Crisi del debito: si passa da recessione a repressione finanziaria

26 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – “Con repressione finanziaria si intende quel fenomeno con la quale i governi, schiacciati da eccessivo indebitamento, intervengono per modificare i normali meccanismi finanziari e prendere a prestito a tassi di interesse più vantaggiosi, alle spese dell’intera popolazione”, spiega l’economista capo di HSBC, Stephen King.

“Un fenomeno in costante crescita visto l’elevato indebitamento dei governi. Si guardi anche ai dati storici. Nel mondo occidentale il debito rispetto al Pil ormai si trova sui massimi da oltre 100 anni”.

I governi hanno dunque due soluzioni: ridurre questo indebitamento (compito difficile considerando la debolezza della crescita economica), oppure conviverci. “Per poterci convivere però devono trovare dei modi per potersi finanziare a tassi vantaggiosi. Ecco qui la già citata repressione finanziaria”.

“In passato abbiamo già avuto elevati livelli di indebitamento, ma non come adesso. In aggiunta il problema ora è che la crescita economica non è più supportata come in passato da uno straordinario processo di sviluppo, dovuto in parte dall’apertura dei paesi al commercio internazionale. Quei ritmi non torneranno nel breve periodo”.

“Il problema ormai non è più quanto elevato sia l’indebitamento, quanto piuttosto come i vari governi riescano a conviverci. Un crescente deficit ha e continua a portare a maggiore debito in mancanza di crescita. Le misure di austerità non possono andare a fondo al problema”.

“Ecco che la strategia che si è adottata ora è quella di repressione finanziaria. Repressione che comunque porta non pochi problemi nel sistema economico generale. Si pensi alla necessità delle banche di detenere più bond governativi, sottraendo così risorse che potevano andare a finire per sostenere la crescita delle imprese e del mercato”.

“Altra soluzione è la tecnica utilizzata anche dalla Federal Reserve, dei Quantitative Easing, che prevede acquisti dei titoli di debito direttamente dalla banca centrale per abbassare il costo del prestito, incoraggiando gli investitori ad investire in altri asset più rischiosi e così stimolare gli investimenti e la crescita economica, in un circolo benevolo. Tuttavia, al momento i programmi QE non hanno portato a questo”.

“Questo porta a dei problemi. Perché i governi si sentono incentivati a prendere a prestito a tassi più bassi, allontanando così la necessità di prendere misure concrete per ridurre l’indebitamento, e portando infine a una sorta di trappola che ha come risultato un maggiore indebitamento”. In merito si guardi l’esempio giapponese.

Il pericolo è che i governi non riducano il deficit e continuino a pressare le banche centrali per mantenere in vita i programmi QE. Questo ci porterà dritti in trappola, con bassa crescita economica perché i governi continueranno a sottrarre risorse all’economia (all’attività imprenditoriale) per i propri programmi di spesa”.

In pratica paura di una contrazione economica, che però in fin dei conti porta alla mancanza di crescita economica.