Cola (Finmeccanica) sta per fare i nomi dei politici a cui sono andati i soldi dei fondi neri

28 Novembre 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Adesso vogliono scoprire i nomi e cognomi dei politici. I magistrati di Roma che indagano sui presunti fondi neri dell’Enav hanno intenzione di verificare il possibile coinvolgimento di politici nell’affaire degli appalti senza fare aste pubbliche. E quindi se abbiano preso o meno mazzette dagli indagati. Un filone d’inchiesta che sarebbe stato aperto nuovamente da Lorenzo Cola, l’ex consulente esterno di Finmeccanica, durante i suoi interrogatori. L’indagato, infatti, è stato ascoltato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto procuratore Paolo Ielo poiché coinvolto nella presunta attività di riciclaggio che ruota attorno all’acquisizione della società Digint da parte dell’imprenditore romano Gennaro Mokbel e adesso anche dell’indagine sugli appalti sospetti dell’Enav.

Cola, nelle sue dichiarazioni, sarebbe stato molto preciso, tanto da indicare quale sarebbe il meccanismo che andrebbe avanti da diversi anni per riuscire ad effettuare sovrafatturazioni per ottenere poi fondi neri che sarebbero serviti in seguito per alimentare i manager proprio dell’Enav. Ma non solo. Secondo le parole dell’ex consulente di Finmeccanica, questi soldi sarebbero andati a finire anche nelle tasche di alcuni politici. Per ora non avrebbe fatto nomi e cognomi ai magistrati capitolini, tanto che gli stessi inquirenti non hanno iscritto nessuno parlamentare sul registro degli indagati. Tangenti che sarebbero state pagate proprio utilizzando i fondi neri, metodo che serviva per ottenere appalti milionari ottenuti senza gare pubbliche. E nei presunti fondi neri, secondo la procura, sarebbero convogliati decine e decine di milioni di euro.

Per ora, dunque, a essere indagati soprattutto manager. Oltre all’amministratore delegato e al presidente di Enav, Guido Pugliesi e Luigi Martini, anche un ex dirigente Enav ora passato a una delle sette società subappaltatrici della Selex. Poi l’ad di Selex, Marina Grossi, moglie del presidente di Finmeccanica Guarguaglini, il condirettore e il direttore responsabile di Selex, Letizia Colucci e Manlio Fiore.

Figurano anche l’ex consulente esterno di Finmeccanica Lorenzo Cola e il commercialista Marco Iannilli, già implicati nell’inchiesta sull’acquisto della Digint, partecipata di Finmeccanica, e il manager di Finmeccanica, Lorenzo Borgogni, che compare nell’inchiesta per il suo ruolo in una delle società «motori» dell’assegnazione di lavori in subappalto da parte di Selex. Nel registro degli indagati compare Tommaso Di Lernia, responsabile della società Print Sistem.

Intanto i manager della Selex hanno voluto sottolineare «la loro completa e totale estraneità alle ipotesi di reato sommariamente descritte nel decreto di perquisizione portato a loro conoscenza dai pubblici ministeri. Smentiscono fin da ora comunque le ipotesi di irregolarità negli affidamenti dei lavori di Enav spa, l’emissione di fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti e la presunta indicazione nelle dichiarazioni dei redditi di Selex Sistemi Integrati di elementi passivi fittizi». In queste ore i magistrati stanno comunque studiando le carte sequestrate durante le numerose perquisizioni svolte nelle varie società dalla Finanza e dai carabinieri del Ros.

Appena avranno un quadro più preciso del materiale, entreranno nel vivo dell’inchiesta, convocando gli indagati a piazzale Clodio per gli interrogatori. Ma non è tutto. I pm vogliono far luce anche sugli appalti per i lavori sui sistemi di sicurezza nell’aeroporto Capodichino di Napoli e nello scalo Falcone-Borsellino di Palermo. A Marina Grossi gli inquirenti hanno contestato «false fatturazioni per dieci milioni di euro al fine di consentire all’Enav – si legge nel decreto di perquisizione – l’evasione di imposte e indirette e anche l’indicazione nella dichiarazione dei redditi di passivi fittizi».

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di Carlo Bonini – La Repubblica (18 ottobre 2010)

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Dopo i giorni della “paura” (in luglio) e quelli dell´apparente letargo (in agosto e settembre), qualcosa riprende a muoversi nell´inchiesta della procura di Roma sui fondi neri di Finmeccanica. Accusato di riciclaggio e arrivato al quarto mese di detenzione, Lorenzo Cola, il “facilitatore” del Gruppo, l´uomo che ha incassato sui propri conti svizzeri gli 8 milioni della provvista con cui la “Banda Mokbel” mise le mani sulla “Digint”, società partecipata da Finmeccanica, comincia a parlare.

Giovedì scorso, nel carcere di “Rebibbia”, alla presenza dei suoi avvocati Franco Coppi e Ottavio Marotta, in un interrogatorio cominciato alle 3 del pomeriggio e chiuso a notte alta, Cola ha risposto alle domande del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti Giovanni Bombardieri e Rodolfo Sabelli, cui ha per altro consegnato un “memoriale” cui ha lavorato in cella per oltre un mese. «Una prima “apertura” – chiosa una qualificata fonte investigativa – Ma non ancora una vera e propria collaborazione».

È un fatto che con la rinuncia a tacere, Cola è a un passaggio cruciale. Decidere, nel dare conto delle sue provvigioni milionarie, se afferrarsi o meno al vertice di Finmeccanica, di cui è stato una protesi, pur di rimontare il pozzo in cui è sprofondato. E in questa chiave, il suo interrogatorio suona anche come un tentativo di sondare fino a che punto il presidente della società Pierfrancesco Guarguaglini, come anche il suo potente e onnipresente capo delle relazioni esterne, Lorenzo Borgogni, abbiano intenzione di continuare a sostenerlo.

Tanto più che il loro destino processuale è legato anche e innanzitutto ai segreti che Cola custodisce. Sulla vicenda “Digint”, ovviamente, ma anche e soprattutto sulle commesse della “Selex”, la controllata di Finmeccanica, di cui Marina Grossi, moglie di Guarguaglini, è amministratrice e di cui Cola è stato assai più che un semplice “consulente”.

Del resto, a fari spenti, proprio nel mese di settembre, la procura e il Ros dei carabinieri hanno acquisito nuovi elementi che oggi consentono di dire che l´inchiesta sui fondi neri di Finmeccanica non è più costretta nell´angusto confine della sola operazione “Digint”. Che l´orizzonte dell´indagine si è allargato ad Enav, alle fatturazioni della “Selex”. Decisiva, ancora una volta, la collaborazione di Marco Iannilli (anche lui indagato per “Digint”), che di Cola è stato il “commercialista”, lo “spallone”, e persino il domestico (tra le sue incombenze era anche quella di sfamare i cani del “principale” nei suoi periodi di assenza).

Interrogato nuovamente tre settimane fa, Marco Iannilli ha infatti aperto nuovi squarci sul sistema di relazioni di Cola in Finmeccanica ed Enav, sull´uso dei compensi per le sue consulenze. Iannilli ha confermato l´esistenza di un rapporto simbiotico tra Cola e Guarguaglini e la paranoia con cui i due proteggevano le loro comunicazioni. «Cola – ha detto – aveva un cellulare dedicato alle sole conversazioni con il presidente di Finmeccanica».

E, nel ribadire come Enav fosse il granaio della società “Selex” (da Enav dipende l´80 per cento del fatturato nel settore civile di “Selex”), ha spiegato come quella società fosse «zona di affari» di «esclusiva competenza di Cola», quasi ne fosse l´amministratore di fatto. Ma, soprattutto, Iannilli ha svelato una circostanza che promette di complicare la posizione di Enav e dell´uomo più vicino a Guarguaglini.

«Una parte della provvista Digint finita sui conti svizzeri di Cola, pari a 250 mila euro – ha raccontato Iannilli – venne reimpiegata in contanti dallo stesso Cola per il preliminare di compravendita di un immobile di proprietà di Ilario Floresta, consigliere di amministrazione di Enav», nonché ex deputato di Forza Italia già coinvolto in un inchiesta della procura di Catania sul voto di scambio del clan Santapaola. «Quel preliminare – ha aggiunto – non ebbe alcun seguito». E Floresta, dunque, avrebbe trattenuto quei 250 mila euro.

Ma, soprattutto, quel “preliminare” non doveva essere la sola operazione fatta sui fondi esteri di Cola. A dire di Iannilli, era in progetto un secondo “preliminare”, «per un valore superiore ai 3 milioni di euro». «Riguardava la tenuta in Toscana di Lorenzo Borgogni», capo delle relazioni esterne di Finmeccanica, e «non se ne fece nulla perché deflagrò il caso Mokbel».

Ebbene: per quale diavolo di motivo Cola si doveva impegnare in “preliminari” di compravendita destinati a non andare a buon fine con interlocutori chiave in Enav e Finmeccanica? Per ridistribuire i fondi neri del Gruppo? Sono due delle domande che ballano nell´indagine. E da cui – per quanto se ne sa – la procura ricomincerà ad interrogare di qui a breve.

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