COSA FARO’ DA GRANDE? IL LADRO

26 Luglio 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Volete la storia di un giovane italiano del 2009? Eccola, l’ho raccolta per caso in una città del nord e ve la racconto come l’ho saputa. Il protagonista è Mario, ha ventisette anni ed è un uomo fatto: alto, di bell’aspetto e dall’aria molto indolente. Il padre lavora da camionista in un’azienda di trasporti, la madre è dipendente di un’impresa di pulizie. Dettaglio importante: Mario è il loro unico figlio.

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La casa che abitano apparteneva ai nonni paterni. Era una coppia di pensionati che sino a tre anni fa vivevano con il figlio, la nuora e il nipote. Il nonno era un bracciante agricolo e la nonna una donna di fatica in ospedale. Dunque in famiglia entravano due pensioni e due stipendi. Con un reddito complessivo piuttosto buono. È questo che ha permesso all’unico figlio-nipote di andare a scuola, invece di imparare un mestiere.

Dopo le medie inferiori, Mario ha iniziato a essere sempre più svogliato. La maturità classica l’ha superata per il rotto della cuffia.

In famiglia non si sono preoccupati. Babbo e mamma dicevano: capita a tanti ragazzi! E si sono sentiti orgogliosi quando Mario ha deciso di iscriversi all’università e ha scelto Giurisprudenza. Diventando uno studente fuori sede perché l’ateneo stava a un centinaio di chilometri dalla loro città. La permanenza lontano da casa sarebbe stata costosa. Ma cosa non si fa per la laurea di un figlio?

Durante il primo anno di corso, Mario ha compreso di non essere portato per gli studi di legge. Ha dato un solo esame e poi ha deciso di cambiare facoltà, passando a Scienze della comunicazione. Dice ai genitori: studierò cose che mi piacciono di più e dopo la laurea troverò un lavoro gradevole, il giornalista per esempio, o nell’ufficio stampa di un ente pubblico.

Ma anche nella nuova facoltà Mario non combina niente. E dopo un anno speso senza dare esami, decide di chiudere con l’università e di ritornare a casa. Nel frattempo i due nonni sono morti, il reddito famigliare si è ridotto, ma in compenso nell’alloggio c’è più spazio. Il padre cerca di spingere Mario a cercarsi un lavoro. Gli trova un posto da impiegato in prova presso una piccola azienda della zona. Ma il giovanotto non ama la scrivania e soprattutto gli orari obbligati. Dopo qualche mese, spiega al proprietario dell’azienda che quel mestiere non fa per lui e si licenzia.

Adesso Mario ha quasi ventisette anni. E continua a vivere in casa, da perfetto bamboccione. Coccolato e mantenuto dai genitori, si comporta come se abitasse in albergo, spesato di tutto. Dorme fino a mezzogiorno. Passa ore e ore sul letto ad ascoltare musica nelle cuffiette. Oppure davanti al computer, per navigare su Internet. Di continuo ha bisogno di una ricarica del telefonino. Non beve, ma fuma molto e si fa qualche canna. Quasi tutte le sere tira tardi con il suo gruppo di amici. Non risulta che abbia una morosa. Del resto, borbotta la mamma scoraggiata, dove la trovi una ragazza che si metta con un perdigiorno!

In famiglia l’aria si è fatta pesante. Due stipendi invece di quattro sono un bel passo all’indietro. Mario inizia a litigare con il padre che lo incita a darsi da fare. Dice al figlio: puoi diventare un camionista come me, oppure cercare un lavoro diverso, so di piccole aziende che cercano elettricisti, idraulici, piastrellisti, la paga all’inizio sarà scarsa, ma almeno non resterai a ciondolare tutto il giorno.

Mario alza le spalle e non risponde. All’inizio del nostro incontro casuale, non risponde neppure a me. Insisto: «Hai ventisette anni, non lavori e vivi ancora sulle spalle dei genitori. Ti sembra giusto?». E Mario: «Forse non è giusto, ma conosco tanti altri ragazzi uguali a me. Non è colpa nostra. È colpa degli anziani come voi che occupate tutti i posti».

Gli ribatto: «Ma tu non sei più un ragazzo. Tra poco avrai trent’anni. Quando i tuoi andranno in pensione, potrai sempre sfruttarli. Poi un giorno moriranno e di pensioni non ce ne saranno più. Ti resterà soltanto questo alloggio, però una casa non ti darà da mangiare!».

Senza irritarsi, replica: «Vorrà dire che mi metterò a rubare». Lo guardo sorpreso: «A rubare? Ti rendi conto di quel che stai dicendo?». «Sì. Ma dovrò pur campare. Farò il ladro. C’è tanta gente ricca: ha conti in banca, ville, auto di lusso, gioielli. Cercherò di pompargli un po’ di soldi. Conosco degli amici che lo fanno già. Non è difficile. Basta essere svegli e scegliere bene i polli…».

«Ma così rischierai di finire in carcere» gli dico. Mario alza le spalle: «Oggi in galera ci vanno soltanto i clandestini che spacciano la droga. Se mi dovessero beccare, rimarrò dentro per poco tempo. Quando uscirò, ritroverò i soldi che ho messo al sicuro, con i furti e le rapine. E riprenderò a rubare, senza fretta, facendo una vita comoda…».

Questo colloquio di un anno fa, mi è ritornato in mente dopo aver letto un ottimo articolo di Alessandra Mangiarotti, pubblicato il 16 luglio dal Corriere della Sera. Descrive i cosiddetti “Inattivi”, i giovani fra i quindici e i trentacinque anni che non studiano, non lavorano, non pensano al futuro e non hanno ambizioni. In Italia sarebbero un milione e novecentomila. Di loro, gli “inattivi convinti” fra i venticinque e i trentacinque anni sono settecentomila.

Ecco la vera bomba sociale. Mario ne rappresenta una scheggia. Lui pensa che “da grande” farà il ladro. Noi anziani scriviamo sui festini del Cavaliere, sull’identità del Partito democratico, sulle ronde sì o no, su che cosa distingue un romanzo da un libro qualsiasi. Forse sarebbe meglio comprarsi un fucile. E imparare a difendersi.

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