COSTO DEL BARILE ALLE STELLE

6 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

In un recentissimo intervento, Alan Greenspan ha messo in guardia sia l’amministrazione che la business community americana sul drammatico rialzo in corso da sei anni dei prezzi del greggio e gas naturale, i quali certamente influiranno pesantemente nello sviluppo dei consumi e sulle decisioni relative agli investimenti in beni capitale, attualmente in esame presso diversi consigli d’amministrazione delle grandi corporate.

Nella sua lecture alla conferenza sull’energia presso il Csis, centro studi strategici ed internazionali di Washington, il capo della Federal Reserve ha affermato che le tensioni di valore sui futuri del petrolio riflettono i timori di disgregazione relativamente all’ordinato funzionamento della supply line, che partendo dal Medio Oriente alimenta e risolve il fabbisogno energetico americano e mondiale, per il quale esiste un unico suggerimento immediato consistente nell’aumentare le infrastrutture di importazione del gas naturale liquefatto, che copre solo il 2% della distribuzione annuale complessiva.

Quasi contemporaneamente Purnomo Yusgiantoro, Presidente di turno dell’Opec e ministro indonesiano del petrolio, comunicava che la banda di oscillazione del greggio programmata nel 2000 tra 22 e 28 dollari al barile si trova sotto attento esame per una opportuna variazione, in seguito alle richieste dei membri dell’associazione di riconsiderare un livello più elevato a partire dal 2004. Ali al-Naimi, ministro saudita del petrolio, appare al contrario favorevole al mantenimento degli odierni parametri ed attribuisce l’apparente contrasto sul tentativo di riduzione delle quote con l’arrivo della bella stagione, che statisticamente coincide con minori consumi e quindi ridotta domanda.

Kyle Mc Slarrow, sottosegretario Usa all’energia, informa altresì che con il greggio a questi prezzi, le compagnie di raffinazione non giustificano incentivi nel costruire linee di produzione a supporto e pertanto, visti i bassi livelli di riserve in caso di guasto o distruzione delle pipelines, i riflessi sui prezzi potrebbero risultare esponenziali. Puntualmente, e novità nel suo genere, il primo maggio arriva l’attacco terrorista alla Exxon Mobil Sabic, una raffineria posseduta e gestita congiuntamente da Arabia Saudita e Stati Uniti presso il porto di Yanbu nel Mar Rosso, situata a 350 chilometri nord ovest di Riyad e considerata la maggiore infrastruttura dedicata alla esportazione verso l’occidente.

Il principe Turki bin-Faisal, ambasciatore saudita in Inghilterra ha dichiarato che l’incursione è stata effettuata da suoi concittadini riferibili ad al Qaeda, tre dei quali sono rimasti uccisi sul campo e un quarto catturato. Le cronache riportano che l’azione sembra sia iniziata poco dopo l’alba e proseguita fino al pomeriggio da killer nella uniforme della guardia nazionale saudita, a bordo di un veicolo rubato. Dopo la raffineria, l’attacco ha ulteriormente coinvolto la sede locale della texana ABB Lummus, un albergo, un ristorante Mc Donald, la scuola internazionale di Yanbu e si è spento sulle soglie degli uffici della reale commissione di Jubail e Yanbu grazie all’intervento delle forze di sicurezza.

Questo accadimento segue di pochissimi giorni quelli compiuti contro il porto di Basra, il palazzo del comando generale della sicurezza di Riyad ed il quartiere di al-Maza a Damasco.
La tattica delle infiltrazioni gestite da piccole unità suicide, rientra con assoluta evidenza nel vasto disegno strategico di al Qaeda, visto che il semplice fatto di quattro soli terroristi i quali hanno potuto scorrazzare indisturbati per oltre sei ore, provocando danni importanti e diffusi, spinge di conseguenza molte imprese a predisporre il rimpatrio dei propri dipendenti.

Gli stranieri presenti in Arabia Saudita sono oltre sei milioni, ma circa trentamila di questi occupano posizioni chiave nell’industria petrolifera ed in altre attività vitali e quindi tutto converge verso una tattica che miri a sabotare i cospicui interessi congiunti arabo americani, nonché a destabilizzare la monarchia saudita, per terminare infine con il creare inevitabilmente una diabolica spirale dei prezzi del petrolio. Un timing come sempre impeccabile, dato che le elezioni americane si avvicinano e si entra nei semestre «dell’anatra zoppa», mentre si dimostra quotidianamente che dai confini Siria-Iraq o Iran-Iraq possono transitare a piacere armi e uomini disponibili per ogni tipologia di impiego, a totale discrezione dei fondamentalisti.

La successione al trono del regno saudita si evidenzia sempre più vicina e con questa la chance di forzare la nascita di una repubblica islamica anche nella penisola arabica, peraltro da sempre l’obiettivo principale del partito Wahabita del quale Osama bin Laden resta il principale ispiratore e finanziatore, alimentando la percezione che l’attentato di Madrid altro non rappresenti che una prova generale ben riuscita.

Un mercato del petrolio totalmente in mano ai fondamentalisti rappresenta una sceneggiatura già scritta per il futuro prossimo venturo, ma un greggio a cinquanta dollari al barile potrebbe scatenare ben altre prove di forza e l’istinto di sopravvivenza eliminare qualunque desiderio di dialogo ed ogni freno inibitore. Intanto Warren Buffet ha fretta di impiegare i 36 miliardi di dollari liquidi della sua Berkshire Hathaway, ma ha già annunciato che non investirà in Usa e se per caso servivano conferme, eccone una chiara e pragmatica.

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