Citigroup sull’Italia: «I mercati si concentrano unicamente sul pericolo default»

12 Novembre 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Non ci saranno colpi di magia. Come dice Mario Monti, gli ostacoli che l’Italia dovrà superare sono enormi. Il nuovo governo che l’ex commissario europeo sta preparando riuscirà forse fermare l’onda di sfiducia nel Paese che nei giorni scorsi ha messo sottosopra i mercati. Ma a questo punto — dicono i grandi investitori istituzionali — riguadagnare fiducia non basta: la crisi italiana è diventata un elemento cucito a filo doppio nei meccanismi di funzionamento dei mercati, non ne potremo uscire se non con cambiamenti più che concreti e in tempi non brevi.

E con ogni probabilità servirà un salvataggio esterno. «Il momento nel quale ancora si potevano usare interventi sulla fiducia è ormai passato, probabilmente lo scorso luglio — diceva ieri Mark Schofield, capo globale per le strategie sui tassi d’interesse del Citigroup — ora servono solo soluzioni reali. Niente di magico è possibile». Ieri pomeriggio, l’americana Citi, uno dei maggiori gruppi bancari del mondo, ha tenuto una conference call internazionale con grandi investitori, clienti importanti, esperti di altri istituti di credito. Allo scopo, ha schierato 11 dei suoi massimi esperti. Obiettivo, fare il check-up della situazione italiana, a cavallo del weekend durante il quale Silvio Ber-lusconi dovrebbe dimettersi e forse Monti ricevere l’incarico di formare un governo di emergenza.

L’idea, tra i banchieri, è che quello che succederà in Italia deciderà le sorti dell’euro e dell’economia mondiale. Qualcosa ad altissima incertezza. Titolo della conferenza, dunque: The Italian Job, dal film del 1969 (Un colpo all’italiana) che si conclude con Michael Cain che dice di avere una grande idea per recuperare l’oro prima rubato e poi perduto; ma quale sia questa great idea non si saprà mai. Il dato di partenza per capire dove siamo è che, semplicemente, gli investitori hanno smesso di comprare titoli dello Stato italiano. Il mercato è diventato del tutto illiquido, a parte gli acquisti della Banca centrale europea (Bce).

«Sul mercato italiano non si scambiano più titoli sulla base del valore ma prevale la percezione che si tratti di un mercato che ha un rischio di default — secondo Schofield — la sola domanda che c’è è quella che viene dalle ricoperture (cioè da chi ha venduto allo scoperto e deve poi comprare Btp, ndr) o da manovre attorno ai momenti delle emissioni primarie (cioè per sostenere i prezzi dei titoli, ndr)». A suo parere, «al di sotto di un rendimento dell’otto o forse del nove per cento è improbabile che la domanda sui Btp ritorni». Sarebbe un costo insostenibile per un Paese che ha un debito pubblico pari al 120 per cento del Pil, che forse è già in recessione e che l’anno prossimo — nelle previsioni di Citigroup — non crescerà di una virgola.

«Con una crescita zero, anche un tasso d’interesse del 5,5 per cento mette l’Italia su una traiettoria insostenibile», calcola Schofield. Detto in termini schietti, la Repubblica italiana è tagliata fuori dai mercati. Secondo il capo economista di Citigroup, Willem Buiter, «almeno per un paio di anni». Durante i quali Roma dovrà invece rifinanziare il debito pubblico per alcune centinaia di miliardi, 300 solo nel 2012. E’ inevitabile — ha detto ieri Buiter — che il Paese debba ricorrere a «una linea di supporto: un prestito dal fondo Efsf (il cosiddetto salva-Stati, ndr), sussidi dal Fondo monetario internazionale (Fmi)» e al continuo intervento della Bce sul mercato secondario dei titoli di Stato. E cioè probabile che l’Italia debba chiedere l’aiuto dei partner dell’euro come già hanno fatto la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo (nel tragitto, trascinerebbe quasi certamente anche la Spagna).

E sotto un ombrello del genere, per nulla comodo da mantenere stabile, che Monti potrebbe dovere lavorare. Il problema è che l’ombrello, al momento, è davvero minimo. I fondi a disposizione dell’Efsf non sono lontanamente sufficienti a offrire una protezione a economie grandi come quella italiana e spagnola: servirebbero due o tremila miliardi. Dovrà dunque entrare in campo l’Fmi — anche con un impegno dei Paesi emergenti — e solo l’intervento illimitato (ma per nulla scontato) della Bce potrebbe fare scendere a livelli sostenibili i rendimenti.

E il big bazooka di cui si parla, quell’arma che dovrebbe convincere i mercati che non ci saranno fallimenti sovrani. La domanda è dunque questa: troverà l’Eurozona una soluzione finanziaria ponte per garantire fondi all’Italia mentre il governo Monti cercherà di mettere su una traiettoria virtuosa il debito pubblico e liberalizzare per far tornare la crescita? Detto diversamente, con le parole di Citigroup, l’endgame, la fase finale della crisi italiana, «coincide con l’endgame della crisi europea: o si crea una situazione in cui un massiccio meccanismo di stabilizzazione sottoscrive il rischio del1’Italia (e degli altri Paesi periferici, ndr) oppure si deve arrivare a una riduzione del debito», cioè a qualche forma di default. Ipotesi, quest’ultima, che sancirebbe probabilmente la fine dell’euro.

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