Dopo i titoli dobbiamo aspettarci anche gli investitori “tossici” dagli Usa

16 Novembre 2015, di Luciano Martinoli

Si sta diffondendo sul mercato americano la figura dell’ “activist”, investitore, generalmente un hedge fund, che “attivamente” spinge o addirittura impone una linea strategica all’azienda di cui è diventato socio rastrellando azioni sul mercato.

All’inizio il fenomeno è stato accolto con favore in quanto ha sferzato con energia aziende pigre, tipicamente senza più l’imprenditore che le aveva fondate, condotte da manager seduti su risultati modesti e prestazioni mediocri. Dunque una ventata di aria nuova per spingere la parte debole della “Corporate America” a fare meglio.

Col tempo però il fenomeno si è diffuso e ad oggi, come riporta un articolo del Financial Times, entro il 2015 almeno 235 campagne contro gruppi non finanziari saranno lanciati da questa tipologia di investitori. Non sono immuni da questi attacchi nemmeno gruppi importanti come Dupont, eBay e Macy’s, mentre l’aggressività degli activist si spinge ormai fino ad arrivare a dettare le linee strategiche al board, su temi come acquisizioni e fusioni, o addirittura a silurare il CEO riottoso o giudicato incapace.

Spingere per prestazioni migliori non è in assoluto negativo, il problema risiede nel come vengono raggiunte e cosa si intende per “prestazioni migliori”. L’obiettivo di questi investitori è ovviamente un ritorno a breve del valore delle azioni che hanno acquistato. Per ottenerlo spingono soprattutto nella pratica dello “shares buy-back”, l’acquisto di azioni proprie da parte dell’azienda, con i profitti o con l’indebitamento allo scopo di spingerne il valore verso l’alto. Operazioni di questo tipo, pur raggiungendo l’obiettivo prefisso, sottraggono importanti risorse aziendali per il suo sviluppo interno a medio e lungo termine. L’investitore, ottenuto l’aumento dell’azione, lascia l’azienda rivendendo le proprie azioni con guadagno per rivolgersi alla prossima preda.

Il fenomeno è certamente alimentato dal denaro a basso prezzo ma anche da troppe poche aziende meritorie d’investimenti per lo “sviluppo”. Dunque non ci si può limitare ad un biasimo della solita finanza “aggressiva ed avida”. Il problema è anche una economia reale asfittica e senza fantasia, incapace di definire progetti di sviluppo reale e, per questo, meritori di risorse importanti.

Purtroppo tale situazione, evidentemente diffusa negli States, è analoga al mercato europeo e con il perdurare dei tassi bassi potrebbe istigare gli “activist” a sbarcare anche in Europa. Non ci si potrà “difendere” alzando barriere (che invece si vogliono abbattere, come l’accordo TTIP tra USA e Unione Europea ha l’obiettivo di raggiungere) ma iniziando una nuova stagione di progettualità di sviluppo della quale sembra siano incapaci la stragrande maggioranza delle “vittime” degli activist USA e certamente un numero analogo di aziende europee.

Solo con progetti “alti e forti”, poi da finanziare, la minaccia degli activist potrà essere trasformata in forza motrice di sviluppo. Le aziende USA non lo hanno ancora capito. Saranno capaci di comprenderlo quelle europee trasformando gli investitori “tossici” in una manna per la prosperità di tutti?

Questo articolo fa parte della rubrica “Colonne d’Ercole: oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di “fondamentali” dell’economia e della finanza migliori (o uguali?)”

Fonte: Imprenditorialità Aumentata