CRISI FINANZIARIA: ORMAI E’ GIA’ TROPPO TARDI

2 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – È ormai già troppo tardi. Anche la bocciatura inaspettata del maxipiano da 700 miliardi di dollari, che è anche un clamoroso schiaffo al presidente Bush da parte del Congresso, dimostra che pure il sistema politico è «impazzito» e non è in grado di evitare il tracollo del sistema finanziario. Questo verdetto era già stato pronunciato dal vero barometro di questa crisi, ossia dal mercato interbancario e da quello monetario, dove i tassi erano ulteriormente saliti già in giornata, nonostante la «certezza» che il Congresso avrebbe dato il via libera al «Troubled Asset Relief Program (TARP)» proposto dall’amministrazione Bush.

Questo giudizio è stato inoltre confermato dalla mole degli interventi delle banche centrali chiamate a sostituirsi a mercati non più disposti a dare un soldo alle banche. Così ieri la Federal Reserve ha dovuto iniettare 620 miliardi di dollari e la Banca centrale europea 240 miliardi di dollari. Sono cifre enormi, che mettono a dura prova anche i bilanci delle stesse banche centrali.

La crisi sta precipitando sia negli Stati Uniti sia in Europa. I governi di Olanda, Belgio e Lussemburgo hanno dovuto parzialmente nazionalizzare il gruppo bancario-assicurativo Fortis, per evitarne il fallimento. Il governo tedesco e alcune banche germaniche sono dovuti intervenire per salvare la banca Hypo Real Estate; il governo inglese ha dovuto nazionalizzare la banca Bradford & Bingley, di cui continuerà a detenere il portafoglio crediti, mentre il resto delle attività è stato venduto alla spagnola Santander. Negli Stati Uniti lo Stato federale si è assunto parte delle sofferenze del colosso bancario Wachovia, che poi è stato inglobato da Citigroup.

Insomma le banche continuano a cadere come birilli, poiché non vi è alcun segnale di riapertura dei mercati interbancario e monetario, da cui traggono la linfa per poter vivere. L’impressionante accelerazione del collasso è stata determinata dal clamoroso errore storico di lasciar fallire la Lehman Brothers, senza capire le ripercussioni sistemiche di quella bancarotta. Da allora, più esattamente dallo scorso 14 settembre (due settimane fa), la crisi è diventata ingestibile, poiché la sfiducia nei confronti del sistema bancario si è via via trasformata in panico. In queste condizioni il maxipiano di Henry Paulson, che mirava a ricostruire la fiducia degli investitori, era già stato superato dai fatti e risultava quindi inutile.

Ora si tratta di limitare i danni di questo collasso del sistema bancario e del clima di crisi politica creato dal voto di sfifucia nei confronti dell’amministrazione espresso dal Congresso. Bisogna innanzitutto impedire con tutti i mezzi che questa crisi sfoci in una nuova Grande Depressione. Quindi, occorre nazionalizzare le banche sull’orlo della bancarotta, come si è già cominciato a fare in Europa, sperando che grazie alla garanzia dello Stato i risparmiatori e gli investitori riprendano a finanziare il sistema bancario, risolvendo l’attuale crisi di liquidità. Ciò non basterà, poiché le banche non sono solo a corto di soldi, ma anche e soprattutto di capitale. Quindi, occorrerà ricapitalizzarle, affinché abbiano la possibilità di continuare a finanziare il sistema economico e affinché non avvenga una terribile stretta creditizia, che bloccherebbe le economie europea ed americana, la cui crescita sta già frenando in modo rapido e brusco.

Bisogna inoltre sperare che l’inevitabile aumento del debito pubblico americano non si traduca in una crisi del dollaro. Infatti, a differenza del Giappone e dell’Europa, il debito statale statunitense è finanziato con capitali stranieri, e in particolare dalle banche centrali dei paesi asiatici ed arabi. Nel 2007 il 57% delle obbligazioni emesse dal Tesoro era sottoscritto da stranieri, così come un quinto delle obbligazioni emesse da Fannie Mae e Freddie Mac e un quinto delle obbligazioni emesse dalle società americane.

Alcuni segnali fanno sospettare che qualcosa si stia incrinando anche in questo ambito. Infatti, oggi sul mercato assicurare un’obbligazione dello Stato americano costa più che assicurare un’obbligazione di Mac Donald’s. Il rischio per il dollaro non è costituito da uno sciopero degli investimenti degli Stati asiatici ed arabi, che sarebbe contro i loro stessi interessi, ma da una fuga degli americani dal dollaro. Una caduta verticale del dollaro renderebbe questa crisi assolutamente ingovernabile.

Tutto ciò comunque non basta. L’effetto combinato della recessione, che si prospetta severa, e della distruzione di ricchezza provocata dal crollo del sistema bancario, dalla caduta dei valori immobiliari e di quelli azionari portano dritti dritti ad una severa deflazione. Per evitare di cadere in una spirale deflazionistica, è necessario varare pacchetti di rilancio economico basati su grandi investimenti pubblici. Questa svolta non può comunque attuarla un’amministrazione Bush pubblicamente sconfessata in primo luogo dagli stessi deputati repubblicani.

Tutte queste misure hanno carattere d’urgenza e possono raggiungere unicamente l’obiettivo di evitare il peggio. Occorre contemporaneamente ricominciare a costruire il futuro sulle macerie del tracollo del sistema finanziario. Ciò significa indire una conferenza internazionale, sullo stile di quella tenuta a Bretton Woods nel 1944, per creare il quadro istituzionale di un nuovo sistema finanziario, monetario e commerciale che ci permetta di imboccare di nuovo un periodo di crescita e di prosperità. In tal caso, questa crisi si rivelerà utile, poiché almeno sarebbe servita a spazzar via le politiche che ci hanno portato al disastro attuale.

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