. Nei crediti occorrerà fare attenzione ai ciclici, che potranno dare brutte sorprese. Nel debito emergente sarà bene ripiegare sui sovrani in valuta.

Chiudiamo, per completezza, con una voce contrarian, quella di Greenspan che dice che usciremo dalla crisi “presto piuttosto che tardi”. I maligni pensano che voglia seminare ottimismo per attenuare l’impatto di una crisi di cui molti lo ritengono corresponsabile. A essere più magnanimi si ricorderà però che Greenspan fu il primo (a parte i permabear) a prevedere già nel febbraio 2007 una vasta crisi. Ebbe ragione allora e speriamo che ce l’abbia anche questa volta.

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