COM’E’ L’ITALIA DESCRITTA DAGLI ALTRI

12 Luglio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Alcune citazioni d´obbligo. Prima, le Lettere Persiane di Montesquieu: per potere capire il nostro paese bisogna farlo descrivere da uno straniero, e se non c´è lo si inventa. Che è poi la ragione per cui si va dallo psicanalista o dallo psicologo: per capirti devi farti analizzare da un altro, da solo non ce la farai mai. Detto questo, ecco la funzione degli articoli che ci mostrano una Italia vista con gli occhi dello straniero.

Anni fa un´organizzazione che si chiama Transcultura ha condotto antropologi africani, che non erano mai stati in Europa, a visitare la Francia e a descriverla così come gli antropologi europei avevano descritto i paesi africani. Ricordo che una delle osservazioni più straordinarie era: «I francesi portano a passeggio i loro cani». Si tratta di una pratica che per noi europei è normale, ma non lo è per un´altra cultura dove i cani girano liberamente per il villaggio, e caso mai sono loro al servizio dell´uomo e non l´uomo al servizio del cane. Niente di tragico, continueremo a portare il cane a spasso, ma almeno siamo ora in grado di renderci conto che il nostro rapporto con gli animali è diverso da quello di altri popoli. Per inciso: i cinesi tengono il cane a vagolare per la casa, lo nutrono, e poi lo mangiano. Orrore. E noi cosa facciamo con galline, mucche, maiali e conigli? E infine, portiamo a passeggio il cane perché la legge ci costringe a non lasciarlo in libertà e a rinchiuderlo in casa. Amiamo davvero gli animali più di altre culture?

Seconda citazione, e si tratta di una delle celebri barzellette di Radio Eriwan, a cui sotto il regime sovietico si attribuivano tutte le battute antigovernative.

Un americano va alla stazione di Mosca per prendere il treno, diciamo, per Leningrado. Il treno è annunciato in partenza per le dieci, ma è pronto in stazione solo a mezzogiorno, poi non parte subito e alle tre del pomeriggio è ancora là. Stesso risultato cercando di salire su un treno annunciato per le undici. Alla terza prova l´americano si lamenta per il disservizio, e il capostazione gli risponde: «È vero, però voi impiccate i negri!». Morale: se qualcuno ti trova un difetto non puoi difenderti citando un difetto di chi ti critica (per l´aureo precetto in base al quale due torti non fanno una ragione).

Quindi, di fronte alle ironiche rimostranze degli stranieri, inutile andare a citare tutte le volte in cui a casa loro abbiamo rilevato che qualcosa non andava. Quindi di fronte a questi cahiers de doléances di chi ci visita e (a giudicare alfine dal tono dei loro articoli) un poco ci ama, cerchiamo di porci in situazione d´ascolto. Siamo abituati alle nostre poste e non ci facciamo più caso, ma il fatto che il loro funzionamento risulti incomprensibile a un australiano ci deve fare riflettere. Nessuno di noi conosce probabilmente il nome del proprio parlamentare, ma lo stupore di un giornalista americano deve indurci a un esame di coscienza: non si eleggono i parlamentari proprio perché si occupino dei problemi del proprio collegio elettorale? Perché a noi questa idea attraversa l´anticamera del cervello molto di rado?

Al massimo rispediamo al mittente, non a nome nostro, ma a quello di Marcelle Padovani, una preghiera: «Per cambiare l´immagine dell´Italia all´estero non basta cambiare l´Italia. Bisogna cambiare anche il modo di pensare schematico degli osservatori stranieri». Aggiungerei: bisognerebbe anche cambiare chi ci rappresenta aiutando a rafforzare i vecchi schemi.

E incassiamo una osservazione del simpatico adulatore Tobias Jones: «Così ho capito perché i miei amici italiani sono tanto intelligenti: è tutta la vita che convivono con queste complicazioni». Ma è come consolare Leopardi dicendogli che è diventato grande poeta perché era di salute malferma, altrimenti avrebbe passato la vita andando a ragazze. Credo avrebbe preferito essere alto e atletico. In fondo Foscolo era un bel giovanotto ed è diventato grande poeta lo stesso. Quindi sarebbe meglio rovesciare l´ordine delle cause e degli effetti: se siamo diventati intelligenti a causa di una vita complicata, usiamo ora la nostra intelligenza, che tanto piace a Tobias Jones, per riuscire a semplificarcela. Grazie anche ai consigli dei nostri visitatori.

Questo scritto di Umberto Eco compare nella prefazione del libro Italieni, le lettere dall´Italia dei corrispondenti stranieri, in edicola con il settimanale Internazionale.

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