Come il Regno Unito può fermare Brexit

28 Giugno 2016, di Daniele Chicca

LONDRA (WSI) – Il premier inglese David Cameron e il suo esecutivo hanno riconosciuto la sconfitta nel referendum e promesso che il giudizio espresso della gente verrà ascoltato. Tuttavia ci sono ancora alcuni modi con cui i politici possono bloccare la Brexit.

Innanzitutto il referendum non è vincolante. Secondo le convenzioni costituzionali britanniche (nel Regno Unito non vige una legge costituzionale scritta), il parlamento può trovare uno stratagemma per votare contro la Brexit, per esempio citando il modo con cui è stata decisa l’uscita dall’Unione Europea. I deputati potrebbero stabilire per esempio che la Brexit così come è stata concepita non può essere portata a termine.

La democrazia britannica non prevede che le decisioni vengano prese con un referendum. Tanto meno decisioni importanti come quella di abbandonare il blocco a 28 di cui Londra fa parte dal 1975. Il popolo britannico si era espresso a favore dell’ingresso nel mercato comune nel 1973. Da allora le condizioni sono cambiate in Europa e l’Unione Europea è diventata un’unione sempre più politica, scontentando alcuni inglesi e in particolare l’ala destra euroscettica dei conservatori e i populisti nazionalisti dell’UKIP.

Parlamento bloccherà Brexit

Il governo dei Tories di Cameron, che per rubare voti a destra si è tirato la zappa sui piedi da solo indicendo il referendum (dal momento che un voto di iniziativa popolare del genere può essere indetto solo per decreto dell’esecutivo), ora è sotto pressione da tutti i fronti, interno ed europeo. Le autorità Ue vogliono fare il più in fretta possibile ad avviare il processo di uscita di Londra altrimenti, come ha avvertito uno dei padri fondatori dell’euro Romano Prodi, “se non si sbrigano sarà un disastro”.

Detto questo, quell’articolo 50 tanto citato e invocato in questi giorni, incluso nei trattati di Lisbona per volere guarda caso proprio del Regno Unito, potrebbe anche non essere mai attivato dai deputati britannici della Camera dei Comuni. Lo possono fare. Significherebbe che il governo non notifica l’Ue del suo intento di abbandonare l’Ue. Finché il governo dei conservatori non lo farà, l’Ue ha infatti le mani legate e non può avviare la procedura di uscita di un suo paese membro.

Scozia bloccherà Brexit

 

Un’altra possibilità – a dire il vero molto remota – è che la Scozia blocchi l’esito del referendum, invocando la legge 1998 (Scotland Act 1998). Il primo ministro Nicola Sturgeon ha osservato che questo darebbe al suo paese un parlamento semiautonomo con l’autorità di respingere il voto britannico. Gli scozzesi hanno votato a grande maggioranza (65%) per rimanere in Ue, proprio qualche mese dopo aver votato per restare nel Regno Unito per paura di uscire anche dall’Ue.

Secondo i giuristi quella  di Sturgeon è tuttavia una sua libera interpretazione della legge citata e che il Regno Unito in realtà è libero di fare quello che vuole, anche attuare la procedura di Brexit. È molto più probabile invece che a novembre, quando ci sarà un nuovo capo di governo, il parlamento abbia più di una ragione per votare contro una procedura di Brexit.

Secondo referendum dopo choc economico

La ragione principale è economica. Un’altra possibilità – più credibile – è che uno choc economico di vasta scala possa finire per deragliare il processo verso l’abbandono dell’Ue. La vox populi (la voce del popolo) potrebbe spingere il governo a ripensare la Brexit, specialmente se questa rischia di portare a una destabilizzazione a lungo termine della crescita del Regno Unito, la terza economia più potente d’Europa dopo Germania e Francia.

 

L’intento di Boris Johnson era quello di prendere il posto di premier e una volta ottenuto quello che voleva, l’ex sindaco di Londra e con lui gli altri politici favorevoli a lasciare l’Europa potrebbero cambiare posizione e assumere un atteggiamento più moderato nei confronti dell’Ue. In questo caso l’Ue dovrebbe fare concessioni per poter mantenere il Regno Unito in Ue e assicurarsi la possibilità – definita ridicola da diversi opinionisti e politici – di indire un secondo referendum.

Il Financial Times ha fatto un parallelo con il referendum tenuto dalla Danimarca che ha votato contro il Trattato di Maastricht a inizio Anni 90 e l’Irlanda, che si è opposta al Trattato di Nizza nel 2001.

Brexit “soft” in stile Norvegia

Infine c’è la possibilità di una Brexit in versione soft, ovvero una permanenza ma sempre più distaccata. Non si sa bene come le autorità europee potrebbero accettare di offrire ulteriori concessioni dopo quelle già ottenute da Cameron prima del referendum. Il premier se le era assicurate proprio grazie alle promesse che questo avrebbe scongiurato una vittoria dei No all’Europa. Londra ha ottenuto una sorta di statuto speciale e concessioni in materia di immigrazione e fisco.

Il Regno Unito potrebbe comunque in teoria stringere un nuovo accordo con l’UE che rimodelli il rapporto commerciale ed economico con l’Europa. Potrebbe essere simile a quello che avviene già con Norvegia e Islanda. Come sottolineato dal Telegraph, il cosiddetto modello norvegese è un buon punto di partenza. Il modello accontenterebbe molte delle richieste del fronte del Leave.

Londra sarebbe libera dalla burocrazia di Bruxelles e potrebbe svincolarsi dalle politiche agricole e della pesca dell’Ue. Londra resterebbe a far parte del mercato comune, senza però dover sottostare a quelle che i promotori della campagna del No all’Europa reputano delle “trappole”. Insomma, anche se la Cancelliera Angela Merkel ora dice che il Regno Unito non si può aspettare di mantenere i privilegi e vantaggi che comporta l’appartenenza al blocco commerciale Ue, senza però rispettare gli obblighi che comporta, questa soluzione è percorribile e equivarrebbe a grandi linee a una Brexit meno drastica.

Fonti: Financial Times; MarketwatchThe Guardian