CRISI: E’ ORA DI TASSARE PESANTEMENTE LE BANCHE, NON I CITTADINI

2 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Il dibattito sulle nuove regole del sistema finanziario sta entrando nel vivo. La settimana scorsa Lord Adair Turner, presidente della Financial Services Authority britannica (ossia dell’organo di sorveglianza dei mercati finanziari) ha sostenuto che «il settore bancario è sovradimensionato (letteralmente «swollen») ed è diventato troppo grande per la società».

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Lord Turner ha aggiunto che il dibattito sui bonus pagati dalle banche è diventato una «scappatoia populista» per evitare la discussione sull’adozione di «misure drastiche» tese a ridimensionare il settore bancario. A tale scopo Lord Turner ha proposto l’introduzione di tasse sulle transazione finanziarie, che dovrebbero essere prelevate in tutto il mondo. Insomma, il responsabile dell’autorità britannica di sorveglianza ha proposto l’introduzione di una specie di «Tobin tax», che è la tassa più odiata dagli operatori dei mercati finanziari.

Di transenna, ricordiamo che recentemente anche i dirigenti della Banca nazionale svizzera avevano posto il medesimo problema, domandandosi se le due grandi banche non fossero troppo grandi per la Svizzera. La presa di posizione della banca elvetica non ha però avuto grande risonanza a livello internazionale, diversamente da quanto sta avvenendo per le proposte di Lord Turner. Come era facile prevedere, le reazioni sono state vivaci e numerose. Il Governo britannico ha detto che spetta all’autorità politica e non all’autorità di sorveglianza proporre l’introduzione di nuove tasse. Dal mondo della finanza si è ovviamente levato un coro unanime di proteste.

Il merito dell’analisi e delle proposte di Lord Turner (come di quelle della BNS) è che esse centrano il cuore dei problemi che la crisi finanziaria ha messo in evidenza e che il mondo politico sta cercando di non affrontare. Esso può essere riassunto in questo modo: di che tipo di sistema finanziario le nostre economie hanno bisogno?

La crisi ha già emesso un primo verdetto: non è riproponibile un sistema che ha favorito il crescere di un’enorme bolla finanziaria traendone enormi utili, in parte distribuiti ai manager con bonus milionari, che allo scoppio della crisi ha chiesto e ottenuto enormi aiuti dagli Stati e che ora, con bilanci quanto meno dubbi, utilizza l’enorme liquidità fornita dalle banche centrali per speculare sui mercati finanziari e non per riaprire i cordoni del credito, aiutando quindi la ripresa economica.

Lord Turner sottolinea con forza che non è più credibile la teoria secondo cui «i mercati finanziari più sono liberi (ossia deregolamentati o autoregolamentati) e più sono liquidi, meglio è». In discussione non sono solo i fondamenti «teorico-ideologici» delle attività finanziarie, che secondo Lord Turner erano talmente «dominanti» da poter essere paragonati ad una «religione», ma anche i costi per l’intera economia del settore finanziario.

Anche non tenendo in considerazione il facile esempio delle migliaia di miliardi che governi e banche centrali hanno speso e vorranno spendere a causa di questa crisi, ve ne sono numerosi altri che vanno dal costo dello scoppio della bolla formatasi nelle borse all’inizio di questo decennio ad un’economia talmente ossessionata dai risultati a breve termine da trascurare gli investimenti che possono dare risultati a lungo termine, o ancora alla creazione di prodotti, come i Credit Default Swap, che lo stesso finanziere George Soros propone di abolire, poiché li considera armi di distruzione economica, o ad altri prodotti, come gli Hedge Fund, che sono promossi dalle banche di investimento, poiché fanno lievitare le transazioni, ossia quel tipo di attività che più produce utili.

Ma, come ha scritto giustamente Benjamin Friedman, professore dell’Università di Harvard, un sistema finanziario non può essere considerato valido solo perché cresce ed è redditizio, ma per i benefici che produce a favore del resto dell’economia. Benjamin Friedman prosegue constatando che i costi del sistema finanziario americano stanno esplodendo e che un indicatore di questo fenomeno è la crescita della quota parte di utili: dai primi anni Cinquanta fino alla fine degli anni Ottanta gli utili del settore corrispondevano al 10% degli utili generati da tutte le società americane, mentre nella prima metà di questo decennio gli utili di banche e società finanziarie ammontano al 36% degli utili dell’intera «Corporate America».

Il professore di Harvard conclude: «Dato che le decisioni economiche si dovrebbero prendere dopo aver valutato costi e benefici, è ora di aprire una seria discussione sui servizi che sta fornendo il sistema finanziario e soprattutto sui suoi costi». Infatti aggiunge: «Un contadino non comprerà un nuovo fertilizzante solo perché permette una maggiore produzione per ettaro; lo comprerà solo se la produzione aggiuntiva è sufficiente per pagare il fertilizzante e per realizzare un guadagno maggiore».

Il sasso nello stagno lanciato da Lord Turner sta avendo dunque il grande merito di centrare il dibattito sull’efficienza del sistema finanziario e sui suoi benefici per il resto dell’economia. La sua proposta di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (sicuramente facilmente fattibile dal punto di vista tecnico) non riuscirà però a raccogliere il consenso politico necessario.

Oggi i politici sembrano intenti a proporre riforme «cosmetiche» delle regole per distogliere l’attenzione dai problemi centrali. In questa direzione vanno le proposte sui bonus presentate dal presidente francese Nicolas Sarkozy e fatte proprie dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Esse prevedono, tra l’altro, che almeno metà di un bonus annuale venga versato solo dopo tre anni e pagato prevalentemente in azioni, se i risultati degli anni successivi sono stati positivi. Le proposte di Sarkozy, che verranno sottoposte al prossimo vertice del G20, corrispondono a quanto fanno già da anni alcuni istituti bancari. Tale approccio non risolve però nella sostanza l’incentivo ad assumere forti rischi che possono mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza di un istituto.

In conclusione, occorre discutere di quale sistema finanziario le nostre economie hanno bisogno e analizzarne attentamente i costi. I bonus milionari sono purtroppo solo una delle distorsioni del sistema finanziario messe in luce dall’attuale crisi.

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