CRISI FINANZIARIA: FATE QUALCOSA (DI PIU’) PER SPEGNERE L’INCENDIO

9 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Quello che tutti si aspettavano è capitato ieri pomeriggio. Per fermare la caduta delle borse e soprattutto per contrastare l’ulteriore diffusione del panico creato dall’enorme incendio che sta bruciando il settore finanziario e con una mossa senza precedenti le banche centrali di sei paesi (tra cui anche la Svizzera e la Cina) hanno simultaneamente tagliato di mezzo punto i tassi di interesse.

In Europa il risultato è stato solo momentaneo: gli indici azionari si sono ripresi, restando comunque in territorio negativo, e poi hanno ripreso a cadere, chiudendo con ribassi superiori al 5%. I mercati hanno dunque letto la decisione di ridurre il costo del denaro come una mossa positiva, ma non sufficiente a ricreare un clima di fiducia.

Sorprendentemente la lettura più negativa è stata quella delle borse europee, che avrebbero dovuto invece felicitarsi della svolta di una Bce, ancora poco tempo fa contraria ad un allentamento della politica monetaria. Questa reazione non è però del tutto stupefacente, poiché oggi il problema non sono i tassi guida delle banche centrali, anche se quelli europei sono certamente troppo alti per un’economia che si sta avviando a passi veloci verso una dura recessione, ma la chiusura di fatto del mercato interbancario, del mercato monetario e di quello dei capitali. Il taglio del costo del denaro non cambia sostanzialmente la situazione di questi mercati.

Infatti la sfiducia, che oggi tocca anche il piccolo risparmiatore, risiede prima di tutto nelle banche stesse, che non si prestano più i soldi tra di loro, poiché non si fidano della bontà dei bilanci dei concorrenti, dato che sanno perfettamente che anche i loro nascondono enormi buchi. Quindi, il settore finanziario, che ha sempre invocato la trasparenza, è giustamente vittima dell’opacità dei propri conti. Quando una banca non si fida di un’altra, non si capisce per quali motivi dovrebbe fidarsi il risparmiatore. Quindi le stesse banche potrebbero contrastare il panico, se cominciassero a giocare a carte scoperte, presentando conti chiari e credibili.

La sfiducia del risparmiatore cresce ulteriormente al moltiplicarsi delle iniziative di autorità politiche e monetarie. Questi interventi, che si susseguono a ritmo frenetico, rendono palpabile il dato di fatto sempre più chiaro che vi è un crescente panico anche tra i pompieri che dovrebbero invece spegnere l’incendio che sta divampando nei mercati finanziari. E infatti mentre si spendono miliardi come se fossero bruscolini, si moltiplicano le iniziative senza precedenti.

Martedì sera il governo britannico ha deciso di creare un fondo di 100 miliardi di franchi per ricapitalizzare, attraverso una parziale nazionalizzazione, le otto maggiori banche inglesi. Sempre martedì scorso la Federal Reserve ha deciso di acquistare direttamente i debiti a breve termine delle imprese per sostituirsi ad un mercato monetario che non è più disposto ad acquistare i commercial papers (ossia le cambiali commerciali). Ciò sta provocando la rapida contrazione di un mercato (che si aggirava attorno ai 1’600 miliardi di dollari) che serviva per finanziare a breve termine le aziende.

L’intento della Fed è totalmente condivisibile: evitare una crisi di liquidità delle imprese che metterebbe in ginocchio un apparato produttivo che già deve fare i conti con una brusca frenata dell’economia. Ma con questo passo la banca centrale americana, che è già diventata il principale prestatore di prima istanza del sistema bancario, si sta rapidamente trasformando anche in una banca commerciale.

La crescente frenesia degli interventi e i loro scarsi risultati dovrebbero cominciare a spingere autorità monetarie e politriche a interrogarsi se questo incendio può essere ancora spento e in secondo luogo se l’intestardirsi a salvare un settore finanziario, che non è in crisi per i prestiti concessi a famiglie ed imprese, ma per la carta straccia che esso stesso ha prodotto, non rischia di dilapidare i soldi dei contribuenti e alla lunga anche la fiducia dei risparmiatori nella stessa solvibilità degli Stati.

Ciò deve preoccupare anche perché questo capitale di fiducia sarà indispensabile per attutire i dolori di una recessione economica che si prospetta molto dura e per finanziare i pacchetti di rilancio di un’economia devastata dalle follie della nuova ingegneria finanziaria.

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