Competitività: come aumentare salari in Italia

3 Maggio 2017, di Daniele Chicca

Il calo visto in Germania della quota del reddito proveniente da un’attività lavorativa, sinonimo di crescita economica, si può paragonare a quello sperimentato anche da altre economie industrializzate come Stati Uniti e Giappone. Al contrario, le quote in Francia e Italia stanno crescendo dall’inizio dell’avventura dell’unione monetaria e questo mette pressioni al ribasso sul potere d’acquisto delle famiglie, il cui reddito dipende troppo – per l’80% circa – dai salari da lavoro classici.

I salari nazionali sono composti da reddito da lavoro e reddito da capitale. Di solito quando sale la quota dei redditi da capitale, crescono anche le disuguaglianze di reddito. Al contempo, un livello maggiore di reddito da capitale rispetto a quello da lavoro è segnale di crescita e benessere economico generale del paese.

A livello storico, segnala il think tank Bruegel in un report dal titolo “The global decline in the labour income share: is capital the answer to Germany’s current account surplus?”, se si guarda all’interruzione della fase calante della quota del reddito proveniente dal lavoro, la nascita dell’area euro sembra costituire un momento di rottura strutturale per i dati francesi e quelli italiani rispetto a quanto avvenuto invece nella locomotiva tedesca.

Secondo l’Fmi l’innovazione e la globalizzazione stanno riducendo la quota del reddito da lavoro nel mondo, che oggi è del 4% più bassa rispetto al 1970 e questo sta contribuendo a un incremento delle ineguaglianze. Per Bruegel sono tre le forze complementari che agiscono e contribuiscono alla divergenza tra la quota del reddito da lavoro e i costi unitari del lavoro (che misura il rapporto tra i salari dei lavoratori e quanto questi producono), un fenomeno che è al centro delle discrepanze in seno all’area euro, tanto criticate dagli anti europeisti. Il think tank prende in esame le differenze tra le tre maggiori potenze della regione a 18: Germania da una parte, Francia e Italia dall’altra.

Salari: tre fattori causano divergenze in area euro

Il primo fattore, osserva Bruegel, riguarda l’incidenza del fattore capitale nel processo produttivo, che è cresciuta maggiormente in Francia e in Italia rispetto alla Germania: è il risultato del fatto che capitale e lavoro sono complementari e non agenti sostitutivi tra loro.

Il secondo è legato all’introduzione stessa dell’euro. Di fatto, la nascita dell’unione ha equilibrato  facendo calare il prezzo di capitale in Italia e in qualche modo anche in Francia. Entrambi i paesi hanno progressivamente aumentato i deficit delle partite correnti e sono diventati paesi importatori netti. Di conseguenza le loro quote di capitale sono cresciute di più rispetto alla Germania e anche le quote del reddito da lavoro sono aumentate.

Non sono state solo delle novità a influire negativamente sui salari. Il terzo fattore citato da Bruegel riguarda le compensazioni e come esse sono influenzate anche da elementi “istituzionali”. Secondo una misura utilizzata da Visser (2015), il potere dei sindacati in Germania è sceso con il tempo, mentre è rimasto relativamente stabile in Francia e in Italia. Un’altra differenza è che il potere negoziale di stabilire i salari in Francia è favorito dall’esistenza di un salario minimo. In Italia, invece, il processo delle trattative salariali non tiene conto delle differenze geografiche, a svantaggio delle regioni meno produttive del paese.

La discrepeanza tra produttività e salari in Italia è tutta qua, secondo Terzi (2016). Un altro elemento interessante riguarda gli scioperi, un fenomeno molto più comune in Francia che in Italia: il numero di giorni non lavorati per via di scioperi per ogni 1000 dipendenti è stato di 79 in Francia e di meno di 10 in Germania.

Le riforme del mercato del lavoro dei primi Anni 2000 attuate in Germania hanno portato a un incremento della forza lavoro grazie alle pressioni esercitate per creare posti di lavoro. Un aumento delle forza lavoro ha portato a un calo della quota del reddito da lavoro, perché essa riduce i salari a meno che non sia compensata da un incremento del capitale corrispondente.

Attenzione però a non pensare che diminuendo i salari nominali si arriva a un aumento della competitività in grado di ridare slancio all’economia. Secondo le teoria dell’economia classica, con un peggioramento della competitività dei prezzi in un determinato paese si ha un aumento dei costi unitari del lavoro. Ma questo non significa che vanno avvallati compromessi al ribasso, sacrificando i salari per una maggiore produttività a basso costo.

La soluzione secondo il think tank Bruegel

Secondo quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo Global Financial Stability Report trimestrale presentato a metà aprile, “l’effetto negativo di integrazione globale e, soprattutto, delle tecnologie è in grado di spiegare circa tre-quarti del calo della quota del reddito da lavoro sul reddito nazionale in Italia e in Germania”.

Nel rapporto è presente un approfondimento delle ragioni alla base del calo della quota del reddito da lavoro. Secondo l’istituto di Washington, la combinazione di tecnologia e integrazione globale, in particolare catena globale del valore e integrazione finanziaria, è responsabile anche di oltre la metà del calo della quota del reddito da lavoro negli Usa che, assieme a Italia e Germania, sono un Paese con un’esposizione relativamente elevata alla “routinizzazione”.

Bruegel fa sapere che le sue analisi sono solo preliminari e che necessitano di ulteriori approfondimenti, ma che suggeriscono come serva una strategia a due vie per aggiustare le divergenze nell’unione monetaria. “La Germania ha bisogno urgente di una strategia politica che aumenti le spese pubbliche orientate agli investimenti“. Anche a livello privato è un dato di fatto che le società tedesche hanno ridotto gli investimenti e aumentato invece i risparmi, diventando esportatori netti di capitale.

In secondo luogo Francia e Italia dovrebbero aumentare la loro offerta nel mercato del lavoro, apportando miglioramenti alle loro istituzioni, che colpevolmente escludono parti della popolazione in età lavorativa dalla partecipazione attiva, per via di protezioni interne e altre rigidità che secondo Bruegel andrebbero superate.

In parte si tratta di una questione legata alle leggi in vigore, in parte alla struttura istituzionale del mercato del lavoro. I dati di Bruegel dicono che il problema è insomma politico. Al cuore della questione ci sono i diversi approcci che i paesi membri hanno nell’affrontare i cambiamenti tecnologici e della globalizzazione nei mercati del lavoro, oltre che gli effetti diversi che l’area euro ha sull’allocazione di capitali.

Fuori da un’unione monetaria, questi approcci diversi avrebbero portato a performance differenti in termini di crescita e produttività tra gli Stati europei, ma i tassi di cambio nominali hanno contribuito a correggere gli squilibri macroeconomici tra Italia e Germania. Al resto si può porre rimedio con la diplomazia, ma serve una strategia nuova.

All’interno dell’unione monetaria, le divergenze si manifestano negli elevati tassi di disoccupazione in Francia e in Italia e nel surplus commerciale della Germania, che se calcolato in base alla percentuale di Pil è del 2-4%. Per correttezza va ricordato che l’avanzo delle partite correnti tendeva ad allargarsi anche prima dell’arrivo dell’euro. La moneta unica non ha fatto altro che accelerare il fenomeno.

Sono queste le divergenze che vanno appianate dalle autorità dell’area euro, se si vuole arrivare a una maggiore equilibrio e correttezza dei salari negli Stati membri della regione, dice Bruegel. È pertanto da queste basi economiche e politiche che dovrebbero prendere spunto i prossimi leader di Francia e Italia se vorranno negoziare con Angela Merkel, o con chi prenderà il suo posto al termine delle elezioni federali in Germania, nuovi patti per garantire prosperità nella regione.

Il report integrale di Bruegel