CINA: UN’ALTRA BOLLA PER I PROSSIMI ANNI

4 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Per un paese considerato un tempo un “concorrente strategico”, nonché destinatario di molteplici minacce di sanzioni commerciali nel corso degli ultimi anni, il sorprendente cambiamento di toni che ha caratterizzato il recente incontro tra il Presidente George Bush e il primo ministro cinese Jiabao Wen suggerisce implicitamente un tardivo riconoscimento americano dell’accresciuta influenza della Cina come nuovo finanziatore dell’America.

Chiaramente, ciò segna una svolta radicale: la storia dei rapporti USA/Cina negli ultimi anni dell’Amministrazione Clinton e poi Bush, infatti, è stata segnata da una crescente ostilità: la demonizzazione della Cina nel rapporto della commissione Cox sulle attività di spionaggio pubblicato circa tre anni fa, il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, le vessazioni a cui fu sottoposto lo scienziato Wen Ho Lee, originario di Taiwan, accusato di spionaggio (prosciolto successivamente da tali accuse in tribunale), e la divulgazione sul New York Times di un documento riservato del Dipartimento della Difesa che raccomandava la vendita a Taiwan di sofisticati incrociatori della serie Aegis appena prima dell’incidente tra USA e Cina dell’aprile del 2001 dovuto a un aereo spia (in aperta trasgressione di un accordo sottoscritto con la Cina dall’amministrazione Reagan negli anni ’80, con il quale gli USA s’impegnavano a ridurre gradualmente la quantità e a non migliorare la qualità delle armi vendute a Taiwan).

Se ciò non bastasse, nel corso degli ultimi quattro anni, gli Stati Uniti hanno firmato con il Giappone alcuni accordi che accrescono gli impegni militari di quest’ultimo, ne minano la costituzione pacifista (con grande preoccupazione del governo cinese, memore dell’occupazione giapponese) e confermano gli accordi di Tokyo secondo i quali il Giappone rimarrà una base privilegiata delle operazioni militari americane (l’aereo spia EC-3, che rappresentò l’acme della controversia a proposito degli aerei spia, era decollato da una base giapponese). Fino al mese scorso, inoltre, l’amministrazione Bush si è mostrata riluttante a sostenere pubblicamente la politica americana di vecchia data a proposito di “un’unica Cina”, un’ambiguità che ha indotto molti membri del governo cinese a sospettare gli USA di appoggiare segretamente l’indipendenza di Taiwan.

Contemporaneamente a tali sviluppi diplomatici, si è verificato un significativo aumento delle tensioni commerciali tra gli USA e la Cina e ci sono segni che questa tendenza potrebbe acquistare slancio durante la campagna elettorale per le presidenziali. I deputati democratici hanno già presentato proposte di sanzioni commerciali contro la Cina, il che, in un anno così politicizzato, può fruttare voti in diversi stati chiave dal punto di vista elettorale.
Su questo sfondo, abbiamo prestato una sempre maggiore attenzione anche alla situazione politica che si sta sviluppando tra Cina e Taiwan. Il Presidente Chen di Taiwan si è nuovamente candidato alle elezioni dell’aprile 2004 e la sua campagna elettorale verte in parte sulla questione di una dichiarazione di indipendenza per Taiwan, alla quale il governo cinese continua a opporsi energicamente. Come ha argomentato Larry Jeddeloh in un recente articolo su Institutional Strategist:

“Per motivi demografici, e non solo, un referendum sull’indipendenza incontrerebbe di sicuro il favore della popolazione di Taiwan. Attualmente, il Presidente Chen si trastulla con la questione, definendo un giornoi missili cinesi puntati verso Taiwan un atto di terrorismo e ammorbidendo le proprie dichiarazioni il giorno dopo.

Ci è stato riferito che la leadership cinese è molto preoccupata che il Presidente Chen indica un referendum sull’indipendenza e che da anni la minaccia dell’intervento statunitense nel caso in cui la Cina attacchi Taiwan in proposito incombe sui pensieri dei governanti cinesi.
Noi riteniamo che la Cina disponga della tecnologia per attaccare Taiwan, probabilmente con successo, dal momento che il suo know-how tecnologico in fatto di missili è di molto superiore a quanto comunemente si pensi. Per avere una prova dei progressi della Cina in questo settore non dobbiamo far altro che considerare il recente lancio e recupero, coronati dal successo, del loro primo astronauta. Ma sarà atterrato davvero a pochi metri dal punto previsto?”

Pareva quindi che ci fossero tutti gli ingredienti per un ulteriore deterioramento dei rapporti durante il summit di Washington del mese scorso. E, invece, sembrerebbe che sia accaduto l’esatto contrario. Il Presidente Bush ha ribadito il sostegno di lunga data del suo paese alla politica di “un’unica Cina” (nonostante alcuni elementi della sua amministrazione propendano per un atteggiamento più favorevole all’indipendenza di Taiwan) e ha messo in guardia il Presidente Chen dall’indire un referendum per l’indipendenza. C’è chi sostiene addirittura che al Presidente di Taiwan sia stato detto chiaro e tondo “comportati come si deve o dovrai sbrigartela da solo”.

Una posizione così sorprendente è di poco successiva all’affermazione di Bush di desiderare “per il futuro una strategia di libertà in Medio Oriente” come punto di riferimento della politica estera del suo paese in quella regione. L’ironia di questo “avvocato della democrazia” che ammonisce severamente la gente di Taiwan dall’esercitare il proprio democratico diritto di voto è stata debitamente notata da molti, ma la maggior parte non ha tenuto conto del limitato spazio di manovra del Presidente. Come ha osservato la settimana scorsa Robert Samuelson del Washington Post: “Un grande dramma si sta svolgendo sui mercati valutari mondiali.

Nel 2003 il deficit delle partite correnti negli USA (un indice generale dell’attività economica) ammonterà a circa 550 miliardi di dollari, un record per i tempi moderni. Poiché gli americani pagano le importazioni in dollari, ciò significa che, ogni giorno, gli stranieri devono decidere se tenere circa 1,5 miliardi in dollari”. Se i maggiori creditori stranieri dell’America, come la Cina, vendessero dollari per euro, yen o altre valute, il valore del dollaro all’estero calerebbe in maniera catastrofica, con conseguenze enormi e probabilmente dirompenti per gli USA.

Può darsi che l’amministrazione Bush abbia molte cose in ballo in questo momento e non si possa permettere di iniziare una lite con la Cina I cinesi potrebbero opportunisticamente pensare che se Taiwan dovesse essere “restituita alla madrepatria” questo sia il momento ottimale per farlo. D’altro canto, il recente riavvicinamento alla Cina potrebbe anche riflettere il tardivo riconoscimento, da parte di Washington, della propria dipendenza dalla “bontà degli stranieri”, in particolare di quelli di razza asiatica (che complessivamente rappresentano la maggiore domanda estera sulle attività statunitensi). Ironicamente, questa consapevolezza arriva proprio in un momento in cui si stanno evidenziando i gravi punti deboli della Cina.

La Cina ha avuto una grande espansione ed è innegabilmente diventata una componente chiave della storia della reflazione globale di quest’anno. Ma la crescita cinese è stata trainata dalle spese in conto capitale. Il rapporto degli investimenti al 43% del PIL è un record storico. La domanda è: un eccesso di investimenti in Cina sta ampliando il divario globale nella produzione, con conseguenze per l’andamento dell’inflazione negli USA?
A questo proposito, vale la pena di citare un documento presentato di recente dall’on. Apurv Bagri: “Questa crescita in Cina genera due problemi che ossessionano i produttori globali e uno che metterà alla prova l’inventiva della banca centrale del paese.

Il primo problema è una conseguenza del modello economico cinese, costruito intorno all’idea di creare una grande massa critica di capacità produttiva e poi trovare il mercato per riempirla. Una volta che una società ha scoperto un nuovo settore di crescita, tutte le altre le corrono dietro, con il risultato che praticamente in tutti i settori la capacità produttiva supera la domanda di un fattore o due o tre, o anche di più in alcuni casi. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti e i costi di trasformazione hanno subito un crollo indiscriminato, fatte salve pochissime eccezioni. Prendiamo soltanto due esempi tipici di ciò che è accaduto. Il prezzo di un comune condizionatore d’aria è sceso da quasi 700 $ nel 1990 a 300$ nel 2000 e ad appena 120$ quest’anno.

Nella mia stessa industria, i prezzi di trasformazione dei tubi di rame ACR sono crollati anch’essi da 2400 $ USA nel 2000 a circa 900$ quest’anno, e sono attesi ulteriori ribassi per l’anno prossimo. Si tratta di un calo del 38% in soli due anni e i miei amici industriali temono che possa continuare. Molti tra quelliche hanno stretti legami con le banche e i governi localiottengono prestiti a tasso zero per periodi prolungati, spesso di 20 o 30 anni; in realtà senza costi di capitale. Comprano il terreno, costruiscono la fabbrica, installano l’impianto, gonfiano il valore dell’attività e ripetono il processo.

Il problema è che, poiché così tanti di loro nello stesso settore seguono lo stesso modello economico, o un modello analogo, i prezzi dei prodotti e i costi di trasformazione sono spinti al ribasso al punto che in molti, moltissimi casi i prezzi non coprono più i costi di esercizio. Così i profitti riferiti sono il più delle volte illusori. Ma se anche fanno bancarotta, un esito non frequente in Cina, il meccanismo continuerà a esistere per un’altra società che potrà acquistare per pochi spiccioli a spese del dollaro”.

“Le opportunità di crescita del Drago e dell’Elefante; sfide e opportunità per Cina & India” — l’on. Apurv Bagri, in occasione del Third City of London Biennal Meeting tenutosi nel Novembre 2003.

Con tutto il parlare che si fa delle “pratiche commerciali inique” della Cina, derivanti dalla sua decisione di agganciare il renminbi [yuan] al dollaro, agevolazioni di credito come quelle descritte da Bagri rappresenterebbero un indizio ben più potente contro il paese nel caso in cui gli USA si appellassero alla WTO (Organizzazione mondiale del commercio). Purtroppo l’Amministrazione Bush non ha preso questa strada. Il Segretario al Tesoro Snow ha trascorso praticamente tutto il 2003 non parlando d’altro che della necessità di una rivalutazione della moneta cinese. Ora ci sono indicazioni che i cinesi potrebbero finalmente muoversi in questa direzione, almeno a quanto afferma un recente articolo apparso sul quotidiano Taipei Times:
Lunedì, la stampa di stato ha riferito che la banca centrale cinese sta lentamente portando avanti un piano di aggancio dello yuan a un paniere di dieci valute, invece del solo dollaro statunitense.

Le potenziali dieci valute rappresenterebbero il grosso degli scambi cinesi con il resto del mondo, nonché dei suoi principali investitori, ha riferito il China Business Post, citando fonti interne alla Banca Popolare Cinese.

In una fase successiva, la Cina potrebbe consentire una “fluttuazione manovrata” che permetterebbe alla moneta di muoversi entro un campo di variazione prestabilito.

L’articolo non indicava i tempi di attuazione delle due fasi e sottolineava che quel potenziale cambiamento di politica era ancora sotto esame.

L’articolo arriva nel momento in cui un gruppo di esperti del governo statunitense si preparano a recarsi a Beijing il mese prossimo per discutere possibili variazioni della struttura esistente dei cambi con l’estero.

La Cina ha effettivamente fissato lo yuan a circa 8,3 yuan per 1 dollaro dal 1994, ma subisce pressioni sempre più frequenti, in particolare dagli USA, perché rivaluti la propria moneta.

La Cina ha sostenuto pubblicamente che il problema è strutturale e riflette il costo della manodopera molto più basso in quel paese, ma ha manifestato una certa disponibilità a prendere in esame una struttura valutaria più flessibile.

Secondo quanto riportato dal China Business Post, dall’inizio dell’anno la Cina è andata studiando un aggancio dello yuan a un paniere di valute per consentire al tasso di cambio di riflettere in modo appropriato la performance commerciale del paese ed evitare fluttuazioni dei cambi esteri a breve termine.

In base a statistiche locali, i principali partner commerciali della Cina nel 2002 sono stati gli USA, il Giappone, Hong Kong e i paesi dell’euro, seguiti da Indonesia, Malesia, Singapore, Tailandia, Corea del Sud e Taiwan.
Corre anche voce che la Cina stia cercando di ridurre il surplus commerciale bilaterale con gli USA aumentando gli acquisti di cereali, legumi e frumento dagli Stati Uniti e sostituendo gli acquisti dal Sudest asiatico. È tutt’altro che una coincidenza, inoltre, che la Boeing, la compagnia numero uno per le esportazioni in America, abbia annunciato il via libera al proprio piano trentennale 7E7 da molti miliardi di dollari proprio pochi giorni dopo la visita di Jiabao Wen a Washington il mese scorso.

È molto improbabile che la Boeing sarebbe andata avanti con quel programma se non fosse stata estremamente fiduciosa in un prossimo incremento degli ordinativi per aerei commerciali.
Purtroppo per l’amministrazione Bush, tali acquisti di importazione accelerati sono subordinati, in ultima istanza, a una continua crescita economica in Cina. Ma come ha di recente esposto Andy Xie della Morgan Stanley, le autorità monetarie cinesi potrebbero muoversi aggressivamente verso un aumento delle restrizioni sul credito che potrebbero frenare la propensione della Cina ad accelerare le importazioni dall’America. Ecco le più recenti statistiche bancarie relative al renminbi collazionate da Xie:

Rilevazione bancaria: prestiti
1994 829
1995 1023
1996 1308
1997 1227
1998 1574
1999 1142
2000 1140
2001 832
2002 4706
1a. metà 03 1805
3° trim. 03 700
4° trim. 03 300
Aumento, mld. di Rmb

Se la crescita cinese rallenta, la disoccupazione e la capacità produttiva inutilizzata aumenteranno e si ridurrà in modo corrispondente la capacità di assorbire altre importazioni dall’America.

Per quanto si parli della massiccia espansione dei crediti americani come la fonte malsana di molta della crescita globale, l’economia cinese sempre più “gonfiata” sta iniziando a svolgere un ruolo relativamente importante, anche se sempre più instabile.

In effetti, non è esagerato affermato che ci troviamo nel mezzo di un’importante fase di transizione in cui la Cina sta diventando il fulcro su cui ruoterà la crescita globale futura. Quasi sempre, tali significativi spostamenti geopolitici ed economici sono accompagnati da un altissimo livello di disgregazione e la graduale ascesa della Cina come luogo economico globale potrebbe non essere da meno. Di conseguenza, tutto ciò che indebolisce la crescita potrebbe avere un effetto relativamente destabilizzante sull’economia globale, così come lo avrebbe in America la fine del credito gonfiato indotto da Greenspan.

Può darsi, in realtà, che le autorità monetarie cinesi siano perfettamente consapevoli della fragilità di fondo del paese e che l’idea avanzata di un nuovo aggancio del renminbi a un paniere di valute possa offrire l’opportunità non di una graduale rivalutazione ma di una svalutazione. Il vantaggio di un aggancio diretto della valuta è la sua trasparenza di fondo, che va evidentemente persa nell’eventualità che si stabilisca un collegamento a un paniere di valute, la cui composizione è a tutt’oggi indeterminata e facilmente manovrabile. Non ha molto senso passare a un simile paniere se l’obiettivo reale è trovare il modo per una graduale rivalutazione del renminbi in maniera estremamente trasparente e gradita a Washington.

Se invece il tentativo fosse quello di giungere a una svalutazione occulta in risposta all’indebolimento delle condizioni interne, una simile mossa avrebbe molto più senso politico ed economico. Se questa è davvero la strada che la Cina sta scegliendo di percorrere, ridurrà certamente la sua capacità di continuare ad acquistare beni statunitensi al ritmo di questi ultimi anni, con implicazioni pericolose per il tasso di cambio del dollaro.

In effetti, si potrebbe prevedere una riduzione degli stimoli ad acquistare beni statunitensi da parte dell’intera Asia, poiché la maggior parte dei paesi asiatici reagirebbe quasi sicuramente a una svalutazione cinese (occulta o palese) con una svalutazione altrettanto competitiva delle proprie monete; un ottimo ambiente per l’oro, forse, ma di certo non favorevole alla stabilità economica globale.

Oggi la Cina sfrutta l’aggancio per riciclare somme ingenti di dollari in titoli di stato americani, il che le permette di espandere continuamente le spese in conto capitale per produrre in eccesso merci di cui il mondo non ha bisogno e che gli americani possono soltanto acquistare a credito. È divenuta una dinamica sempre più rilevante, benché fondamentalmente pericolosa, in termini di capacità di generare l’attuale picco a cui si sta assistendo in molti settori e in particolare nel campo dei prodotti di base.

Se i cinesi dovessero effettivamente decidere un graduale sganciamento dal dollaro, ci sarebbe il rischio, quanto meno, di un rallentamento a breve termine della crescita nell’Asia orientale, nonostante un’intensificazione degli sforzi da parte di Giappone ed Europa. Se contemporaneamente dovesse verificarsi un incidente finanziario negli USA — il che è sempre possibile –, si potrebbe facilmente prevedere uno stallo sincronizzato della crescita globale. Non è esattamente l’ideale in un mondo già caratterizzato da un massiccio eccesso di capacità produttiva e praticamente nessun influsso sulla determinazione dei prezzi ma (data la fragilità finanziaria di fondo della Cina) potrebbe rappresentare il mezzo con cui i cinesi cercano di ridurre il prezzo della loro uscita dal disastro. Il modo in cui la Cina affronterà i propri attuali problemi finanziari e la corrispondente reazione politica globale saranno probabilmente i principali temi emergenti nel 2004.

Traduzione di Giuliana Lupi

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