Corruzione e politiche: quando le “regole” non bastano

6 Giugno 2017, di Giovanni Falcone

 

Premessa

La lunga esperienza di “tangentopoli” degli inizi degli anni ’90 che vide il coinvolgimento della intera classe politica dell’epoca, risultando coinvolti tutti i Partiti dell’arco Parlamentare, dimostrò, oltre ogni ragionevole dubbio, la forte e nefasta commistione esistente fra l’economia e la politica.

Al netto di eccessi procedurali dell’attività investigativa, se non giammai giustificabile ma pure comprensibile per l’ampiezza dell’inchiesta ed il numero dei personaggi coinvolti, le cui responsabilità furono equamente ripartite fra l’impresa e la politica, qualche riflessione appare opportuna oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo dai fatti.

Negli anni a venire, anche per rispondere alla fortissima domanda proveniente dall’opinione pubblica particolarmente scandalizzata dal livello della corruzione raggiunto nella Pubblica amministrazione, si chiedeva un deciso intervento della politica più volte invitata a riscrivere le regole.

Il principale obiettivo di qualunque società civile, prima ancora di controllare il corretto operato della Pubblica amministrazione, dovrebbe fare opera di persuasione nella formazione della classe dirigente dell’impresa, stimolata ad una corretta e sana competizione sul mercato senza il ricorso a tecniche fraudolente come la “corruzione”, come principale arma per vincere un appalto o la concessione di u servizio.

In tal senso, un grandissimo contributo veniva fornito sul piano normativo e le prime sentenze lo stanno confermando, relativamente al Decreto legislativo n.231/2001 – Responsabilità amministrativa d’impresa – sovente coinvolta per accertate condotte illecite di rilevanza penale dei propri dipendenti e/o amministratori, laddove l’azienda ne tragga un “interesse o vantaggio[1]” ed in assenza di un idoneo Modello organizzativo e annesso Codice etico.

Scandali finanziari, tra “etica e morale” del cittadino

L’inizio del terzo millennio, a parte il gravissimo attentato terroristico alle Torri gemelle di New York, sembra essersi caratterizzato da una raffica di scandali che hanno forse contribuito ad attenuare il ricordo di “tangentopoli”, quasi a dimostrare che al peggio non c’è mai fine ed evidenziare l’eterno dilemma fra “etica e affari”.

Solo per rimanere ai casi più eclatanti voglio ricordare il  percorso del malaffare, dalla vicenda Cirio alla Parmalat, dai bond argentini, alla storia Giacomelli dove si continuò a notare, l’  invisibile e comune denominatore: il profitto ad ogni costo, perseguito dal c.d. “mondo della finanza”.

Si è cominciato a parlare di banca etica, di investimento etico, promuovendo in tal modo l’utente consumatore di beni e servizi ad arbitro e calmieratore di fenomeni negativi ripugnanti per ogni società civile. La scelta oculata del cittadino comune che acquisterebbe merce dall’imprenditore che non utilizza mano d’opera in nero, che non evade il fisco, che non esporta capitali in paesi off shore, avrebbe dovuto rappresentare, secondo i fautori dell’etica smarrita – se mai c’è stata – un rimedio per scongiurare il proliferare dell’illecito ad ogni livello.

Mi si consenta di dissentire, laddove sembra che, il cittadino possa rimuovere il perpetuarsi di fenomeni di grande criminalità, attraverso la semplice scelta di un “investimento etico”. Sarebbe come scegliere fra pace e guerra, fra bene e male … la soluzione sarebbe fin troppo semplice.

Se è vero che gli scandali di cui parliamo, secondo le risultanze investigative riferite dagli organi di stampa, si sono determinati, ampliandosi a dismisura per decenni, per la fraudolenta gestione del management, ai quali viene attribuita l’intera responsabilità delle indebite e continue appropriazioni di ingentissime risorse finanziarie, non si comprende quali potevano essere le modalità di influenza del cittadino comune per evitare o ridurre i provocati disastri.  Per gruppi imprenditoriali dell’industria o della grande distribuzione alimentare, molto spesso, la sola denominazione è sufficiente a rappresentare elemento di fiducia e credibilità, tanto per la qualità del prodotto che per il know-how raggiunto e riconosciuto sul mercato globalizzato.

E’ innegabile, infatti, per rimanere ai casi citati, che la qualità della variegata produzione dei nostri due colossi alimentari (Cirio e Parmalat), non avrebbero mai suscitato nel “sentire comune” alcun dubbio sulla moralità degli amministratori e, meno che mai sulla loro solidità finanziaria e patrimoniale.

Allora ci dobbiamo chiedere, con una accorata e comune riflessione a voce alta, perché tutto questo è successo?

La risposta è paradossalmente semplice o se volete, naturale, nella misura in cui siamo tutti convinti che l’etica non si può imporre, la si può solo applicare attraverso il comportamento dei singoli in aderenza a regole codificate, aventi sicuramente anche una loro morale (in aderenza al famoso detto che “Signori si nasce..”).

Come ho già avuto modo di argomentare sulle gravi vicende di cui parliamo[2], i crak finanziari si sono registrati a causa di una serie di interessi in conflitto all’interno delle Holding, a cominciare dai collegi sindacali nominati e retribuiti dagli stessi consigli di amministrazione per continuare con le società di revisione, ovvero all’esterno, con il mondo bancario e finanziario che, interessato al rientro dalle ingenti esposizioni (da tempo considerate “sofferenze di fatto”), ha preferito trasferire il proprio rischio d’impresa sull’ignaro ed anonimo risparmiatore, spesso con la complicità o nel disinteresse degli organi istituzionali di controllo[3].

Interessi, è bene sottolineare, che nessuna legge ha tutelato e nessun controllore, ad ogni livello ha neanche lontanamente scoperto o ventilato, seppure in presenza, secondo quando si è appreso nella immediatezza degli scandali e della meritoria seppur tardiva azione della magistratura, di bilanci di esercizio costruiti con lo scanner di personal computer.

E’ stato veramente troppo e purtroppo, con quello che ci racconta la cronaca quotidiana, non sembrano certamente finiti.

Se appare condivisibile quanto appena detto, non possiamo non convenire che il comune cittadino, nella sua quotidianità, non sceglie né ha mai scelto l’investimento da fare, rimettendosi interamente ai “consigli” della banca di propria fiducia, del salumiere sotto casa o del macellaio addirittura ereditato.

Il comune sentire della fiducia nel prossimo o di ciò che ci circonda, rappresenta, o dovrebbe rappresentare, l’unico e vero patrimonio di ogni società civile. Se veramente vogliamo tutelarlo, questo comune sentire (che il nostro codice penale chiama “fede pubblica”), facciamo in modo che le regole, qualunque esse siano o da chiunque fossero state pensate, siano rispettate, con sanzioni esemplari contro i trasgressori, trascurando una volta tanto quel “buonismo” che spesso ci assale in misura direttamente proporzionale alle lungaggini dei processi.

Forse quanto dico non è una soluzione, o meglio, non è sicuramente l’unica, ma è certamente una strada ragionevolmente percorribile, se vogliamo dare l’idea che le regole, quando ci sono – e nei casi di cui parliamo ce n’erano addirittura troppe ove bastava applicarne la metà per evitare tali disastri – devono essere rispettate, nella comune consapevolezza che, ove ciò non dovesse avvenire, le “aggravanti” saranno significativamente prevalenti per una condanna “senza se e senza ma”.

Aggiornamento delle regole del gioco

In questi anni ho spesso sentito affermazioni del tipo: “Una volta si rubava per il Partito, oggi si ruba per arricchimento personale”.

L’ho sempre ritenuta una frase riduttiva e priva di senso e, per quanto possibile,  cerco di spiegarne la ragione.

Se nella gestione amministrativa di un Ente, una organizzazione o un Partito, ricevo dei contributi, delle dazioni in danaro, elargizioni volontarie senza registrali alla voceentrate” in una contabilità all’uopo predisposta, come si possa fare – sia in passato che oggi – a comprenderne il concreto utilizzo di tali somme?

E’ evidente pertanto che solo la trasparenza ed una corretta informazione delle “Entrate & Uscite”, potrà fare la differenza.

Se manca questo requisito la “corruzione & il malaffare” è insita nella gestione del Partito, quale che sia!

Più volte si è detto e l’occasione è propizia per ripeterlo che la “burocrazia” rappresenta l’anticamera della corruzione.

Fissare regole chiare, semplici e comprensibili con percorsi amministrativi celeri, rappresenta certamente una strada per migliorare il rapporto fra l’economia e la pubblica amministrazione.

Quest’anno, sembra che il nostro Paese abbia guadagnato una decina di posizioni della statistica planetaria degli Stati più corrotti.

Su 176 Paesi esaminati da Transparency International, siamo passati dal 69° al 61° posto nell’anno 2016, registrando una inversione di tendenza rispetto al passato.

Per quanto assolutamente poco, qualcosa si è fatto nel recente periodo: dalla istituzione dell’Autorità anticorruzione (ANAC) di Raffaele CANTONE al Nuovo Codice degli appalti – portato da 700 a poco più di duecento articoli – alla nuova legge anticorruzione.

La strada è in  salita, ognuno deve fare la sua parte a cominciare dal corretto operare dell’impresa sul mercato  per la crescita economica del nostro Paese.

Insieme si può!

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[1] Pensiamo all’appalto vinto grazie ad una “tangente” versata dal dipendente di una impresa privata a favore del funzionario pubblico: il reato l’ha commesso il dipendente e la responsabilità penale è personale ma il beneficio ovvero, l’interesse e il vantaggio è certamente della persona giuridica

[2] FARE IMPRESA NELLA CERTEZZA DEL RISCHIO Fare qualcosa si rischia di sbagliare, non fare niente si sbaglia di sicuro , La banca & la frode “…vittima o complice…”, RICICLAGGIO & USURA – tra formazione e informazione, FALSE FATTURAZIONI: Lo sforzo di apparire un bilancio trasparente

 

[3] Un grandissimo contributo alla trasparenza potrà giungere dalla nomina di una Commissione d’inchiesta parlamentare sul fenomeno dei tanti fallimenti bancari per i quali è intervenuto il salvataggio pubblico