Società

CONCERTAZIONE? NO, SCHIAVI
DELLE LOBBY

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(WSI) – Nell’incontrare le parti sociali il governo non ha precisato il contenuto della «manovrina 2006». Ha detto che avrà una consistenza pari a mezzo punto di Pil e che eviterà i fronti di intervento più delicati, sui quali l’attacco è rinviato al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, preannunciato anch’esso per il 7 luglio, e alla Legge Finanziaria di autunno. Ha anche chiarito che la correzione di bilancio complessiva 2006-7 sarà di tre punti di Pil. L’annuncio, temperato dal rinvio, non sembra aver creato le preoccupazioni che questa entità parrebbe suggerire.

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Il problema è anche che non sappiamo quasi nulla del progetto d’insieme delle politiche economiche con cui si vuole perseguire, a medio termine, l’ormai famoso terzetto: stabilità, crescita ed equità. Dopo averci lesinato concretezza nel programma elettorale, il governo è riuscito a calare un muro di discrezione sulla preparazione delle sue decisioni. Ora sappiamo la quantità ma non conosciamo la qualità dell’aggiustamento di bilancio. Il peggio sarebbe un Dpef che rimane sul vago e una Finanziaria che non prende forma prima di fine anno. Il lavoro non è facile e il governo ha diritto di essere giudicato quando le scadenze che si è posto arriveranno. Particolarmente importante è il disegno d’insieme, pluriennale, del Documento atteso per il 7 luglio. Il tempo per chiarirsi le idee, saggiare la concertazione e decidere le linee di intervento non è ancora scaduto: ma sta per scadere. Non si può continuare a dire che le cose sono messe malissimo e non dire il da farsi, dando l’impressione che nessuno voglia pagare il prezzo economico e politico dei provvedimenti necessari. Rinviare rassicura le fazioni politiche più miopi ma alimenta l’incertezza di consumatori, investitori e mercati, e rischia di far rimpiangere il forzato ottimismo del centrodestra.

D’altra parte la natura dei principali provvedimenti strutturali da prendere è nota da tempo e riguarda settori come le pensioni, la sanità e la finanza locale, il pubblico impiego, dove non è facile raggiungere quel grado di consenso politico e sociale che è indispensabile perché essi vengano davvero varati e abbiano successo, restituendo a tutti, domani, più di quello che prendono ad alcuni, oggi. Per questo, anche se siamo curiosi di conoscere la definizione precisa degli interventi, su di essi il giudizio di tutti sarà più politico che tecnico. Conterà soprattutto la capacità di predisporre il giusto grado di consenso.

Il consenso richiede la concertazione. La quale avviene con le parti sociali e le rappresentanze di interessi particolari. Si tratta di quelle corporazioni di cui il Paese abbonda e che sono alla radice dei suoi problemi economici. E’ paradossale, pericoloso, ma verissimo, che la battaglia per l’interesse generale deve passare dalle forche caudine di procedure che consacrano gli interessi particolari. Perché l’acrobatico esercizio abbia successo non bastano la furbizia e l’autorevolezza del governo: occorre che tutte le parti concertanti riducano le loro pretese corporative, le tentazioni di scaricare sugli altri i costi di accordi che beneficeranno tutti. Per ora di questo atteggiamento non si è vista ombra: dai sindacati agli assicuratori, dalle imprese ai politici locali, si sono sentite solo dichiarazioni difensive, promesse di guerra a chi tocchi i loro interessi. Se non c’è progresso su questo fronte non c’è governo che possa riuscire. Non è facile essere i primi a fare un passo indietro. Ma l’opportunità di smarcarsi facendolo è grandissima: significa candidarsi ad essere i primi protagonisti della competizione di domani anziché gli ultimi difensori dell’incaglio di oggi.

Oltre al governo e alla concertazione, per le urgenze della politica economica serve l’approvazione parlamentare. Su questo fronte sono note ed evidenti le fragilità della maggioranza. Per superarle non basta stringere le file a tutti i costi. Sono indispensabili gli «esercizi di convergenza» con l’opposizione, come li chiamavamo già l’estate scorsa su queste colonne. E’ inutile giocare duro destra contro sinistra su un campo dove non sono chiare le regole, dove non c’è sufficiente fiducia nei meccanismi competitivi di mercato e sul modo di regolarli. Si finisce col fare un macabro balletto prima di ricadere in qualche strano e scolorito tentativo centrista. E’ interesse dei migliori politici di entrambi i poli gareggiare in concretezza nel far convergere consenso sui provvedimenti di cui tutti, in cuor loro, riconoscono l’indispensabilità. Se le barriere e le bandiere, partitiche o di coalizione, ostacolano queste convergenze, si riconosca che sono barriere e bandiere di una competizione politica consunta, non di quella che troverebbe nuova vitalità e legittimazione in uno scenario istituzionalmente più solido e meno fazioso.

franco.bruni@unibocconi.it

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