Conti correnti a rischio: lo scandalo Bio-On fa salire la paura

27 Ottobre 2019, di Leopoldo Gasbarro

Ci si chiede perché gli italiani non investano e lascino tutti i soldi in conto corrente? Perché non si fidano, questo probabilmente è il vero problema dei nostri giorni: la mancanza totale di fiducia nei confronti del mondo degli investimenti, nei confronti delle istituzioni. E non manca occasione perché questa sfiducia non venga alimentata.

Sono 10.000 i piccoli investitori che sono rimasti invischiati nel nuovo scandalo finanziario chiamato Bio-On. Diecimila persone che si sono lasciate catturare dalla rete del guadagno facile e che ora, invece, rischiano di ritrovarsi con un pugno di mosche tra le mani e di veder volatilizzati i loro investimenti.

La situazione di Bio-On crea imbarazzo anche a noi giornalisti. Ci è stata raccontata, anche e soprattutto perché sdoganata istituzionalmente, come fosse il fiore all’occhiello del mercato Aim, un caso di splendida innovazione italiana ed invece rischia di trasformarsi in un castello di carte.

Bio-On, entrata in borsa esattamente cinque anni fa, aveva bruciato le tappe, arrivando fino ad oltre 1,3 miliardi di capitalizzazione e mettendo in tasca, a chi è uscito dall’investimento al momento giusto, un guadagno in tripla cifra. Poi in piena estate il tonfo: il fondo Quintessential, un fondo americano speculativo, ne denuncia la incapacità produttiva ed ipotizza la falsificazione dei bilanci da parte della società stessa. E’ l’inizio della fine. Il titolo tracolla in borsa. Nei mesi scorsi Bion-On resta sull’otto volante fino alla sospensione dovuta all’arresto dei vertici societari dell’altro giorno avvenuta quando ormai la capitalizzazione si era ridotta a 200 milioni con una perdita di oltre l’80%. Ma quei 200 milioni di capitalizzazione quanto varranno nel momento in cui Bio-On dovesse essere riammessa agli scambi? In questo momento è facile ipotizzare che quei titoli possano essere considerati carta-straccia.

Ora ci sono 10mila persone che tremano, le stesse che avevano pensato di aver fatto l’affare della loro vita.

Per non parlare dei dipendenti di Bio-On e delle loro famiglie, che ora rischiano seriamente di perdere il posto di lavoro.

Ma dov’era chi doveva controllare?

Qui non si parla di normale andamento di mercato. Non si parla di un’azienda andata in crisi perché il business ha smesso di funzionare. Qui si parla di frode.

Una lunga schiera di funzioni e funzionari dov’erano mentre Bio-On continuava a correre sul listino?

Perché è dovuto intervenire un fondo americano per scoperchiare il vaso di Pandora?

Ed anche in questo caso, è normale che un fondo che dichiari di guadagnare sul crollo di un titolo favorisca proprio l’andamento negativo di quel titolo?

E’ stata la denuncia di Quintessential a far partire i controlli della magistratura. Senza quella denuncia Bion-On sarebbe ancora in vetta ai titoli del listino della sua categoria.

Fa specie che moltissimi gestori di fondi avessero già abbandonato l’investimento in Bio-On dimostrando lungimiranza e capacità di lettura del mercato. Tuttavia, neanche questo ha acceso campanelli dall’allarme in chi avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto?

E’ chiaro, a questo punto, che c’è più di qualcosa da rivedere nel “sistema italiano”, dimostratosi in difetto dal punto di vista dei controlli ed in difficoltà nel regolamentare anche l’azione, non proprio normale, di un fondo come Quintessential.

Il caso dell’azienda bolognese è comunque l’ultimo di una serie che sta mettendo a dura prova l’umore dei risparmiatori italiani.

Dal fallimento delle 4 banche nel 2015 (Etruria, Marche, Cariferrara, Carichieti) a quello delle popolari venete, sono stati bruciati circa 12 miliardi di azioni ed obbligazioni subordinate, per non parlare della perdita di valore delle azioni di istituti come MPS e Carige, i cui corsi sono stati  praticamente azzerati, e di alcune tranches non ancora rimborsate di titoli obbligazionari.

E poi è stata la volta dei PIR.

Lanciati con forza, prima tanto “spinti” anche dal Mef e poi bloccati dal governo Di Maio-Salvini. Prima dello stop erano stati investiti anche, e soprattutto, da piccoli risparmiatori ben 17 miliardi di euro.

Dopo il blocco del governo giallo-verde anche chi aveva già versato, impaurito dalla situazione di poca chiarezza, ha cominciato a disinvestire, perdendo sia denaro in termini di controvalore, sia i benefici fiscali che avrebbe maturato nel tempo.

Un recente report di Equita Sim evidenzia una fuoriuscita di oltre 700 milioni. Ma qualcuno si è chiesto chi c’è dietro i 17 miliardi dei PIR? Quali storie personali e familiari raccontano quei risparmi? Non si tratta di semplici numeri, ma di progetti di vita che, probabilmente, non verranno mai realizzati

E’ così che si vuole creare fiducia?

In questi giorni il nuovo esecutivo sembra stia tornando a considerare una riapertura anche attraverso un dialogo più serrato con le associazioni di categoria, Assogestioni su tutte. Ci sarebbe la volontà di riaprire il discorso PIR. Ma dopo quanto è accaduto chi si fiderà più? Chi non penserà che, magari, il successivo governo del Paese non cambi di nuovo le carte in tavola? La fiducia è stata intaccata, quella fiducia che è la vera moneta di scambio nel rapporto istituzioni finanziarie- banca-risparmio.

Sui PIR ci vorrà uno sforzo bello grande per riconquistarla.

Ma non basta.

La ciliegina sulla torta delle dichiarazioni di Mustier di Unicredit, nei giorni scorsi, la volontà di far pagare ai correntisti i tassi negativi applicati dalla BCE ha completato il quadro dell’instabilità generale.

Mustier dice che i soldi andrebbero investiti invece che lasciati sul conto corrente? Che bisognerebbe rendere più remunerativi gli investimenti? E’ tutto corretto.

Ma finché ci saranno situazioni che minano la fiducia come quelle che abbiamo appena raccontato, sarà difficile schiodare gli italiani dalla voglia di “liquidità” che si traduce in voglia di “sicurezza”.

La liquidità non rappresenta altro che una “via di fuga” in caso di necessità.

Eppure servirebbe davvero cambiare rotta nella gestione dei risparmi, siamo davvero in un periodo da “Resa dei conti”, di profonde trasformazioni sociali che imporrebbero scelte diverse.

Tuttavia, fino a quando penseremo che i nostri conti, i nostri soldi, siano a rischio, il quadro non potrà che peggiorare.

C’è bisogno di consulenza, di affidabilità, di competenza, c’è bisogno di fiducia, quella con la “F” maiuscola, per spiegare agli italiani che le strade, per remunerare i risparmi ci sono eccome, ma, finché continueremo a vivere immersi nella nebbia della confusione dettata dai rumori forti delle notizie di cui abbiamo scritto in queste righe, quelle strade non si riuscirà mai a vederle.

Leopoldo.gasbarro@triboo.it