Crisi globale: la formidabile macchina dell’export asiatico perde colpi

28 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

Bangkok – La crisi in corso nell’eurozona e il rallentamento economico globale, associato a minori consumi dal mondo industrializzato e al maggiore costo (e volatilità) delle materie prime, continua ad intaccare il ruolo dei paesi asiatici di macchine esportative con bilanci commerciali in attivo.

I vari fattori iniziano a concatenarsi e anche economie forti e con un nome consolidato nell’area arrivano a perdere il loro status. Non ultimo il Giappone, che dopo aver registrato nel 2011 il primo deficit commerciale annuo da decenni, a gennaio 2012 riporta un disavanzo di $18,5 miliardi, i massimi dal 1979.

Certo, il disastro dello scorso anno (terremoto e tsunami hanno devastato una gran parte dell’attività produttiva del paese) e la forza dello yen giapponese (che solo ora si allontana dai massimi dal dopo-guerra) sono stati fattori determinanti nel colpire la competitività e la quantità prodotta dagli esportatori nipponici.

Ma il maggiore costo delle materie prime (in primis degli energetici) e la minore domanda globale (in gran parte a causa della crisi nell’eurozona) hanno fatto il resto. E non solo in Giappone.

L’intera macchina esportativa asiatica perde lo slancio.

Si guardi il grafico di fianco, della Energy Information Administration (EIA), per avere un’idea dell’impatto enorme che ha nell’attività produttiva dell’area il rialzo del prezzo del petrolio (nel 2011 mercati quali Giappone, Corea del Sud, India e Cina, contavano per circa il 60% della vendita di petrolio iraniano. Facile immaginare gli effetti delle crescenti tensioni tra Teheran e il mondo occidentale).

A questa si aggiunga la minore domanda globale e, perché no, anche un apprezzamento (non generalizzato) di diverse divise locali sul biglietto verde, a pesare sulla competitività nei mercati globali.

Si ricordi, per completare il quadro, il processo di stretta monetaria lo scorso anno da parte dei vari paesi emergenti, per contrastare il rialzo dell’inflazione, anche a costo di tagliare punti di crescita del Pil.

Si susseguono dunque i dati che mostrano deficit. Proprio in giornata la Banca centrale della Corea del Sud conferma un raro disavanzo nel conto delle partite correnti a gennaio ($772 milioni, rispetto a un surplus di $2,81 miliardi a dicembre). Si tratta del primo numero in rosso dal febbraio 2010. Scomponendo il dato, il deficit commerciale è stato di $1,4 miliardi.

Ieri simili numeri anche per la Nuova Zelanda, con le importazioni che hanno superato le esportazioni di $167 milioni, rispetto a un surplus di circa $330 milioni a dicembre.

Stesso destino anche per paesi meno avanzati e che più contano sulla manodopera a basso costo per inondare il mercato di prodotti economici. Dopo un surplus commerciale di circa $167 milioni a gennaio, il Vietnam a febbraio dovrebbe raggiungere un deficit attorno i $800 milioni. Le Filippine intanto confermano in giornata un disavanzo commerciale di $1,22 miliardi a dicembre, portando l’intero gap 2011 a $12,1 miliardi.

Ma in tutto questo qualcosa di “positivo” c’è. Le dinamiche economiche globali in atto spingono verso una direzione di più lungo periodo. Una crescita meno dipendente dai mercati esteri e dalle esportazioni (dunque a dipendenza della performance di altri paesi). Le autorità stanno iniziando ad improntare le varie politiche economiche e fiscali verso un potenziamento della domanda interna come traino della crescita.

Anche la Cina ad esempio sembra fare i primi passi in questa direzione, con i vari esperti in materia che più volte hanno avvertito sulle conseguenze (possibilità di una bolla) scatenabili da una crescita guidata principalmente da nuovi investimenti, che con il calo dei ritorni sul capitale rischiano di portare a default.