Crisi in Giappone: la forza dello yen porta a delocalizzare

5 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia

Bangkok – Nonostante il leggero deprezzamento registrato di recente dallo yen giapponese contro il dollaro americano, la valuta rimane ancora eccessivamente forte e un pericolo concreto per la competitività degli esportatori nipponici nei mercati internazionali. Sono sempre di piu’ le aziende che ormai pensano di delocalizzare.

“Un vero grattacapo”. Cosi’ Carlos Ghosn, amministratore delegato del gruppo Renault-Nissan, ha definito il recente movimento del cambio. Non basta il movimento da JPY 76 a JPY 82 contro il biglietto verde. “Non la chiamerei una ritirata. Resta comunque un enorme grattacapo per tutti gli esportatori giapponesi”, ha dichiarato Ghosn alla stampa durante lo show internazionale 2012 dell’auto a New York.

Yen protagonista negli ultimi mesi, sembra diventare uno dei fattori principali che ha guidato l’andamento dell’indice Nikkei della Borsa di Tokyo. Indice spinto in forte rialzo ultimamente dalle politiche monetarie espansive messe in atto dalla Bank of Japan, con l’aumento del programma di acquisti di asset, anche per cercare di portare il paese fuori dalla deflazione. Stimoli che, insieme ai segnali di ripresa dagli Stati Uniti (importante partner commerciale) avevano portato il listino delle blue-chip giapponesi a registrare +19,3% nel primo trimestre del 2012.

Misure monetarie che erano riuscite ad allontanare il cambio contro il dollaro dai pericolosi JPY 76, praticamente i massimi dal dopo-guerra. Deprezzamento tuttavia contenuto dal continuo utilizzo degli investitori come valuta rifugio. Negli ultimi giorni inoltre, in chiusura dell’anno fiscale, ha scontato le attese di un rimpatrio degli utili dall’estero da parte degli esportatori nipponici.

[ARTICLEIMAGE] Eppure all’inizio del mercato toro, nel marzo 2009, lo yen scambiava oltre i JPY 100 contro il dollaro Usa. Si è trattato di un apprezzamento costante, fino a raggiungere valori preoccupanti già dopo il disastro terremoto e tsunami del marzo 2011. Apprezzamento che ha visto il rapporto passare da JPY 82,91 (10 marzo 2011) a JPY 76,16 (17 marzo 2011) in appena 1 settimana.

E a nulla era servito l’intervento immediato e congiunto dei G7 per sostenere la ripresa del Giappone dopo la catastrofe. Nei mesi successivi toccati nuovamente dei minimi che avevano portato la BOJ ad intervenire altre volte, con mosse più o meno decise. Eppure il cambio non era riuscito a tornare oltre i JPY 80. Non prima dell’annuncio di nuovi stimoli monetari a gennaio.

Ma quanto fatto dalla BOJ non basterebbe. Aumentano le pressioni politiche verso un maggiore allentamento monetario per dare la spinta al processo di ripresa e portare il paese fuori dalla deflazione, in particolar modo a seguito della pubblicazione dell’ultimo dato che ha visto un calo della base monetaria, -0,2% a marzo, dopo +11,3% a febbraio. Il governatore della BOJ Masaaki Shirakawa comunque rassicura su “enormi stimoli” fino a che non si apriranno gli spiragli di una inflazione all’1%.

Intanto si guarda al problema debito e all’eccessivo acquisto di bond da parte della Bank of Japan, tanto che si parla di monetizzazione del debito e la possibilità che, qualora dovesse calare la fiducia degli investitori sulla capacità di Tokyo far fronte alle obbligazioni (debito/Pil oltre il 200%) si aprirebbe una spirale negativa che porterà una profonda crisi nell’intero paese.