Cosa possono imparare Italia e Grecia dal default dell’Islanda

10 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Fino al 2007 era considerato il paradiso in terra, “Con un Pil di 40 mila euro per abitante, gli islandesi godono, secondo l’Onu, di uno degli standard di vita piu’ alti al mondo, appena sotto i norvegesi”, si leggeva in un articolo di Le Figaro. “La disoccupazione e’ inesistente, il debito minimo e l’economia cresce del 4,5% di media l’anno”.

Quando pero’ le sue tre principali banche hanno fatto crack, nel 2008, il sistema finanziario cosi’ importante per l’economia dell’isola e’ imploso e la bolla di cristallo e’ andata in frantumi. L’intera isola venne travolta dal tracollo delle borse mondiali, a cui segui’ la crisi americana dei mutui subprime.

Ad aggravare la situazione, il fatto che la krona era una valuta fluttuante, esposta all’influenza dei mercati mondiali. I tassi di interesse erano piuttosto alti: 5-6%, contro il 2-4% dell’area euro e degli Usa, e soprattutto lo 0-1% del Giappone. La situazione incoraggiava l’afflusso di denaro dal mercato globale per finanziare debito pubblico, azioni e obbligazioni islandesi. Cosi’ la bolla si gonfio’ e fini’ per scoppiare.

Tuttavia l’impatto dell’esplosione fu pressoche’ ristretto all’isola del nord. La Terra del ghiaccio e del fuoco non appartiene alla Cee e il suo default improvviso causato dal fallimento degli istituti di credito Glitnir, Kaupþing, Landsbanki, utilizzate da istituzioni internazionali come veicoli speculativi, ha inciso quasi unicamente sul Regno Unito, colpendo i bilanci delle banche britanniche (Barclays, LLoyds RBS), e su qualche correntista olandese. Il fallimento del debito e’ stato ricoperto senza troppi patemi dal governo di Londra.

Inoltre, al contrario dell’Islanda, un paese ingessato nell’area euro non si puo’ permettere di compiere svalutazioni competitive, non puo’ lasciare galoppare il deficit e non puo’ adottare un piano di rientro dai debiti decidendo a suo piacimento la lunghezza delle scadenze.

Cosa possono allora imparare dall’episodio i paesi della periferia dell’Eurozona che rischiano di fare la stessa fine? Quello che Grecia, Italia e gli altri paesi indebitati del blocco a 17 potrebbero fare e’ intraprendere alcune delle misure drastiche prese nell’isola, secondo quanto riferito a Business Insider da un gestore di investimenti islandese.

Il banchiere ha detto che Atene dovrebbe lasciare che la crisi faccia il suo corso e lasciare le banche al loro destino. Tradotto: al default, proprio come ha fatto l’Islanda. “Il maggiore problema e’ che tutti pensano di poter ingigantire il debito del governo e rifinanziarlo in un secondo momento, allungando le scadenze”. Ma una soluzione di questo tipo e’ destinata a non funzionare.

Piu’ ritardi il momento del dolore e piu’ peggiori la situazione: “E’ come la ceretta, meglio toglierla subito”. Certamente, non sara’ un compito facile. Fara’ molto male per 5-10 anni, ma cercare di rimandare l’appuntamento, non fara’ che ampliare i problemi. L’Islanda e’ stata in grado di uscirne e incominciare a ricostruire la sua economia, in un modo piu’ equilibrato, riducendo il peso della finanza nell’intero sistema.

Resta il fatto, tuttavia, che il crack di uno stato membro della comunita’ europea e’ un evento che non si puo’ mettere sullo stesso piano di quanto avvenuto a Reykjavik, che e’ un paese piccolo, composto da una popolazione di 318 mila abitanti, meno della citta’ di Bologna.

Un default della Grecia comporterebbe invece il collasso di almeno tre grandi istituti francesi, due grandi banche tedesche e quasi tutte le grandi banche inglesi. L’uscita di Atene dall’euro con la reintroduzione della dracma comporterebbe una quotazione valutaria che sarebbe considerata al pari dell’Hryvnia dell’Ucraina o il llari della Georgia ex URSS, con l’importazione di una inflazione enorme, vista la mancanza di fonti energetiche e di un sistema industriale in grado di controbilanciare le importazioni.

Quello da prendere a esempio del caso islandese e’ invece il comportamento tenuto dal suo popolo. Gli islandesi, vittime innocenti del crack, si sono ribellati, tanto che in alcuni circoli si parla di una vera e propria rivoluzione. Non hanno accettato di pagare per la crisi, rifiutandosi di sottostare ai diktat del sistema finanziario globale. La stessa “macchina infernale” che sta soffocando la Grecia e gli altri paesi della periferia dell’area euro.

Nel marzo del 2010 si tenne un referendum in cui il 93% degli islandesi si e’ opposto alla legge di rimborso. Una nuova proposta di rimborso e’ stata nuovamente bocciata mediante referendum nel marzo dell’anno successivo. In altre parole, il debito estero e’ stato letteralmente “cancellato” anziche’ pagato, in quanto ritenuto la causa di azioni criminose di banchieri e membri del governo e non del popolo. Per la classe politica italiana e i grandi media questa “mini rivoluzione”, un raro caso di giustizia sociale, non e’ mai esistita. E’ passata inosservata.

Ora le agenzie giudicano “investment grade” il piccolo stato del nord. Fitch ha alzato il giudizio sul debito islandese a BBB-. Il sistema finanziario islandese e’ stato lasciato fallire e ora l’isola sta cercando di rinascere, con il governo che sta persino lavorando a una nuova costituzione, proprio come succede alla fine di una guerra strenuante.