CON LE COMMODITY TORNA LA SPERANZA

9 Aprile 2009, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Mentre il presidente cinese Hu Jintao partecipava a Londra ai lavori del G20 e mentre, proprio alla vigilia del vertice di Londra, incontrava per la prima volta Obama, Pechino continuava a fare incetta di metalli non preziosi, a cominciare dal rame, di cui è già il maggiore acquirente mondiale. Sempre la settimana scorsa la China Minmetals ha raggiunto un accordo per rilevare, sborsando 1,2 miliardi di dollari, le operazioni della società mineraria australiana Oz Minerals, seconda produttrice mondiale di zinco. E altre acquisizioni del genere dovrebbero essere annunciate tra breve.L’attivismo cinese ha contribuito a una sorprendente ripresa delle commodities, a cominciare dai metalli industriali. I prezzi del rame, sono saliti del 31% dall’inizio dell’anno, quelli dello zinco del 9,3 e del piombo del 27. La fiammata si è riflessa nelle quotazioni azionarie. Nel primo trimestre del 2009, mentre il Dow Jones faceva le bizze e toccava i minimi degli ultimi 12 anni, le società che operano nei metalli non ferrosi hanno registrato sulla piazza americana una crescita del 16,1%, e il comparto minerario è aumentato del 9,8. Qualche analista ha interpretato questi movimenti come segnali di una svolta nella crisi.


Non c’è dubbio che gli investitori aspettino con ansia, dopo una tempesta economica così lunga che i mercati raggiungano il bottom da cui ripartire. E se Obama ha accennato i “primi dati incoraggianti”, il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha dichiarato la settimana scorsa che un miglioramento della situazione globale è possibile sin dalla fine di quest’anno. In questo contesto i movimenti in atto nelle commodity offrono uno scorcio interessante. E’ un mercato che funge da barometro non solo delle aspettative del mondo delle imprese, ma di giochi strategici a livello di grandi investitori e di governi, come quello cinese, per meglio posizionarsi nei nuovi equilibri che verranno a determinarsi con la ripresa. I metalli potrebbero diventare uno strumento privilegiato per chi vuole difendersi – comprando futures, etf, etc dai pericoli di una inflazione provocata dalle maximanovre di stimolo economico e dall’alto indebitamento pubblico. E potrebbero essere un modo per la Cina e altri paesi di diversificare le loro riserve valutarie.


Il campo delle commodity è ampio. Vi figurano comparti che rispondono a logiche diverse: com’è il caso del petrolio, dominato dall’Opec, da interessi politici e dalle decisioni, a volte bizzarre, di qualche dittatore; o dei metalli preziosi, a cominciare dall’oro, che è il bene rifugio per eccellenza; o anche delle derrate agricole. Per il settore dei metalli di base, cioè quelli industriali, il boom è cominciato relativamente tardi. All’inizio del millennio, in coincidenza con l’esplosione industriale asiatica, e in particolare della Cina, si è vista una domanda crescente di queste materie prime che si è poi intrecciata con la progressiva “finanziarizzazione” delle commodity. Pechino, che fino alla fine degli anni ‘90 era un esportatore di metalli, ne ha fatto incetta in Africa e in Australia. Ha superato gli Usa come importatore di rame cileno. Intanto, facendo leva sui futures scambiati a Chicago, gli hedge fund e le banche di Wall Street come la Goldman Sachs, hanno avviato operazioni speculative in grande stile. Investitori minori, spaventati dalla volatilità dei futures, si sono invece serviti negli Usa degli Etf (Exchange traded funds) e in Europa dei Etc (Exchange traded commodities) per diversificare il loro portafoglio con fondi specializzati in singole commodity.


Tutto questo ha portato a una crescita impetuosa delle quotazioni. «Alla fine del 2007 c’è stata una tragica inversione di tendenza», ricorda Mario Quarti, excountry manager per l’Italia della Bank of America e conoscitore del mercato delle materie prime. «La consapevolezza che i prezzi dei metalli industriali erano legati a proiezioni irrealistiche di crescita economica ha portato a un crollo delle quotazioni». Mentre le industrie riducevano le scorte, la bolla si è sgonfiata: alcuni metalli hanno perso tre quarti del prezzo, altri addirittura due terzi. Il fondo, è stato toccato tra novembre e dicembre 2008. A differenza però di tutte le altre categorie di asset, che ancora languono, i metalli di base stanno registrando nel 2009, dopo due trimestri di flessioni sensibili (25 e 35%), un inaspettato risveglio. Come interpretarlo?


La prima spiegazione può essere che, a dispetto degli allarmi sulla disoccupazione, della stasi dei consumi e delle difficoltà nel credito, gli operatori vedono le prime speranze di una ripresa e vogliono approfittare dei bassi prezzi. Una seconda ragione coinvolge il mondo della finanza che vede i metalli come una delle poche opportunità di investimento. Il paladino di questo indirizzo è Jim Rogers, 56 anni, cofondatore insieme a George Soros del celebre Quantum Fund: Rogers ha sempre avuto il pallino delle commodity, guadagnando miliardi e creando un suo indice (Rogers international commodities index). In questa fase è uno strenuo difensore degli investimenti nei metalli e continua a fare proseliti, anche per il timore di un risveglio dell’inflazione.


Per il momento i prezzi non accennano a salire. Ma a dispetto delle analisi tranquillizzanti di molti economisti, tra cui Luca Paolazzi della Confindustria, che vedono il permanere di un clima deflazionistico, c’è inquietudine tra gli investitori sui rischi delle misure per stimolare la ripresa economica. Gli Usa, oltre a varare la legge da 787 miliardi per difendere l’occupazione, proseguono nel quantitative easing, lo stampare soldi aumentando la circolazione della moneta. Ciò aumenta il debito pubblico americano, che è già di 11mila miliardi di dollari. Il rischio? Che inneschi la spirale inflazionistica. Di qui la maggiore attenzione con cui gli investitori, anche piccoli, guardano ai metalli come difesa, garanzia e opportunità di profitto. Il terzo elemento per qualcuno il più importante che spinge in alto i prezzi dei metalli è la strategia della Cina. Pechino, che potenzia a ritmi sostenuti gli stock strategici di rame e altri minerali, ha due obiettivi: garantirsi canali di approvvigionamento stabili (e a lungo termine) per le sue industrie e per il fabbisogno interno (il rame è molto importante nelle nuove costruzioni). Il secondo obiettivo cinese riguarda il futuro del dollaro. La Cina ha accumulato, grazie ai surplus commerciali, certificati del tesoro americano per mille miliardi di dollari e guarda con preoccupazione alle prospettive delle valute e dell’inflazione. Prima del G20 aveva lanciato l’ipotesi di usare i diritti speciali di prelievo dell’Fmi come base di una nuova valuta per le riserve mondiali. Molti osservatori ritengono che Pechino stia ora perseguendo una diversificazione rispetto ai titoli del Tesoro americani rame e altri metalli alle sue riserve valutarie.

Copyright © La Repubblica. All rights reserved