Condono fiscale, Sacconi lo esclude

19 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha categoricamente smentito ieri sera a Ballaro’ che il governo abbia allo studio misure fiscali dirette o indirette di rientro dei capitali.

Parlando del mancato varo del Decreto Sviluppo da parte del governo, giustificato dallo stesso premier con la constatazione che “non c’e’ fretta e non ci sono i soldi“, alla domanda del conduttore Giovanni Floris se l’esecutivo avesse allo studio altre misure per il rilancio dell’economia, Sacconi ha risposto: “Si’, la questione e’ sul tavolo del consiglio dei ministri, di tutti i ministri”. Domanda: compreso Tremonti? “Si’, compreso Tremonti” ha risposto. Aggiungendo: “Posso anche confermare che non ci saranno misure dirette o indirette di condoni fiscali”.

Sacconi, coadiuvato su questo specifico tema in studio da Renata Polverini, anch’essa ospite di Ballaro’ (il governatore del Lazio e’ nella maggioranza PDL ma con recenti toni di dissenso) ha spiegato che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha parlato con i governatori di varie Regioni chiedendo se e’ possibile accelerare l’allocazione di risorse finanziarie da parte delle amministrazioni locali per l’apertura accelerata di cantieri gia’ progettati e l’avvio di opere per la realizzazione di infrastrutture”. Insomma, i soldi non ci sono a livello nazionale ma potrebbero in teoria essere reperiti dalle Regioni.

Ieri sera il premier Berlusconi in un incontro a Palazzo Grazioli con i ministri Paolo Romani, Raffaele Fitto, Renato Brunetta e il coordinatore del PDL Angelino Alfano (ma non Giulio Tremonti che ha mandato il sottosegretario alle Finanze Casero, a sottolineare il gelo che esiste tra presidente del consiglio e ministro dell’Economia) ha ripreso in considerazione un “concordato fiscale” per dare una boccata di ossigeno da 5 miliardi alle esauste casse dello Stato.

“Berlusconi – scrive La Repubblica – e’ tornato alla carica con sull’ipotesi di un accordo con la Svizzera – sulla scia di quelli gia’ siglati da Germania e Gran Bretagna – che consenta il recupero di ingenti fondi attaraverso la tassazione di capitali italiani protetti finora dal segreto bancariio”. Ma ormai non ci sono piu’ i tempi, perche’ un accordo simile avrebbe dovuto essere prima ratificato dal Parlamento. In tarda serata la smentita di Sacconi a Ballaro’.

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La paura dell’agguato. Il premier alza bandiera bianca

“In Parlamento numeri risicati non possiamo correre rischi”. Per la crescita possibili solo misure di basso profilo. L’obiettivo è non presentarsi domenica al Consiglio Europeo a mani vuote.

di Carmelo Lopapa

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E adesso il Cavaliere medita di battere una clamorosa ritirata. Per scongiurare una rovinosa caduta. Più che una tentazione, una via di fuga concreta, messa a punto nelle ultime ore. Il premier ne ha parlato con franchezza ai ministri Paolo Romani, Raffaele Fitto, Renato Brunetta e al coordinatore Angelino Alfano, riuniti fino atarda sera a Palazzo Grazioli. Assente, non a caso, Giulio Tremonti. Al momento, non ci sono le condizioni per portare in aula e far approvare un decreto sviluppo che sia all’altezza delle aspettative: «Meglio congelarlo ed evitare la disfatta».

Il PROVVEDIMENTO, che nei disegni del premier dovrebbe tracciare la via d’uscita dalla crisi, trasformarsi nel trampolino di rilancio per l’economia stagnante, rischia di trasformarsi nella più insidiosa delle trappole parlamentari per una maggioranza che boccheggia. Tanto più che dopo settimane di dibattito interno, il dossier è rimasto ancora una copertina con poco o nulla al suo interno. Troppi veti incrociati ne ostacolano il cammino.

In ultimo, quelli emersi nel corso dell’ennesimo faccia a faccia — tanto teso quanto inconcludente — di ieri pomeriggio tra Berlusconi e il ministro Tremonti, nella stanza del governo di Montecitorio. La via di fuga alla quale il presidente del Consiglio a questo punto starebbe pensando passerebbe attraverso un provvedimento magari da «vendere» con minor enfasi e con misure minime, soprattutto a basso rischio. Già, perché sullo sfondo la vera incognita restano i numeri in Parlamento.

Da Berlusconi a Verdini, dai ministri ai capigruppo di Pdl e Lega, già da ieri era piuttosto percepibile l’apprensione, il panico da inabissamento in aula. Il Cavaliere si è presentato di persona alla Camera per serrare le file, come aveva preannunciato la settimana scorsa dopo la figuraccia sul rendiconto. Sebbene in agenda ci fossero solo le prime votazione sulla riforma dell’art. 41 della Costituzione sulla “libertà di impresa”. La maggioranza ha tenuto alle due prove, con 15 voti di scarto. Poco rassicuranti, tuttavia: le fibrillazioni proseguono, dagli scajoliani ai responsabili rimasti a mani vuote, passando per i sudisti di Micciché fino a Ronchi.

Ciascun deputato sente di essere la pedina numero 316, decisiva perla sopravvivenza del governo. «In queste condizioni non possiamo correre rischi» è stato il ragionamento confidato dal Cavaliere ai suoi. «Qualcosa ci inventeremo» ha ripetuto in serata nella sala riunione della sua residenza, come già aveva dichiarato ai giornalisti in Transatlantico.

Prende quota l’idea di un concordato fiscale per dare una boccata d’ossigeno da 5 miliardi di euro alle casse dello Stato. Solo un’ ipotesi, tutto rinviato a oggi. Intanto, meglio attrezzarsi per un’alternativa al dl sviluppo, alzare bandiera bianca se sarà necessario. L’ipotesi “congelamento” Berlusconi la sta prendendo in considerazione tutt’altro che a cuor leggero. «Domenica sarò al Consiglio europeo e dovrò pur portare qualcosa» spiegava ai collaboratori più stretti nelle ore trascorse nella sua stanza a Montecitorio. «L’Europa ci chiede rigore ma anche sviluppo, crescita».

Intuisce che il sentiero per il governo italiano si fa assai stretto. I conti rischiano di non tornare se, pur contenendo o riducendo il debito, il Pil continua a non crescere, se l’economia non decolla. In queste condizione, proprio l’Europa potrebbe subordinare nuovi aiuti all’Italia a un’altra manovra che questa volta difficilmente l’esecutivo e la sua maggioranza sarebbero in condizioni di condurre in porto. Tensioni che si moltiplicano, mentre le piazze vengono occupate dai poliziotti sul lastrico e le associazioni delle imprese suonano al governo il gong del «tempo scaduto».

Chi ha incontrato in serata Berlusconi lo ha trovato cupo e preoccupato: «Col dl sviluppo vorrei far ripartire l’economia e le assunzioni e fare felici tutti gli italiani, ma non ci sono soldi e c’è qualcuno che rema contro. Ci sono forze occulte che vogliono mantenere il Paese in crisi». Chi rema contro? Il quadro è reso ancor più complesso dai rapporti ridotti ormai al lumicino tra il premier e Tremonti. Il ministro dell’Economia in serata non è neanche andato al vertice di Palazzo Grazioli sul provvedimento in cantiere, preferendo inviare il suo sottosegretario Casero.

«Il decreto sviluppo non può essere a costo zero, Giulio, lo dicono tutti i ministri: dobbiamo recuperare delle risorse» gli ha quasi intimato ieri pomeriggio il presidente del Consiglio. Ma non esistono risorse disponibili, si è sentito rispondere dal responsabile dell’Economia. Allora Berlusconi è tornato alla carica sull’ipotesi di un accordo con la Svizzera — sulla scia di quelli già siglati da Germania e Gran Bretagna — che consenta il recupero di ingenti fondi attraverso la tassazione dei capitali italiani protetti finora dal segreto bancario.

I contatti con Berna sono stati già avviati. »Ma per inserire la misura nel decreto avremmo prima dovuto ratificare l’accordo con la Svizzera in Parlamento, ormai non ci sono più i tempi» ha tagliato corto Tremonti prima di uscire e ripetere: non ci sono più soldi. Al Cavaliere non resta che blindarsi in aula, circondato dai suoi, e schivare le imboscate. Fin tanto che sarà possibile.

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