Contratti: serve ripresa economica per stabilizzare il lavoro

6 Agosto 2018, di Francesco Puppato

Residente al Sud, tra i 15 ed i 34 anni, impiegato nel settore agricolo, turistico o del commercio: questo l’identikit del lavoratore con contratto a tempo determinato.

La percentuale maggiore degli occupati con contratti a termine si trova infatti nelle caratteristiche sopraindicate; tuttavia, la quota dei contratti a tempo determinato è comunque inferiore alla media dell’eurozona.

Lo studio, elaborato dalla Cgia di Mestre su un campione di oltre 3 milioni di lavoratori aventi un contratto di lavoro a tempo determinato e basato sul secondo rilevamento Istat di giungo, ha portato il coordinatore dell’ufficio mestrino, Paolo Zabeo, a dire quanto di seguito:

La crescita di questi contratti flessibili registrata negli ultimi 10 anni è correlata all’andamento dell’economia. Quando il Pil si abbassa il numero scende, quando l’economia torna a salire i precari aumentano. A nostro parere, va segnalato che il notevole ricorso a questi contratti non è legato al loro elevato numero, ma a seguito di una crescita che è stata e che continua a risultare troppo modesta. Con variazioni del Pil molto contenute, infatti, non possiamo che ottenere una cattiva occupazione, che abbassa la produttività complessiva del lavoro e conseguentemente anche i salari pro capite”.

Sul totale degli occupati dipendenti, stando ai dati provvisori inerenti alla media del primo semestre del 2018, la percentuale dei lavoratori a tempo determinato ha raggiungo la percentuale del 16,6%. in valori assoluti, riporta “Repubblica”, si parla di 2.964.000 unità.

Nota peggiore, però, è quella che riguarda gli occupati a tempo indeterminato; il loro numero, infatti, è in diminuzione. L’aumento del 2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno è dunque dovuto all’aumento dei contratti a termine.

Ancora più negativa è, infine, la situazione che riguarda gli autonomi (liberi professionisti, occupati indipendenti), in quanto, sempre nel primi sei mesi di quest’anno rispetto al 2017, sono calati dell’1,8%.

Il bilancio totale italiano, dipendenti più indipendenti, è cresciuta dell’1,1%, ma con le caratteristiche appena viste.

Nel 2017, nel Bel paese, l’incidenza percentuale dei contratti di lavoro a tempo determinato sul totale degli occupati è stata del 15,4%; al Sud questa percentuale ha toccato picchi pari al 19,3% (il centro si è fermato al 14,8% mentre il Nord al 13,7%).

Buttando un occhio all’andamento dell’area euro è però possibile vedere che, con riferimento all’anno scorso, gli altri Paesi non se la sono passato meglio: l’incidenza percentuale dei contratti a termine in Francia si è attestata al 18%, in Olanda al 21,8% ed in Spagna addirittura ala 26,6%. La media dei Paesi aderenti alla moneta unica è stata del 16,2% e solo la Germania ha avuto un’incidenza inferiore a quella italiana, stabilizzandosi sul 12,8%.

Ecco dunque che, in generale nell’area euro, vi è il forte bisogno di una ripresa economica che generi occupazione e dia fiducia al mercato. In questo modo per le aziende sarà più facile (e conveniente) offrire contratti di lavoro stabili, cosa invece non fattibile in condizioni di incertezza nelle prospettive future.