Crack del freddo, coinvolti i marchi Algida e Findus

6 Giugno 2012, di Redazione Wall Street Italia
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ROMA – Erano i re dei surgelati. Non solo a Roma ma un po’ in tutta Italia, visto che distribuivano praticamente in esclusiva marchi importanti come Algida, Findus e Centrale del Latte. Poi, davanti al fallimento del salto di qualità, tentato e fallito nel 2006, l’idea di salvare il salvabile e portar via tutti i soldi che erano stati messi da parte.

Nasce cosi il crac da 100 milioni di euro del gruppo Malavolta. Ieri il Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza ha sequestrato le quote di sette società ancora attive per un valore complessivo di 23 milioni di euro, la maggior parte delle quali titolari di aziende che distribuiscono ancora surgelati (la Aliment 90 Srl distribuisce gelati ed è la principale azienda operante nel centro sud Italia).

I vertici del gruppo sono tutti già stati rinviati a giudizio. Tra loro il capostipite, Aristide Romano Malavolta, Mario e Andrea. Nell’elenco di 14 indagati c’è anche Romano Malavolta, il presidente della Teramo calcio recentemente deceduto. E la moglie di Mario Malavolta, Annalisa Pizzetti accusata di riciclaggio alla quale sono state intestate le quote di una società immobiliare che rappresentava di fatto la cassaforte di famiglia. Tra le altre cose, la società di famiglia, la Revis, era proprietaria di diversi appartamenti, la maggior parte dei quali a Roma: due villini in via Candia, uno in via Ballarin, uno a Fregene oltre a una villa nella località turistica di Cortina d’Ampezzo.

Le indagini erano partite nel 2008, proprio dal fallimento della Malavolta Corporate Spa, leader nazionale nella produzione e distribuzione di prodotti da forno surgelati per conto di grandi marchi, come Findus, Algida, Centrale del Latte di Roma, Carte d’Or, Tonini, Nestlè e Bistefani. Del gruppo Malavolta facevano parte, fino al luglio 2007, più di trenta società commerciali con un fatturato complessivo annuo di 300 milioni di euro, oltre ad un migliaio di dipendenti e stabilimenti sparsi in tutta Italia. Negli anni precedenti infatti, il gruppo imprenditoriale aveva pensato di ingigantirsi, riuscendo a diventare la terza potenza europea del settore e triplicando i ricavi. Ma il passo era stato forse troppo grande e affrettato e nel 2008 si è arrivati al fallimento.

Già nel 2006 erano stati concesse quote in garanzia, alla Malavolta Corporate e alle sue società, con finanziamenti per circa 46 milioni da Unicredit. E nel 2008 è stato accertato un passivo fallimentare di 100 milioni di euro delle società, di cui 41 milioni per la sola Malavolta Corporate Spa. Durante le indagini è stato accertato che, attraverso operazioni di riorganizzazione societaria, alienazione di partecipazioni e cessione di beni mobili e immobili pianificate ad hoc con la collaborazione di due commercialisti capitolini, poco prima del fallimento, la Malavolta Corporate Spa era stata spogliata di tutte le partecipazioni di cui deteneva il controllo: un danno notevole ai creditori, tra cui il fisco. «Il sequestro preventivo disposto sulle quote altro non è che una cautela processuale in favore di tutte le parti coinvolte, che non ha alcuna incidenza sull’esito del processo», ha commentato l’avvocato della famiglia, Giuseppe Di Noto.

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